Tutti a scuola!

Le roi s’amuse. Filippo Ceccarelli, Repubblica, racconta così la foto del “monarca” Renzi che gioca alla playstation con il “Gran Ciambellano del Nazareno” Orfini. Immagine diffusa – nota Ezio Mauro – “per trasmettere agli elettori un segnale di tranquillità da oratorio, che è inveceun segnale del nulla, senza significato e dunque inquietante come tutte le false sicurezze”. Poi il monarca, indossata la mimetica, è volato in Afganistan. Ai suoi prodi l’onrere di esporsi alle telecamere, con gli occhi mesti e le mascelle serrate! “È andata bene. Scontro nel PD”, Repubblica. “Renzi prepara la resa dei conti”, Stampa. “L’offensiva di Renzi”, Corriere.

 

Il riflesso istintivo è di difesa, scrive Massimo Franco. Intanto piange la Paita, “io consumata da una politica feroce”. Piange lady like, Moretti: “mi hanno presa di mira”. E il Gran Ciambellano, dopo aver stancamente ripetuto “è una vittoria”, prova persino a prendere aria dal monarca: “il Pd: non è il partito della nazione, ma il principale partito della sinistra europeo”. Come spesso gli accade, ha capito poco. Le vittorie di Rossi, di Emiliano, di De Luca confortano chi vuole il partito pigliatutto, che non rottama più ma ricicla. Come ad Agrigento, dove un tal Firetto, Udc, Pd, , prende il 60%. Piccoli sovrani intorno al sovrano di Palazzo Chigi.

 

Dati senza pietà. “Salvini supera Silvio e adesso a destra soffia il lega forzismo”, scrive Diamanti. L’istituto Cattaneo conferma: solo la Lega ha vinto, raddoppiando i voti rispetto alle politiche e avanzando del 50% sulle europe. Il PD perde due milioni sulle europee e uno sulle politiche di Bersani. M5S, meno un milione di suffraggi sulle europee e quasi 2 sulle politiche (ma si consola di essere in campo e non più solo per Grillo), Forza Italia perde quanto i 5 Stelle ma non si consola: oltre a Salvini ha vinto pure Fitto. La destra è divisa e probabilmente continuerà a dilaniarsi, i 5 Stelle devono ancora cercare il loro perché, Renzi più che ringhiare dovrebbe riflettere.

 

Storytelling? Nessun commentatore osa negare la battuta d’arresto del giovane premier.C’è però chi, come Gramellini, parla di “sconfitta più narrativa che politica”. Perché Renzi, spiega, ha ridotto “il governo e l’Italia a un gigantesco programma televisivo di cui si considera il presentatore unico…si sente Messi, ma per tenere l’Italia dovrà diventare Guardiola, uno scopritore e coordinatore di talenti”. Per Ricolfi (Sole) il problema più strutturale. Perchè è tornato il tema criminalità e immigrazione e perché “dall’economia la gente si aspetta più che riforme risultati”. Per Polito, “il riformismo dall’alto è un errore già visto. La ricerca spesso deliberata dello scontro con i corpi intermedi non ha dato stavolta i frutti sperati. Così si rischia di pagare il prezzo più alto proprio quando si ha più ragione, come sulla scuola”.

 

A scuola, dunque! La legge Giannini è la metafora del riformismo dall’alto, dello scontro deliberato con i corpi intermedi. Prima ha rotto il vaso di Pandora promettendo #labuonascuola, poi Giannini, Faraone, Puglisi hanno presentato una cosetta che vuol mettere tutti in riga. Tutti “puniti” non si sa per quale colpa, non si sa per quale scopo. In vista della battaglia del Senato, Tocci ha preparato, per noi Gufi che non amiamo gli slogan, una vera e propia strategia emendativa. Che prova ad ascoltare le ragioni dello sciopero generale, che intende unire gli insegnanti e non armarli gli uni contro gli altri, che cerca di mettere al centro la formazione e ritrovare il senso di un’istruzione pubblica. Renzi farebbe bene ad ascoltare. Se non vuole rinchiudersi nella House of Cards. Sempre più solo, in attesa del crollo. Inevitabile.

Ha vinto, è solo!

Uno stop per Renzi. Il mito dell’invincibile rottamatore è durato solo un anno, dal 25 maggio 2014 al 31 maggio del 2015. Secondo i dati, ancora non definitivi, la candidata di Renzi, Paita ha perso la Liguria, De Luca ha conquistato la Campania, la Moretti è stata asfaltata da Zaia in Veneto. Poteva andare peggio: a un certo punto l’Umbria ballava, la Campania sembrava incerta, Renzi, zitto, giocava con la play station, Guerini e Orfini accusavano la quinta colonna interna, Bindi e Cofferati. “Come fa a non vincere?” avevo scritto ieri, e alla fine il 5-2 è arrivato, ma che fatica! Ora il premier deve ringraziare il toscano Rossi, esponente del partito prima di lui, il pugliese Emiliano che vuol governare con i 5 stelle, e il candidato che avrebbe evitato, De Luca, su cui ancora pende un rinvio a giudizio per corruzione e una condanna per abuso d’ufficio, per la quale potrebbe essere sospeso da governatore, non appena insediato. I giornali titubano. Non hanno torto: dopo un terremoto, meglio aspettare che la terra si assesti. E tuttavia devono ammettere: “Uno Stop per Renzi” Repubblica, “Il PD rischia”, la Stampa, “Sorprese nelle regioni”, Corriere, “Il Pd perde la Liguria”.

