Pajetta li chiamava forchettoni!

L’Italia decolla! E dove scappa? In questo aforisma di Altan, c’è tutto il mio sconcerto. Cosa decolla? L’Italia del pizzo, della “sottomissione totale” (Bolzoni, Repubblica) a Buzzi e Carminati, “Padrini di Roma”, come scrive il Tempo? E dove può mai scappare l’Italia onesta dei pensionati, usati come bancomat per trovar soldi, degli insegnati, cui si chiede di mettersi a disposizione del preside che li chiamerà o non li chiamerà e li farà penare come gli garba? “Lo scandalo di Roma scuote il Pd”, Corriere della Sera. “Ci stiamo mangiando Roma”, Repubblica. “Tangenti pure sugli immigrati”, Stampa. “Roma va sciolta per mafia”, Il Fatto Quotidiano.

 

Marino è un marziano. Non c’entra. Ci credo, ne sono sicuro. Ma allora c’entra il Pd. E l’altro partito, di destra, con cui il Pd governa, e riforma, da quasi 4 anni. Tredicine e Ozzimo, Gramazio e Odivaine,  uomini rudi della destra e consigliori delle amministrazioni di sinistra. Uniti appassionatamente, due euro per ogni immigrato, cooperative “rosse” e di comunione e liberazione, sempre pronti a “mungere la mucca” sotto lo sguardo del “guercio” Carminati. Va beh, ma la retroscenista – sempre quella – oggi ci fa sapere che “Renzi cerca di tenersi a distanza”. Perciò ordina: “cacciare dal partito chi ha rubato”. Dopo che lo hanno messo in manette.

 

Il partito dei 101. Propri o quello che affondò Prodi per governare con Berlusconi, che scrisse insieme a Lupi lo sblocca Italia – poi venne fuori il nome di Ercole Incalza -, che ha avuto un fremito di orgoglio quando Renzi ha regolato i conti con il sindacato di Landini, che ora esulta per la discrezionalità che si vuol dare ai presidi “perché qualcuno deve pur decidere”. Il partito che insulta Rosy Bindi – oggi la difende De Siervo sulla Stampa -, che candida De Luca perché “primum vincere, deinde philosophari”. Che ha fatto Matteo Renzi contro questa onorata congrega che “intanto governiamo, poi si vede”? Niente e tutto. Non l’ha rottamata e l’ha riciclata. Il suo azzardo giacobino – mille deleghe al governo e un premier eletto con pieni poteri – si è calato sul marcio di prima. Chi si è sottomesso, ora fa parte della squadra. Non si poteva mica fargli l’analisi del sangue, né dar retta a Mattarella, “priorità è la lotta a mafia e corruzione”, né a don Ciotti che è pure amico di Landini, e neppure al Papa, che crede nei santi e dimentica i fanti.

 

Se mi chiamassi Matteo. Andrei tra gli insegnanti: “non mi avete persuaso, ma ho il dovere di ascoltarvi, fermiamo la legge, discutiamo”. Manderei un mazzo di rose alla Rosy. Andrei a Napoli e sospenderei De Luca: “amico mio, grazie per quello che hai fatto, ma la legge è legge e io sono sottomesso solo alla legge”. Poi chiamerei Barca, gli darei la delega all’organizzazione del Pd: “trova giovani volontari e pensionati appassionati, cercali lontano dagli affari, ricorda loro che la politica è un onore, un onore che si paga uscendone più poveri”.

 

Rompere l’assedio. Non mandare dalla Gruber un Orfini che sembrava un avvocato difensore – l’ha detto Tramontano del Giornale – invece che un politico. Discutere con Di Maio del reddito di cittadinanza. Far sapere alla Merkel che ha ragione Tsipras, perché la prima riforma  neo paesi bagnati dal Mediterraneo è la lotta alla corruzione. Chiamare gli industriali e dirgli alla Kennedy: “non chiedete al governo di allungarvi nuovi incentivi, chiedetevi cosa voi possiate fare per l’Italia. Solo così potrà decollare l’Italia onesta, l’Italia del lavoro, l’Italia orgogliosa di dirsi Italia. Non lo farà? Resterà sotto assedio, peggio della Troia di Priamo. Che fai, cambi la Severino per salvare De Luca? Sciogli il comune di Roma? A me, che dai? E Verdini come lo paghi? Cosa dirai a Salvini che agita la ruspa? Che è razzista? Vero| Che si mangia i bambini degli immigrati e il futuro del mondo? Certo! Potrà sempre risponderti, con il Pajetta rampante del 1953: “e tu sei circondato da forchettoni.