Astensione, disaffezione. Un elettore su 2 non ha votato, gente di destra ma anche di sinistra. Una forza elettorale di riserva che in un’elezione più sentita, in cui fosse in palio il governo del paese e per 5 anni, potrebbe avere un assalto di umor nero e tornare al seggio per sanzionare il governo. il Movimento 5 Stelle è tornato in corsa, con Grillo quasi assente e candidati semi sconosciuti. Forse grazie proprio a quei candidati, si afferma come primo o secondo partito. La Lega stravince in Veneto, con Zaia che umilia la Moretti nonostante la scissione di Tosi, contribuisce con il suo 20% -terzo partito dopo M5S e PD- alla vittoria di Tosi in Liguria, arriva seconda in Toscana, anche qui superando il 20% dei voti espressi e prevalendo sui 5 Stelle.

Autogol Italicum. Se si votasse con la legge fortissimamente voluta da Renzi, sulla base dei dati di ieri, al ballottaggio sarebbe Di Maio lo sfidante Renzi. Se la situazione cambiasse ancora, se i 5 Stelle ripetessero gli errori d’un tempo e rinascesse una coalizione di destra, lo sfidante potrebbe essere Salvini, perché Berlusconi non è più spendibile ma la sua resistenza gela ogni possibile diversa candidatura di destra-centro. Quante volte l’avrò scritto: l’Italicum favorisce un bipolarismo sistema – anti sistema. Come non avviene con nessun altra legge elettorale, in nessun paese di democrazia liberale. E Renzi arriverebbe al ballottaggio stanco, non più innovatore – rottamatore, ma rappresentante della continuità dil governo, successore di Monti e Letta, artefice di una ripresa che non rimette soldi e sogni in tasca al ceto medio né dà lavoro ai giovani. Che rischio! Inoltre la soglia del 3% porterà pezzi diversi del ceto politico della sinistra a presentarsi in solo, erodendo consensi al partito della nazione. Chi me l’ha fatto fare, si sarà chiesto Matteo mentre giocava con la play station.

Cherchez la femme. Forse non la sapete ma questa frase si usa oltralpe per indicare il vezzo del maschio di accusare sempre una donna per i propri guai. Mi è parso osceno il tentativo di linciaggio della Bindi. Osceno e stalinista. Se Renzi ha perso il senno, se come Re Lear ripudierà Cornelia, cioè la minoranza interna, e imporrà una pessima riforma della scuola, e proseguirà con riforme sgangherate e aziendalistiche, riuscirà a rendere la parola sinistra non più spendibile nel Bel Paese. Se invece dovesse ricredersi e ritornare sugli errori commessi, allora si giocherebbe il sostegno degli amici finanzieri e industriali, apparirebbe debole ai tanti clientes che lo circondano, getterebbe nello sconforto retroscenisti e sicofanti plaudenti. Ha vinto ancora, ma a quale prezzo!

La percezione del voto

“Tensioni sul voto”, Corriere. “La cautela di Renzi”, Stampa. “Non è un voto su di me”, Repubblica. Così i titoli. Ancor peggio i retroscena. “E Matteo teme: giù in Campania e Liguria”, scrive De Marchis. La Meli lo racconta “carico e combattivo: C’è chi dice che se non vinco 6-1 la mia sarà una sconfitta elettorale. Ma di che parlano?” Ma poi ne narra “l’amarezza. Pur di far perdere me si fa a botte in piena campagna elettorale…Bersani? Il primo a intervenire dopo la conferenza stampa della Bindi. Ma io sono un osso duro”. Sembra un egocentrico in preda al panico “non è un voto pu di me, si fa a botte pur di far perdere me”, addiruttura in preda al panico! Non è così, dice Giannelli, è il solito furbo: “A questo punto sono in una botte di ferro. Se le regionali vanno bene è merito mio, se vanno male, colpa della Bindi”.

 

Ma come fa a perdere? La destra s’è frantumata (anche per merito di Renzi) ed ha due candidati contrapposti in Puglia e due in Veneto. Grillo è stato messo all’angolo un anno fa con le europee. L’ opposizione interna divisa, con Cofferati e Civati che appoggiamo Pastorino in Liguria, Bersani e Speranza che sono andati a sostenere la Paita. Per le regionali non c’è neppure doppio turno: l’astensione potrebbe alla fine favorire i candidati del premier. Quello che preoccupa Renzi non sono dunque i numeri che usciranno dall’urna, ma la percezione che potrebbero dare, la proiezione per il futuro che gli analisti potrebbero ricavarne. L’Italicum rimetterà in gioco M5S? L’ astensione creerà un esercito di riserva che un giorno potrebbe rottamare il rottamatore? Le ferite del premier conforteranno chi dissente in Parlamento?

 

Si guardi al futuro, dunque. Scalfari oggi apprezza il documento con cui il governo vuol dare battaglia in Europa.  E ne cita  un brano: “L’obiettivo è una collaborazione rafforzata tra i diversi paesi nel perseguimento del valore aggiunto dell’Ue: l’implementazione delle riforme strutturali”. Renzi avrebbe finalmente capito -secondo Scalfari- che senza gli Stati Uniti d’Europa, la Germania, prima o poi andrà per la sua strada -ne scrive oggi Guido Rossi sul Sole- e noi altri resteremmo troppo piccoli e troppo divisi. Può darsi, che l’abbia capito. Certo per cambiare davvero dovrebbe rinunciare allo storytelling, accettare il confronto politico, anziché spianare e asfaltare. Difficile!

 

L’autogol giudiziario. “Loro sperano -scrive Ainis- di guadagnare credito sottoponendosi all’analisi del sangue; invece ottengono discredito. Perché la cattiva politica degli ultimi vent’anni ha allevato un vampiro, che di sangue non ne avrà mai abbastanza. E allora puoi anche decidere di togliere il vitalizio agli ex parlamentari condannati; quel vampiro obietterà che avresti dovuto togliergli la vita, non il vitalizio”. Ha ragione Ainis: a Renzi è piaciuto fare il Grillo, puntare sull’antipolitica, per eroderne parte dei consensi, ma così si è preso il boomerang in faccia. Sarebbe più saggio lasciare ai giudici il loro lavoro e darsi norme semplici per ogni titpo di elezione: divieto di candidare chiunque sia stato rinviato a giudizio per reati contro l’amministrazione o sia indagato per mafia o sia in conflitto d’interessi.

 

Torna Berlinguer, Luigi. E spiega che con l’autonomia la scuola rifiorirà: “Duole -scrive- che parte della sinistra, sostenendo il vecchio impianto neoidealistico, non ami l’autonomia né un vero rapporto con il lavoro e con la cultura del lavoro, con la saggezza weberiana del Beruf, del rapporto cultura professione”. Berlinguer è uomo d’onore, ma a me sembra più probabile che l’autonomia della legge Giannini costringa le scuole più povere ad arrangiarsi e accettare gli scarti, gli insegnati a dover temere, e a subire, una gerarchia funzionariale e governatica, gli studenti a dover assimilare una cultura d’azienda, competitiva e nozionistica, in auge in America, ma mezzo secolo fa.

Io sto con la Bindi

Chi è causa del suo mal. La notizia oggi è un sola: c’è pure Enzo De Luca nella lista dei candidati imbarazzanti diffusa dall’antimafia. La Stampa: “Veleni sulle urne”. Il Fatto: “De luca è impresentabile e Renzi lincia Rosy Bindi”. Repubblica: “Guerra nel PD”. Il Giornale: “PD cornuti e mazziati”. Corriere: “Caso De Luca, PD contro l’antimafia”. Grida manzoniane. Sia chiaro, i codici etici o di auto regolamentazione, tutto lo scavare che si fa nel lavoro delle procure alla caccia di un avviso di garanzia o di un rinvio a giudizio contro questo e quell’altro, l’antimafia della carta da bollo che spesso nasconde gli interessi veri, tutto ciò segnala una diffusa impotenza e una ancora più diffusa malafede nell’affrontare il rapporto tra mafia e politica, nella pratica di chi si scandalizza per i corrotti altrui ma poi si indigna se gli altri denunciano le sue magagne. Tuttavia se la Severino è ancora una legge dello stato. Il presidente del Consiglio deve rispettarla e non può perorare l’elezione di un governatore che, in forza della legge, dovrà sospendere dalla funzione. Se il segretario di un partito ha sottoscritto un codice antimafia, che lo impegna a non candidare un inquisito per corruzione, non può poi infuriarsi se la presidente dell’antimafia gli ricorda di aver fatto il contrario di quel che aveva promesso.Cercano la rivincita. “Un pezzo del partito cerca la rivincita, lavora per far perdere il Pd pur di farmi male”. Confessioni generosamente elargite da Renzi alla retroscenista del Corriere, la quale prevede che Maria Elena Boschi sarà presto spostata alla guida del partito. “Neanche Totò Riina trattato come me” -dice De Luca a Repubblica- e minaccia querele -a chi, perché?- ma poi si consola “così mi regalano 100mila voti”. Per Serracchiani la Bindi “ha strumentalizzato l’antimafia”. Per Violante  “la politica ha perso la sua autonomia” -ndr. Renzi non avrebbe dovuto candidare il sindaco di Salerno- ma la Bindi ha sbagliato “a diffondere la lista l’ultimo giorno”. Siamo dentro “una puntata di House of cards”, scrive Massimo Gramellini- comunque vada, lunedì il Pd tornerà a tingersi di rosso. Il colore del sangue”.Il resto è noia. Merkel vuol cambiare i trattati per evitare che la Gran Bretagna esca dall’unione; El Pais. Gli Stati Uniti  temono che un incidente porti la Grecia fuori dall’Euro, con conseguenze imprevedibili; Financial Times. PIL + 0,2 nel secondo trimestre, prezzi + 0,2 a maggio, “Italia fuori da recessione e deflazione”, Repubblica a pagina 17. I giornali di destra ci informano che Adriano Celentano si sarebbe rotto le scatole di Renzi e pure di Grillo e che, quando un’auto guidata da un Rom falcia dei pedoni a Roma, quasi quasi pensa a Salvini. In verità vi dico che Matteo Renzi, vinca o no le elezioni di domenica, ha perso la sua forza propulsiva. Che Grillo fa bene a tenersi in disparte se non vuole che il suo movimento oltre che inconcludente appaia irrilevante. Che Salvini è solo l’incubo costruito dalla nostra falsa coscienza. Che io stesso non so più se abbia senso riferirsi alla nobile tradizione della sinistra, tanto la sinistra dell’essere (fighetti) più che del proporre ne ha macchiato l’antico blasone. Che serve più coraggio per capire la crisi in Europa, più onestà nel comunicare, più visione per proporre soluzioni utili. Un nuovo iniziodalla parte di chi più sta pagando, dei poveri e dei giovani senza impiego, dei precari -Repubblica scopre che si abusa sempre di più del voucher- e degli insegnanti mal pagati e umiliati. Oltre Renzi e senza Renzi. Perché il rottamatore è solo il metadone e non la cura, che liberi l’Italia bella e addormentata dall’incantesimo che da decenni la imprigiona.