Lo stallo

Il non titolo. C’è qualcosa che manca nella prima pagina dei grandi giornali ed è un titolo, anzi il titolo, su Matteo Renzi. Da 18 mesi quel titolo, forte, deciso, assertivo, ci confortava ogni mattina in prima pagina. Oggi no. Un vuoto incolmabile, incomprensibile, intollerabile! Tanto che la Stampa se lo inventa. In mancanza di notizie, esprime un auspicio: “Il lavoro cresce. Renzi apre al dialogo”. La toppa è peggio del buco. Ci vovelva qualcosa di più innovativo: “Sulla scuola Renzi fa marcia indietro” o di maschio e rottamatore “Renzi non sente storie: merito e preside sindaco”. E su De Luca? “Renzi cambia la Severino” Niente. Oppure “Renzi sospende il suo governatore” Quando mai!

 

Le roi se cache. Lasciata la playstation, si nasconde, prende tempo, intanto osserva. L’avevo capito nel pomeriggio, in Commissione Cultura. Si palpava che miei amici renziani non fossero riusciti a parlare col capo. La loro difesa della legge sulla scuola era stata scolastica, non illuminata da un giudizio sulla fase: procedevano per prassi inerte. Poi alle 18,30, gruppo dei senatori PD. Walter Tocci aveva subito messo i piedi nel piatto: la legge va cambiata. Si approvi subito il pacchetto delle assunzioni e si riscriva il resto, con il tempo che serve. Apriti cielo? No, obiezioni di rito: “non possiamo sempre rinviare”, “la legge è cambiata cambiamola ancora”. La ministra Giannini guardava nel vuoto. Poi tutti a cena: se ne torna a parlare, forse, martedì.

 

Patroni Griffi. Fu ministro della funzione pubblica nel governo Monti. Proprio lui fa titolo oggi sul Corriere. “Renzi ha tempo su De Luca”, dice Patroni Griffi ma poi aggiunge che la sospensione, inevitabile, avrà effetti retroattivi. Vale a dire che il governatore eletto non potrà nominare un uomo di fiducia che lo sostituisca durante la sospensione. Il nodo è là e, per ora, nessuno lo taglia. Intanto i dirigenti PD si rimangiano le infamie contro la Bindi. nessuna ritorsione.

 

Istat e Grecia Repubblica se la cava così: “Cresce l’occupazione anche per i giovani. Grecia, accordo vicino”. Sì i dati dell’Istat di aprile sono buoni: 159mila posti di lavoro in più. Assunti dei giovani, finalmente, persino qualche over 55. Un’unica pecca: per ora l’industria non si muove, ancora non aasume. Conviene mantenersi prudenti, aspettare l’autunno e, finalmente, si può dire quel che tutti sapevamo – lo fanno Riva, Repubblica, Ferrera, Corriere – i proclami enfatici di Poletti coprivano risultati negativi. Il primo dato buono è questo. Aprile, primo mese del jobs act. Una promessa, nient’altro che una promessa.

 

Salvata la Grecia. Il Sole dà la cosa per fatta. “L’intesa – spiega – è vicina”. Perché “Berlino vuole l’accordo”. Il debito sarà ristrutturato, cioè si riconoscerà che Atene non potrà rimborsarlo per intero. E – ancora più importante – si riconoscerà a Tsipras che non ha tutti i torti quando rifiuta di stringere troppo la corda intorno al collo di pensionati e dipendenti pubblici. Schäuble – la linea dura – è stato sconfessato proprio dai “mercati”. È bene che qualche titolo pubblico resti remunerativo: Europa e BCE garantiscano per la Grecia. Colpi di coda sono possibili, il clima è cambiato.

 

Niente avventure, dunque. Neppure in Italia. Perché, cari lettori, dopo domenica tutti sanno che non si vota e che Renzi non si dimette. Dunque, basta minacce, meglio fare i conti. Più saggio rifare i conti della maggioranza in Senato: chi lascia la maggioranza, ieri Mauro e Di Maggio, chi entra Verdini (?). Il margine è di 9 senatori, i dissidenti del PD sono 23. Se non votassero la fiducia dovrebbero uscire dal PD e cercare fortuna altrove. Ma Renzi dovrebbe trovarsi un’altra maggioranza.

 

Lo stallo. Ecco il titolo, la partita non si chiude, non vince nessuno. Non c’è Alessandro che tagli il nodo di Gordio. Il decisionismo va in soffitta. Per ora.