Fotografie dell’Italia

L’Italia in qualche scatto. Il primo, mostra John Elkan, nipote dell’avvocato Agnelli, mentre fotografa Renzi e un paio di operai sorridenti. Chissà se a realizzarlo non sia stato proprio l’uomo in maglione, onnipresente deus ex machina del renzismo trionfante. “Confindustria non mi manca”, così Marchionne ha dato ieri l’avviso di sfratto a Squinzi e Guidi, che parlavano da Expo con i sindacati in platea. “Il fatto è che io e Renzi non abbiamo paura” – dalla cronaca di Alberto Statera-  “Bisogna essere cattivi e determinati. Io sono stato criticato e me ne sono fregato”. Poi “in America e in Germania c’è il sindacato unico, ma mi sembrano democrazie che funzionano perfettamente”. Renzi si è ritrovato appieno nelle sue parole: “non sono tagliato per certe assemblee” (della Confindustria), poi, rivolto agli operai: “È qui (con Marchionne) che si crea lavoro, non andando ai talk show  del martedì (Landini), a fare proclami ideologici”. “Condivido questo rilievo autocritico”. Con humor, Maurizio Landini, intervistato da il manifesto, risponde al premier: “Sarebbe ora che la smettesse di andare in tv a fare annunci senza contradittorio e che si mettesse a fare politica inustriale, ché in Italia manca da 20 anni ed è all’origine dei milioni di licenziamenti e delle migliaia di chiusure di imprese”. Ora il segretario FIOM si vanta degli accordi che ha saputo strappare (Lamborghini) e delle trattative in cui si impegna  (Whirlpool), si dice “assolutamente contento” delle mille assunzioni FCA a Melfi ma ricorda che Marchionne aveva promesso 20 miliardi per l’Italia e un milione e 400mila vetture prodotte, mentre “siamo solo a 700mila”. Poi spiega che la “coalizione sociale non ha il compito di riorganizzare la sinistra” ma di “riunire il mondo del lavoro”. Insomma, vuol fare sindacato e boccia persino lo schema destra- sinistra: “è un modo vecchio di ragionare. Sono arrivato a proporre la coalizione sociale proprio perché un partito che si dice di sinistra ha cancellato i diritti dei lavoratori come non aveva fatto la destra.” Il terzo scatto -Corriere pagina 11- immortala una Maria Elena Boschi, con gli occhi a fessura e i denti in mostra, accanto a un De Luca sornione sullo sfondo del Vesuvio. Il sindaco di Salerno se ne infischia della Cassazione: “non sarò sospeso”, ripete. Con lui, l’intero Partito della Nazione, nonostante una legge dello stato -sbagliata o meno che sia- dica il contrario, nonostante toccherebbe al premier e segretario del PD sospendere il governatore del PD, qualora fosse eletto governatore . Sulla Stampa, un altro scatto mostra  Rosy Bindi sotto assedio: oggi alle 13 riunirà,finalmente, la Commisione Antimafia per comunicare la lista dei candidati impresentabili. Si aspetta fulmini e saette. La foto di Maria Teresa Meli. Sì, proprio lei, la retroscenista. Per corredare la sua velina renziana di oggi, “dei sondaggi non mi fido,una parte del PD e della CGIL gioca contro”, il Corriere ha scelto una foto perfetta: Bersani che sorride alla Paita con dietro una bandiera del PD. In Liguria la ditta sta con la candidata ufficiale, nonostante gli imbrogli, la cacciata di Cofferati e di Pastorino, e nonostante il titolo del Fatto Quotidiano: “Renzi & Paita, 140 milioni per l’ospedale elettorale”. A 48 ore dal decisivo voto in Liguria, via libera ai lavori per la nuova struttura di La Spezia affidata alla Pessina Costruzioni, titolare dell’80% delle quote de “l’Unità”. Il Giornale si vendica: “Porcate a gogò”.Ultimo selfie: I 5Stelle in lizza per le regionali si fotografano senza Grillo. Sperano così di attrarre i voti dei tanti che mal sopportano l’attuale politica di governo e di (finta) opposizione berlusconiana.