 

Appunti sulla scuola

Riforma?

La legge Giannini, non propone un’idea di formazione per stare al passo coi tempi, non indica quale debba essere la missione della scuola pubblica, non ridà all’insegnante il ruolo centrale che dovrebbe avere. Riforma?

La più fascista delle riforme, come Mussolini definiva la legge Gentile del 1923, proponeva un’idea di formazione (classico umanistica per le classi dirigenti, avviamento professionale per gli altri), affermava un’idea di scuola pubblica, laica e nazionale, e metteva il maestro al centro del sistema educativo. 92 anni dopo si poteva far meglio.

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Lo azzannano ai garretti

Querele temerarie. Sono quelle che affaristi, politici corrotti, imprenditori con la coda di paglia, annunciano per intimidire i giornalisti. Somiglia a una querela temeraria quella presentata ieri in questura contro Rosy Bindi dal presidente eletto della Campania. “Inserendomi nella lista detta degli “impresentabili” – questa è la tesi del neo governatore sotto minaccia di sospensione – la presidente dell’antimafia mi ha diffamato, ha attentato ai miei diritti costituzionali, ha commesso abuso d’ufficio”. Tesi risibile. Infatti ancorché De Luca abbia (e gli fa onore) rinunciato alla prescrizione, su di lui pende comunque un procedimento giudiziario per corruzione continuata, reato per il quale il codice antimafia (sottoscritto dal PD) prevede la non candidabilità. Bindi non poteva non inserirlo nella lista. Che poi codici e liste servano  davvero a qualcosa, questa è tutta un’altra storia. Dunque iniziativa giuridicamente risibile, quella di De Luca, e politicamente di dubbio gusto. “Pd, lo scontro arriva in tribunale”, Corriere. “Vogliono arrestare la Bindi”, Giornale. “Nel Pd ora è guerra di denunce”, Stampa

 

Una norma ad personam. È questo – secondo il Fatto – che De Luca pretende da Renzi. Perciò gli tira la giacca. E trova alleati fra coloro, come Orfini e, curiosamente, anche Cantone, che vorrebbero attribuire la sconfitta elettorale di domenica – due milioni di voti in meno, le candidate renziane Paita e Moretti asfaltate – a chi avrebbe non lasciato lavorare il giovane premier, alla “minoranza” dei gufi. Il gioco è troppo scoperto. Ecco come Stefano Folli, Repubblica, riassume il messaggio di De Luca al premier: “intendo restare al mio posto per tutto il tempo necessario, forzando per quanto è possibile i limiti della legge Severino, e mi aspetto il massimo sostegno dal governo e dal mio partito”. Simmetrico e contrario il messaggio al premier del ministro Orlando: “La suggestione del partito della nazione mi pare superata da queste elezioni. Oggi l’obiettivo – dice al Corriere – è costruire un grande soggetto riformista del centrosinistra”. Non so se Orlando se ne renda conto, ma sta chiedendo a Renzi di rinunciare alle riforme, troppo autoritarie e centrate sulla delega al governo, di cedere la macchina del partito (a Barca?), di rinunciare allo storytelling del leader invincibile che governa da solo, coadiuvato da governatori e sindaci.

 

L’italicum fa acqua. Scusate la superbia, peccato – lo so – gravissimo, ma me la rido leggendo con gusto Ceccanti (ieri) e D’Alimonte (oggi). Questi chierici, in preda al demone del potere, si affannano a dire che la legge elettorale favorirà il confronto al centro tra una destra e una sinistra moderate. Quando i dati, e non solo la logica, dimostrano il contrario. Senza contrappesi, senza la possibilità di coalizzarsi tra primo e secondo turno, l’elezione del premier e l’attribuzione del premio di maggioranza vedranno, al ballottaggio, uno scontro sistema – antisistema. Renzi versus Di Maio. O Salvini contro Renzi. Hanno costruito un mostro – l’Italicum -, che non c’è in nessuna democrazia liberale. Perché volevano mettere al sicuro le magnifiche sorti e progressive del loro mentore. Ora piangono lacrime di coccodrillo, si affannano, si scompongono perché vedono la corona del sindaco d’Italia insidiata dai barbari.