Quando il voto cancella la legge

Blatter l’inflessibile. Aveva preteso punizioni esemplari per il calciatore che tocca l’avversario da dietro, o simula di aver subito il fallo, o si toglie la maglietta in campo. Intanto, con le mani in pasta da trent’anni e da 18 capo assoluto del calcio, si era ritagliato un sistema di “corruzione rampante, sistemica, profondamente radicata”, Financial Times. Chi l’avrebbe mai detto! Semplicemente tutti, perché tutti sapevamo, anche noi distratti utilizzatori finali delle imprese gestatorie di Messi e Ronaldo. Però se un padrone del calcio, non solo ruba ma perde il senso del limite e decide di spostare il circo Barnum a Mosca, alla faccia delle sanzioni, allora si muove l’FBI e Blatter e i suoi sodali si nascondono sotto un lenzuolo, mentre li accompagnano in carcere.

 

Il popolo lava i peccati. Questo dice Enzo De Luca, intervistato dal Corriere: “Un minuto dopo la vittoria, puff” e fa il gesto di cacciare una zanzara fastidiosa. “La Severino è uno scandalo – prosegue – in certi casi puoi candidarti ed essere pure eletto ma poi non puoi governare. Una legge ad personam, fatta per sindaci, governatori, assessori. Siamo pazzi? È il frutto avvelenato di un impazzimento. Fanno le leggi a livello più basso di certi paesi subsahariani”. È possibile che la legge sia fatta male, scritta sotto la pressione del pubblico sconcerto davanti alle cifre della corruzione – ogni anno 60 miliardi in fumo -, può darsi che l’abuso d’ufficio -r eato che talvolta può configurarsi anche per un errore, un codicillo trascurato – non dovesse essere inserito tra quelli che danno luogo a inelegibilità. Ma è una legge dello Stato, come l’obbligo di portare il casco, di fermarsi alle strisce, di non superare i limiti di velocità. Ma per l’eletto la legge non vale. Possibile?

 

Partito della Nazione. La ragione per cui Renzi lo bacia e Guerini – il vice segretario – lo difende, è semplice. Il sindaco di Salerno è l’emblema del Partito della Nazione. Ha amministrato con un piglio sbrigativo che è piaciuto a molti concittadini, i quali lo hanno rieletto con il 74% dei voti, ora dà la scalata alla regione e se vince, grazie ai guai della destra, all’immaturità dei 5 stelle, allo scoramento di chi si astiene, nessuno lo potrà giudicare. Un sindaco, un Governatore, un Premier, eletti dal Popolo, grazie a una politica che sa dividere gli avversari, li sputtana e li asfalta. Democrazia esecutiva, si chiama. Rosy Bindi si affanna per presentare venerdì all’opinione pubblica la lista dei candidati che non dovrebbero esser candidati. Tra i partiti uniti che la frenano e i 5 Stelle che ne approfittano. La risposta del PdN la dà sempre De Luca: “500 candidati, nelle liste, come potevo controllarli tutti?” E poi, cosa contano?

 

Il bravo commentatore s’inquieta. Massimo Franco vede “il rischio di alimentare il partito degli astenuti”. Secondo Stefano Folli, “persino una franca vittoria del Pd, ammesso che sia a portata di mano, potrebbe non bastare, se dovesse lasciare il premier-segretario prigioniero delle beghe locali”. Marcello Sorgi teme una rimonta a 5 Stelle: “alle prossime elezioni politiche, che potrebbero arrivare prima del 2018, in ballottaggio andrebbero Renzi e Di Maio. E se Renzi rivincerà, com’è possibile, l’altra metà del cielo politico italiano sarà grillina. Non è poco”. Non è poco ma era tutto scritto: nella riforma costituzionale ed elettorale, nel jobs act e nella sfida che Renzi sta lanciando al mondo della scuola. Convinto di poter, solo lui, salvare l’Italia, il caterpillar al governo sta spianando il regime senza sapere come ricostruirlo. È un leninista senza rivoluzione, un De Gaulle senza visione. Quando lo capirà, nel 2019 o giù di lì, con l’ultimo colpo di politica, cancellerà l’Italicum. Lasciando il successore con la proporzionale e… un palmo di naso..

Questione immorale

Dolce e amaro. Così, il risveglio di Renzi. Dolce, il governatore della banca d’Italia: Ripresa avviata, il jobs act dà i primi frutti, le riforme non si fermino”, Repubblica. Amarissimo il giudizio della Cassazione che nega a De Luca l’ancora di salvezza del TAR. Amaro il  pasticcio nell’ufficio di presidenza dell’antimafia, che si è diviso, con fuga di notizie sulla lista dei candidati impresentabili. “Cassazione e antimafia. Regionali a rischio caos”. Recita la Stampa. “Il giudice riapre il caso De Luca”, Corriere della Sera.