 

Grecia. “I creditori si uniscono per salvare il salvabile”, si potrebbe tradurre così il titolo del Financial Times. “Merkel e Hollande fanno pressioni per strappare un accordo”, Le Monde. E il Sole vede effetti interessanti per i mercati: “Grecia e inflazione spingono euro e rendimenti dei bond”. Insomma, inutile gesticolare troppo: la Grecia non pagherà – perché non può farlo – parte del suo debito. L’Europa ha un interesse vitale a concedergli ancora credito. La battaglia è stata – ed è – tutta politica: il tentativo di umiliare Tsipras e Varoufakis, di indebolirli, di costringerli a contraddire, almeno in parte, gli impegni con gli elettori. Perché nessun altro in Europa osi alzare la testa

Tutti a scuola!

Le roi s’amuse. Filippo Ceccarelli, Repubblica, racconta così la foto del “monarca” Renzi che gioca alla playstation con il “Gran Ciambellano del Nazareno” Orfini. Immagine diffusa – nota Ezio Mauro – “per trasmettere agli elettori un segnale di tranquillità da oratorio, che è inveceun segnale del nulla, senza significato e dunque inquietante come tutte le false sicurezze”. Poi il monarca, indossata la mimetica, è volato in Afganistan. Ai suoi prodi l’onrere di esporsi alle telecamere, con gli occhi mesti e le mascelle serrate! “È andata bene. Scontro nel PD”, Repubblica. “Renzi prepara la resa dei conti”, Stampa. “L’offensiva di Renzi”, Corriere.

 

Il riflesso istintivo è di difesa, scrive Massimo Franco. Intanto piange la Paita, “io consumata da una politica feroce”. Piange lady like, Moretti: “mi hanno presa di mira”. E il Gran Ciambellano, dopo aver stancamente ripetuto “è una vittoria”, prova persino a prendere aria dal monarca: “il Pd: non è il partito della nazione, ma il principale partito della sinistra europeo”. Come spesso gli accade, ha capito poco. Le vittorie di Rossi, di Emiliano, di De Luca confortano chi vuole il partito pigliatutto, che non rottama più ma ricicla. Come ad Agrigento, dove un tal Firetto, Udc, Pd, , prende il 60%. Piccoli sovrani intorno al sovrano di Palazzo Chigi.

 

Dati senza pietà. “Salvini supera Silvio e adesso a destra soffia il lega forzismo”, scrive Diamanti. L’istituto Cattaneo conferma: solo la Lega ha vinto, raddoppiando i voti rispetto alle politiche e avanzando del 50% sulle europe. Il PD perde due milioni sulle europee e uno sulle politiche di Bersani. M5S, meno un milione di suffraggi sulle europee e quasi 2 sulle politiche (ma si consola di essere in campo e non più solo per Grillo), Forza Italia perde quanto i 5 Stelle ma non si consola: oltre a Salvini ha vinto pure Fitto. La destra è divisa e probabilmente continuerà a dilaniarsi, i 5 Stelle devono ancora cercare il loro perché, Renzi più che ringhiare dovrebbe riflettere.

 

Storytelling? Nessun commentatore osa negare la battuta d’arresto del giovane premier.C’è però chi, come Gramellini, parla di “sconfitta più narrativa che politica”. Perché Renzi, spiega, ha ridotto “il governo e l’Italia a un gigantesco programma televisivo di cui si considera il presentatore unico…si sente Messi, ma per tenere l’Italia dovrà diventare Guardiola, uno scopritore e coordinatore di talenti”. Per Ricolfi (Sole) il problema più strutturale. Perchè è tornato il tema criminalità e immigrazione e perché “dall’economia la gente si aspetta più che riforme risultati”. Per Polito, “il riformismo dall’alto è un errore già visto. La ricerca spesso deliberata dello scontro con i corpi intermedi non ha dato stavolta i frutti sperati. Così si rischia di pagare il prezzo più alto proprio quando si ha più ragione, come sulla scuola”.

 

A scuola, dunque! La legge Giannini è la metafora del riformismo dall’alto, dello scontro deliberato con i corpi intermedi. Prima ha rotto il vaso di Pandora promettendo #labuonascuola, poi Giannini, Faraone, Puglisi hanno presentato una cosetta che vuol mettere tutti in riga. Tutti “puniti” non si sa per quale colpa, non si sa per quale scopo. In vista della battaglia del Senato, Tocci ha preparato, per noi Gufi che non amiamo gli slogan, una vera e propia strategia emendativa. Che prova ad ascoltare le ragioni dello sciopero generale, che intende unire gli insegnanti e non armarli gli uni contro gli altri, che cerca di mettere al centro la formazione e ritrovare il senso di un’istruzione pubblica. Renzi farebbe bene ad ascoltare. Se non vuole rinchiudersi nella House of Cards. Sempre più solo, in attesa del crollo. Inevitabile.