 

Riforme e bad bank. Già nel titolo il Sole24Ore offre la chiave per capire le considerazioni conclusive di Visco. Al governatore piace – spiega Fubini su Repubblica – “l’idea del governo di fornire garanzie pubbliche per aiutare le banche italiane a liberarsi di almeno 100 miliardi di crediti inesigibili”. L’Europa non sembra convinta e Visco appoggia Renzi. Ecco che definisce: “Un buon segnale aver ridotto il disincintivo alle assunzioni a tempo indeterminato”, anche se è ancora “prematura” una valutazione sugli effetti del jobs act”, bene gli 80 euro, che hanno dato una boccata d’ossigeno a molte famiglie in difficoltà, anche se non hanno aiutato i più poveri e in parte sono finiti a chi non ne aveva bisogno”. Bene le riforme promesse. Visco ne vuole una, in particolare, quella della pubblica amministrazione.

 

De Luca silurato, farsa in antimafia, titola il Fatto. La corte ha stabilito che tocca al giudice e non al TAR decidere sull’elegibilità del candidato di Renzi in Campania. Così, se De Luca fosse eletto, Renzi dovrebbe subito sospenderlo. Nessuno sa, poi, per quanto tempo il rimosso resterebbe sospeso e chi governerebbe nel frattempo.  Quanto all’antimafia, ieri il premier si è subito chiamato fuori: “nessun candidato del Pd è impresentabile”, ma la lista non è ancora stata pubblicata e la fuga di notizie, che ha costretto la Bindi a soprassedere e a convocare per venerdì l’ufficio di presidenza, parla almeno di un impresentabile in Puglia a sostegno di Emilano. Sulla Stampa Marcello Sorgi scrive: “rottamazione mancata che rischia di costare cara”.

 

Questione immorale. La chiamerei così. Non solo per la vergogna delle candidature indecetenti, ma anche per lo scandalo altalenante che ne traiamo. “Per liberarsi finalmente della supplenza giudiziaria che tutto deforma a partire dal ruolo stesso dei magistrati, -scrive Buccini in una nota sul Corriere dal titolo al voto col capogiro –  i politici non avrebbero che una via maestra: dimettersi in caso di ombre sul proprio operato e buttare fuori dai partiti ladri e corrotti”. Semplice, no? Al contrario si usa “confondere la sacrosanta presunzione di innocenza dovuta a ogni cittadino con un diritto-dovere di incollarsi allo scranno fino alla sentenza definitiva, conferisce a quella sentenza (e dunque al potere giudiziario) una impropria funzione di legittimazione del potere politico”. Di qui “il delirio italiano”, Brambilla, Stampa.

 

Timeo Danaos et dona ferentes. Ora Renzi promette una legge sui partiti e Ignazi, Repubblica, nota: “una norma che offra con forza di legge una rete di protezione alle minoranze può favorire un rapporto più disteso con le maggioranze”. Sirene, che forse hanno convinto Bersani, a sostenere, sia pure indirettamente la Paita in Liguria. Intanto la Meli  scopre, nientemeno, che Renzi intende aprire a Landini e alla sua legge sulla rappresentanza sindacale: “I lavoratori e le lavoratrici hanno il diritto di votare i propri contratti e i propri accordi”. Che bravo! Ma se avesse voglia di dialogare, cominci con il ritirare il disegno di legge sulla scuola. Beninteso, senza bloccare le assunzioni.

Iglesias parla italiano

Lo sfratto, Il manifesto chiama così l’esito delle elezioni in Spagna, giocando sulla lotta contro gli sfratti del futuro sindaco di Barcellona. Repubblica mette insieme Spagna e Polonia, e parla di “sfida all’Europa”. Cominciamo da qui: la Gran Bretagna che vuole uscire, la Grecia che non vuol pagare, la Polonia che va a destra, la Spagna che pretende di difendere le vittime della crisi, sono altrettanti tarli che minano la tavola europea sulla quale mangiano?

 

Il contagio del populismo. Massimo Franco parla di “ricetta velleitaria e fumosa”, per la Spagna e per la Grecia, che “conduce a una deriva come minimo paralizzante”.  La colpa sarebbe dunque – si chiede Lucio Caracciolo su Repubblica – “dei populisti di destra e di sinistra, da Salvini a Tsipras passando per Le Pen e Iglesias, irresponsabili agitatori che parlano alla pancia della gente. Tutti in un calderone — nazistelli, opportunisti e democratici sinceri?” “Spiegazione di comodo”, obietta Caracciolo, “perché il sogno dell’integrazione era già andato in pezzi”, Per via delle regole dell’austerità – che ci siamo imposti quando credevamo di imbrigliare la Germania -, per l’assenza di una politica europea libera dal “protettorato a stelle e strisce”, per il fatto che “la vocazione di Angela Merkel, leader massimo europeo, è quella di vivere precisamente alla giornata”.