Ha vinto, è solo!

Uno stop per Renzi. Il mito dell’invincibile rottamatore è durato solo un anno, dal 25 maggio 2014 al 31 maggio del 2015. Secondo i dati, ancora non definitivi, la candidata di Renzi, Paita ha perso la Liguria, De Luca ha conquistato la Campania, la Moretti è stata asfaltata da Zaia in Veneto. Poteva andare peggio: a un certo punto l’Umbria ballava, la Campania sembrava incerta, Renzi, zitto, giocava con la play station, Guerini e Orfini accusavano la quinta colonna interna, Bindi e Cofferati. “Come fa a non vincere?” avevo scritto ieri, e alla fine il 5-2 è arrivato, ma che fatica! Ora il premier deve ringraziare il toscano Rossi, esponente del partito prima di lui, il pugliese Emiliano che vuol governare con i 5 stelle, e il candidato che avrebbe evitato, De Luca, su cui ancora pende un rinvio a giudizio per corruzione e una condanna per abuso d’ufficio, per la quale potrebbe essere sospeso da governatore, non appena insediato. I giornali titubano. Non hanno torto: dopo un terremoto, meglio aspettare che la terra si assesti. E tuttavia devono ammettere: “Uno Stop per Renzi” Repubblica, “Il PD rischia”, la Stampa, “Sorprese nelle regioni”, Corriere, “Il Pd perde la Liguria”.

Astensione, disaffezione. Un elettore su 2 non ha votato, gente di destra ma anche di sinistra. Una forza elettorale di riserva che in un’elezione più sentita, in cui fosse in palio il governo del paese e per 5 anni, potrebbe avere un assalto di umor nero e tornare al seggio per sanzionare il governo. il Movimento 5 Stelle è tornato in corsa, con Grillo quasi assente e candidati semi sconosciuti. Forse grazie proprio a quei candidati, si afferma come primo o secondo partito. La Lega stravince in Veneto, con Zaia che umilia la Moretti nonostante la scissione di Tosi, contribuisce con il suo 20% -terzo partito dopo M5S e PD- alla vittoria di Tosi in Liguria, arriva seconda in Toscana, anche qui superando il 20% dei voti espressi e prevalendo sui 5 Stelle.

Autogol Italicum. Se si votasse con la legge fortissimamente voluta da Renzi, sulla base dei dati di ieri, al ballottaggio sarebbe Di Maio lo sfidante Renzi. Se la situazione cambiasse ancora, se i 5 Stelle ripetessero gli errori d’un tempo e rinascesse una coalizione di destra, lo sfidante potrebbe essere Salvini, perché Berlusconi non è più spendibile ma la sua resistenza gela ogni possibile diversa candidatura di destra-centro. Quante volte l’avrò scritto: l’Italicum favorisce un bipolarismo sistema – anti sistema. Come non avviene con nessun altra legge elettorale, in nessun paese di democrazia liberale. E Renzi arriverebbe al ballottaggio stanco, non più innovatore – rottamatore, ma rappresentante della continuità dil governo, successore di Monti e Letta, artefice di una ripresa che non rimette soldi e sogni in tasca al ceto medio né dà lavoro ai giovani. Che rischio! Inoltre la soglia del 3% porterà pezzi diversi del ceto politico della sinistra a presentarsi in solo, erodendo consensi al partito della nazione. Chi me l’ha fatto fare, si sarà chiesto Matteo mentre giocava con la play station.

Cherchez la femme. Forse non la sapete ma questa frase si usa oltralpe per indicare il vezzo del maschio di accusare sempre una donna per i propri guai. Mi è parso osceno il tentativo di linciaggio della Bindi. Osceno e stalinista. Se Renzi ha perso il senno, se come Re Lear ripudierà Cornelia, cioè la minoranza interna, e imporrà una pessima riforma della scuola, e proseguirà con riforme sgangherate e aziendalistiche, riuscirà a rendere la parola sinistra non più spendibile nel Bel Paese. Se invece dovesse ricredersi e ritornare sugli errori commessi, allora si giocherebbe il sostegno degli amici finanzieri e industriali, apparirebbe debole ai tanti clientes che lo circondano, getterebbe nello sconforto retroscenisti e sicofanti plaudenti. Ha vinto ancora, ma a quale prezzo!

La percezione del voto

“Tensioni sul voto”, Corriere. “La cautela di Renzi”, Stampa. “Non è un voto su di me”, Repubblica. Così i titoli. Ancor peggio i retroscena. “E Matteo teme: giù in Campania e Liguria”, scrive De Marchis. La Meli lo racconta “carico e combattivo: C’è chi dice che se non vinco 6-1 la mia sarà una sconfitta elettorale. Ma di che parlano?” Ma poi ne narra “l’amarezza. Pur di far perdere me si fa a botte in piena campagna elettorale…Bersani? Il primo a intervenire dopo la conferenza stampa della Bindi. Ma io sono un osso duro”. Sembra un egocentrico in preda al panico “non è un voto pu di me, si fa a botte pur di far perdere me”, addiruttura in preda al panico! Non è così, dice Giannelli, è il solito furbo: “A questo punto sono in una botte di ferro. Se le regionali vanno bene è merito mio, se vanno male, colpa della Bindi”.

 

Ma come fa a perdere? La destra s’è frantumata (anche per merito di Renzi) ed ha due candidati contrapposti in Puglia e due in Veneto. Grillo è stato messo all’angolo un anno fa con le europee. L’ opposizione interna divisa, con Cofferati e Civati che appoggiamo Pastorino in Liguria, Bersani e Speranza che sono andati a sostenere la Paita. Per le regionali non c’è neppure doppio turno: l’astensione potrebbe alla fine favorire i candidati del premier. Quello che preoccupa Renzi non sono dunque i numeri che usciranno dall’urna, ma la percezione che potrebbero dare, la proiezione per il futuro che gli analisti potrebbero ricavarne. L’Italicum rimetterà in gioco M5S? L’ astensione creerà un esercito di riserva che un giorno potrebbe rottamare il rottamatore? Le ferite del premier conforteranno chi dissente in Parlamento?

 

Si guardi al futuro, dunque. Scalfari oggi apprezza il documento con cui il governo vuol dare battaglia in Europa.  E ne cita  un brano: “L’obiettivo è una collaborazione rafforzata tra i diversi paesi nel perseguimento del valore aggiunto dell’Ue: l’implementazione delle riforme strutturali”. Renzi avrebbe finalmente capito -secondo Scalfari- che senza gli Stati Uniti d’Europa, la Germania, prima o poi andrà per la sua strada -ne scrive oggi Guido Rossi sul Sole- e noi altri resteremmo troppo piccoli e troppo divisi. Può darsi, che l’abbia capito. Certo per cambiare davvero dovrebbe rinunciare allo storytelling, accettare il confronto politico, anziché spianare e asfaltare. Difficile!

 

L’autogol giudiziario. “Loro sperano -scrive Ainis- di guadagnare credito sottoponendosi all’analisi del sangue; invece ottengono discredito. Perché la cattiva politica degli ultimi vent’anni ha allevato un vampiro, che di sangue non ne avrà mai abbastanza. E allora puoi anche decidere di togliere il vitalizio agli ex parlamentari condannati; quel vampiro obietterà che avresti dovuto togliergli la vita, non il vitalizio”. Ha ragione Ainis: a Renzi è piaciuto fare il Grillo, puntare sull’antipolitica, per eroderne parte dei consensi, ma così si è preso il boomerang in faccia. Sarebbe più saggio lasciare ai giudici il loro lavoro e darsi norme semplici per ogni titpo di elezione: divieto di candidare chiunque sia stato rinviato a giudizio per reati contro l’amministrazione o sia indagato per mafia o sia in conflitto d’interessi.

 

Torna Berlinguer, Luigi. E spiega che con l’autonomia la scuola rifiorirà: “Duole -scrive- che parte della sinistra, sostenendo il vecchio impianto neoidealistico, non ami l’autonomia né un vero rapporto con il lavoro e con la cultura del lavoro, con la saggezza weberiana del Beruf, del rapporto cultura professione”. Berlinguer è uomo d’onore, ma a me sembra più probabile che l’autonomia della legge Giannini costringa le scuole più povere ad arrangiarsi e accettare gli scarti, gli insegnati a dover temere, e a subire, una gerarchia funzionariale e governatica, gli studenti a dover assimilare una cultura d’azienda, competitiva e nozionistica, in auge in America, ma mezzo secolo fa.