 

Europa da rifare. L’ha detto ieri il  compagno che risiede a Palazzo Chigi. Da rifare, mica in qualche dettaglio, ma nientemeno che su “lavoro e fisco”. Esternazione che fa titolo su Stampa e Corriere. Dovremmo, dunque, presumere che il lungo silenzio italiano sulla Grecia finalmente finirà. Ieri Atene ha detto che proverà a pagare la prossima rata degli interessi sul debito. Un modo per chiedere soccorso: ristrutturazione del debito e nuovi prestiti, in cambio di profonde riforme ma non di nuovi tagli a lavoro e occupazione. Renzi difenderà questa posizione, l’unica ragionevole e la sola che difenda l’Italia da rischi futuri? Chiederei anche: siccome non può sfuggire al rottamatore come la crisi dei partiti consista proprio nel fatto che non sanno più ascoltare le richieste della base, rincuncerà Renzi alla legge, impopolare e sbagliata, sulla scuola?

 

Perchè in Italia non c’è Podemos? Direi, per un regalo postumo dello stalinismo di destra così a lungo egemone sulla nostra sinistra. Nel 2010 – 2011, quando si cominciò a capire cosa fosse la crisi, avevamo Napolitano al Quirinale. Che sorresse Berlusconi e poi passò il testimone a un governo di destra-sinistra, guidato da Monti. Perché, dopo il voto del 2013, la coalizione “Italia bene comune” si è dissolta e gli odi tra i leader post comunisti e democristiani hanno ridato la palla proprio a Napolitano. Perché, infine, alla guida della reazione sociale – e vitale – a tutto ciò, ci siamo trovati un campione della piccola borghesia all’italiana. Tale Beppe Grillo, che comprende gli umori del paese, ma che dal paese pretende obbedienza cieca. Come i “rivoluzionari” narcisisti che nel Risorgimento pretendevano che i contadini meridionali li seguissero, come  Feltrinelli che contava sui pastori sardi, come i tanti che cominciarono arditi e finirono fascisti. Il rottamatore rischia di essere il Frankestein creato da Giorgio e Beppe. O forse mi sbaglio?

 

Iglesias parla italiano. Conosce bene la nostra lingua, ha studiato legge e scienze politiche, ha preso un dottorato a Cambridge. Podemos non è oggi né il primo né il secondo partito in Spagna, ma ha scelto di allearsi, di fare politica. Da domani governerà Barcellona e Madrid.

 

Europa, dove vai?

Sì, se puede. La Spagna l’economia riparte, tra il 2 e il 3% in più dice il PIL, il premier Rajoy è lodato in Europa per le sue “coraggiose” riforme, ma agli elettori questo non basta. Podemos ha vinto le elezioni a Barcellona: la sua candidata, Ada Colau, 41 anni, nota per aver costruito una piattafirma contro gli sfratti, ha sconfitto il sindaco nazionalista uscente, Xavier Trias: 25,2% contro 22,7. A Madrid, Esperanza Aguirre, del Partito Popolare, ha un seggio in più della sfidante Manuela Carmena, Ahora Madrid, appoggiata da Podemos. Però quest’ultima, giudice nota per la difesa dei diritti umani, potrà coalizzarsi con i socialisti e governare, mentre Ciudadanos, cittadinanza attiva ma moderata, altra novità di questo voto, non vuole allearsi con i popolari. In ogni caso la Spagna ha sepolto il bipartitismo. Socialisti e popolari o si alleano o non governano.

 

Europa dove vai? Sarà presidente della Polonia, Duda, ultra nazionalista e popolusta, erede dei famigerati gemelli Kaczinski. Mentre in Grecia Varoufakis si è preso la sua rivincita sulle mezze figure, dorotee e supponenti, che straparlano a Bruxelles “Atene: senza di noi la fine dell’euro”, è il titolo del Corriere. “Finiti i soldi, non paghiamo i debiti. Incubo Grexit nella UE”, scrive Repubblica.  Un fatto è certo, la flessibile compiacenza di Hollande e di Renzi nei confronti della signora Merkel non ci porta da nessuna parte. O la sinistra proverà a cambiare l’Europa, a trasformarla in un confederazione politica e solidale, cattedrale dei diritti, faro della democrazia, casa del welfare, oppure l’Europa della Merkel, pitocca con i paesi del Mediterraneo, subalterna a Washington in Ucraina, bugiarda sulla guerra in medio oriente, nutrice di nazionalismi reazionari andrà presto in pezzi.

 

4-3 o 6-1, per me pari sono. L’ha detto Renzi a che tempo che fa.  Abbiamo capito: qualunque cosa accada, resterà a Palazzo Chigi. Abbiamo capito: piangere miseria e annunciare sciagura serve per poter poi abbellire il successo, favorito dall’altrui crisi e dall’astensione.“Vinciamo e poi mi occuperò del partito”, promette il premier segretario. Ma rispondere pure, se #nomfup glielo consente, alla nostre modeste ma dignitose battaglie in Senato. Per non varare una legge sulla scuola contro tutte le categorie della scuola: la sinistra ha il dovere di ascoltare. Per modificare una revisione costituzionale (riforma del Senato) che consentirebbe al premier plebiscitato nel ballottaggio di mettere le mani pure sugli istituti di garanzia.