Io sto con la Bindi

Chi è causa del suo mal. La notizia oggi è un sola: c’è pure Enzo De Luca nella lista dei candidati imbarazzanti diffusa dall’antimafia. La Stampa: “Veleni sulle urne”. Il Fatto: “De luca è impresentabile e Renzi lincia Rosy Bindi”. Repubblica: “Guerra nel PD”. Il Giornale: “PD cornuti e mazziati”. Corriere: “Caso De Luca, PD contro l’antimafia”. Grida manzoniane. Sia chiaro, i codici etici o di auto regolamentazione, tutto lo scavare che si fa nel lavoro delle procure alla caccia di un avviso di garanzia o di un rinvio a giudizio contro questo e quell’altro, l’antimafia della carta da bollo che spesso nasconde gli interessi veri, tutto ciò segnala una diffusa impotenza e una ancora più diffusa malafede nell’affrontare il rapporto tra mafia e politica, nella pratica di chi si scandalizza per i corrotti altrui ma poi si indigna se gli altri denunciano le sue magagne. Tuttavia se la Severino è ancora una legge dello stato. Il presidente del Consiglio deve rispettarla e non può perorare l’elezione di un governatore che, in forza della legge, dovrà sospendere dalla funzione. Se il segretario di un partito ha sottoscritto un codice antimafia, che lo impegna a non candidare un inquisito per corruzione, non può poi infuriarsi se la presidente dell’antimafia gli ricorda di aver fatto il contrario di quel che aveva promesso.Cercano la rivincita. “Un pezzo del partito cerca la rivincita, lavora per far perdere il Pd pur di farmi male”. Confessioni generosamente elargite da Renzi alla retroscenista del Corriere, la quale prevede che Maria Elena Boschi sarà presto spostata alla guida del partito. “Neanche Totò Riina trattato come me” -dice De Luca a Repubblica- e minaccia querele -a chi, perché?- ma poi si consola “così mi regalano 100mila voti”. Per Serracchiani la Bindi “ha strumentalizzato l’antimafia”. Per Violante  “la politica ha perso la sua autonomia” -ndr. Renzi non avrebbe dovuto candidare il sindaco di Salerno- ma la Bindi ha sbagliato “a diffondere la lista l’ultimo giorno”. Siamo dentro “una puntata di House of cards”, scrive Massimo Gramellini- comunque vada, lunedì il Pd tornerà a tingersi di rosso. Il colore del sangue”.Il resto è noia. Merkel vuol cambiare i trattati per evitare che la Gran Bretagna esca dall’unione; El Pais. Gli Stati Uniti  temono che un incidente porti la Grecia fuori dall’Euro, con conseguenze imprevedibili; Financial Times. PIL + 0,2 nel secondo trimestre, prezzi + 0,2 a maggio, “Italia fuori da recessione e deflazione”, Repubblica a pagina 17. I giornali di destra ci informano che Adriano Celentano si sarebbe rotto le scatole di Renzi e pure di Grillo e che, quando un’auto guidata da un Rom falcia dei pedoni a Roma, quasi quasi pensa a Salvini. In verità vi dico che Matteo Renzi, vinca o no le elezioni di domenica, ha perso la sua forza propulsiva. Che Grillo fa bene a tenersi in disparte se non vuole che il suo movimento oltre che inconcludente appaia irrilevante. Che Salvini è solo l’incubo costruito dalla nostra falsa coscienza. Che io stesso non so più se abbia senso riferirsi alla nobile tradizione della sinistra, tanto la sinistra dell’essere (fighetti) più che del proporre ne ha macchiato l’antico blasone. Che serve più coraggio per capire la crisi in Europa, più onestà nel comunicare, più visione per proporre soluzioni utili. Un nuovo iniziodalla parte di chi più sta pagando, dei poveri e dei giovani senza impiego, dei precari -Repubblica scopre che si abusa sempre di più del voucher- e degli insegnanti mal pagati e umiliati. Oltre Renzi e senza Renzi. Perché il rottamatore è solo il metadone e non la cura, che liberi l’Italia bella e addormentata dall’incantesimo che da decenni la imprigiona.