 

Proletarizzazione. Ilvo Diamanti su Repubblica. Nel 2006 il 53% degli italiani riteneva di far parte del ceto medio. Ora solo il 42%. Al contrario solo il 40% stimava, allora, di far parte della classe operaia, o comunque del ceto popolare. Oggi questa percentuale sale al 52%. Da tempo scrivo di proletarizzazione delle middle class, fenomeno che riguarda tutto l’occidente e si accompagna allo strapotere di un piccolo gruppo di ricchissimi e potentissimi. In Italia, il numero di chi si sente “classe dirigente” passa dal 6 al 3%.

 

Che fare? Bisogna accompagnare questo processo ineluttabile, puntare sui consumi comuni, su una qualità del vivere che non consista più nello spendere troppo per aver tutto per sé e subito, bisogna far pagare di più ricchi e corrotti. E trasformare la scuola pubblica, che non può più funzionare da ascensore sociale, nella fucina di una formazione di base, logica e polivalente, per tutti. Dando al figlio dell’immigrato senegalese e a quello del grande medico, almeno una possibilità. Una chance per tutti.

Non dire a nomfup che…

Che bello,si discute! L’unanimismo timoroso che diffondeva un unci pensiero, la melassa degli ossequi al potente e la ribalderia con chi dissente, oggi, lasciano il passo al dubbio, alla riflessione critica, e persino alla seconda domanda.

Avvertimento di Draghi. Quel che si sapeva piomba, in prima, sul Corriere: la convergenza tra le economie dell’Euro non si sta realizzando,l’uscita della Grecia avrebbe conseguenze, “a rischio, l’unione europea”. Parola di Draghi. Certo il Corriere precisa “senza riforme…è a rischio”. Ma Draghi sta parlando delle riforme di Renzi? Giudicate voi. Molti Paesi europei “hanno alzato le tasse, aumentato la spesa pubblica, tagliato gli investimenti: esattamente quello che non deve essere fatto”. In Italia sono diminuite le tasse, si è ridotto l’ammontare della spesa, sono crecsiuti gli investimenti pubblici e privati? Direi di no.

Sindacato unico, che gaffe. “La banca centrale -scrive il Corriere- non ha l’obiettivo di spingere per la riduzione delle protezioni sociali o di ridimensionare il ruolo dei sindacati”. La BCE no, il nostro premier forse sì. Ed ecco che Repubblica titola: “Sindacato unico. Scontro tra Renzi e Cgil,Cisl,Cisl. Camusso: un progetto da regimi totalitari”.  Vi avevo chiesto ieri di perdonargli  perchè, a volte, non sa quel che dice. Gli succede perchè è sovraesposto, non si ferma a riflettere, si fida troppo dell’intuito. Però le gaffes di renzi si possono anche leggere come voci dal sen fuggite Forse rivelano quello che sta dietro il correre senza tregua da una riforma all’altra. L’illusione che riducendo diritti, e ruolo dei sindacati, e potere di controllo del Parlamento, sia poi più facile governare. O meglio -nell’accezione renziana del governare-  gestire i margini, ristretti, che Europa tedesca e ripresina concedono. Un’illusione e un errore.

Sì,no,non lo so! Il Sole24Ore interroga la Boschi, ma le domande di Fabrizio Forquet si fanno incalzanti, le risposte sempre più vaghe, l’intervistona finisce a pagina 2. Sulla scuola al Senato metterete la fiducia? È l’estrema ratio. Riaprirete la partita del rofrme costituzionali? Stiamo dialogando non la minoranza interna (dove, con chi, in segreto?). Non escludo nemmeno che Forza Italia, o una parte di essa, possa riaprire un confronto con noi sulle riforme costituzionali. Non sanno cosa faranno ma sono sicuri che lo sapranno quando sarà!

Storytelling. “Così il portavoce di Renzi pilota i giornali e le tv”, scrive il Fatto Si chiama Filippo Sensi, si firma @nomfup, (not my fucking problem) ed è il Bonaiuti di Renzi. “Il lunedì fa trapelare il tema che farà discutere durante la settimana. Ogni sera, a telegiornali quasi esauriti, Nomfup manda un sms ai cronisti che seguono il governo con la formula “Renzi ai suoi. I giornali ottengono l’esclusiva di “Renzi ai suoi” e svelano il pensiero del fiorentino. Le agenzie di stampa nazionali, accatastate in una conversazione di WhatsApp , smussano, correggono, s’adattano all’evoluzione di una giornata”.Così scrive Tecce. E i giornalisti perchè ci stanno? Perchè così si sentono importanti, perché contano di più in redazione. Ho la fonte, ho la notizia,  ho l’sms, ho il WhatsApp, sono nella brigata di Renzi e farò carriera.

Il mondo cambia “Irlanda sì alle nozze gay -scrive La Stampa- Noi (i cattolicissini irlandesi!) pionieri nel mondo” Cambia il mondo e lo storytelling non lo sa. Scrivo da Paceco, giù giù, in Sicilia. Da aprile il comune non paga più gli stipendi. Nessuno risponde, nè a Palermo nè a Roma, e il sindaco, Roberto Bruno, da una settimana ha smesso di mangiare. Ecco l’Italia delle riforme che non riformano!

Di Corradino Mineo