Fotografie dell’Italia

L’Italia in qualche scatto. Il primo, mostra John Elkan, nipote dell’avvocato Agnelli, mentre fotografa Renzi e un paio di operai sorridenti. Chissà se a realizzarlo non sia stato proprio l’uomo in maglione, onnipresente deus ex machina del renzismo trionfante. “Confindustria non mi manca”, così Marchionne ha dato ieri l’avviso di sfratto a Squinzi e Guidi, che parlavano da Expo con i sindacati in platea. “Il fatto è che io e Renzi non abbiamo paura” – dalla cronaca di Alberto Statera-  “Bisogna essere cattivi e determinati. Io sono stato criticato e me ne sono fregato”. Poi “in America e in Germania c’è il sindacato unico, ma mi sembrano democrazie che funzionano perfettamente”. Renzi si è ritrovato appieno nelle sue parole: “non sono tagliato per certe assemblee” (della Confindustria), poi, rivolto agli operai: “È qui (con Marchionne) che si crea lavoro, non andando ai talk show  del martedì (Landini), a fare proclami ideologici”. “Condivido questo rilievo autocritico”. Con humor, Maurizio Landini, intervistato da il manifesto, risponde al premier: “Sarebbe ora che la smettesse di andare in tv a fare annunci senza contradittorio e che si mettesse a fare politica inustriale, ché in Italia manca da 20 anni ed è all’origine dei milioni di licenziamenti e delle migliaia di chiusure di imprese”. Ora il segretario FIOM si vanta degli accordi che ha saputo strappare (Lamborghini) e delle trattative in cui si impegna  (Whirlpool), si dice “assolutamente contento” delle mille assunzioni FCA a Melfi ma ricorda che Marchionne aveva promesso 20 miliardi per l’Italia e un milione e 400mila vetture prodotte, mentre “siamo solo a 700mila”. Poi spiega che la “coalizione sociale non ha il compito di riorganizzare la sinistra” ma di “riunire il mondo del lavoro”. Insomma, vuol fare sindacato e boccia persino lo schema destra- sinistra: “è un modo vecchio di ragionare. Sono arrivato a proporre la coalizione sociale proprio perché un partito che si dice di sinistra ha cancellato i diritti dei lavoratori come non aveva fatto la destra.” Il terzo scatto -Corriere pagina 11- immortala una Maria Elena Boschi, con gli occhi a fessura e i denti in mostra, accanto a un De Luca sornione sullo sfondo del Vesuvio. Il sindaco di Salerno se ne infischia della Cassazione: “non sarò sospeso”, ripete. Con lui, l’intero Partito della Nazione, nonostante una legge dello stato -sbagliata o meno che sia- dica il contrario, nonostante toccherebbe al premier e segretario del PD sospendere il governatore del PD, qualora fosse eletto governatore . Sulla Stampa, un altro scatto mostra  Rosy Bindi sotto assedio: oggi alle 13 riunirà,finalmente, la Commisione Antimafia per comunicare la lista dei candidati impresentabili. Si aspetta fulmini e saette. La foto di Maria Teresa Meli. Sì, proprio lei, la retroscenista. Per corredare la sua velina renziana di oggi, “dei sondaggi non mi fido,una parte del PD e della CGIL gioca contro”, il Corriere ha scelto una foto perfetta: Bersani che sorride alla Paita con dietro una bandiera del PD. In Liguria la ditta sta con la candidata ufficiale, nonostante gli imbrogli, la cacciata di Cofferati e di Pastorino, e nonostante il titolo del Fatto Quotidiano: “Renzi & Paita, 140 milioni per l’ospedale elettorale”. A 48 ore dal decisivo voto in Liguria, via libera ai lavori per la nuova struttura di La Spezia affidata alla Pessina Costruzioni, titolare dell’80% delle quote de “l’Unità”. Il Giornale si vendica: “Porcate a gogò”.Ultimo selfie: I 5Stelle in lizza per le regionali si fotografano senza Grillo. Sperano così di attrarre i voti dei tanti che mal sopportano l’attuale politica di governo e di (finta) opposizione berlusconiana.

Quando il voto cancella la legge

Blatter l’inflessibile. Aveva preteso punizioni esemplari per il calciatore che tocca l’avversario da dietro, o simula di aver subito il fallo, o si toglie la maglietta in campo. Intanto, con le mani in pasta da trent’anni e da 18 capo assoluto del calcio, si era ritagliato un sistema di “corruzione rampante, sistemica, profondamente radicata”, Financial Times. Chi l’avrebbe mai detto! Semplicemente tutti, perché tutti sapevamo, anche noi distratti utilizzatori finali delle imprese gestatorie di Messi e Ronaldo. Però se un padrone del calcio, non solo ruba ma perde il senso del limite e decide di spostare il circo Barnum a Mosca, alla faccia delle sanzioni, allora si muove l’FBI e Blatter e i suoi sodali si nascondono sotto un lenzuolo, mentre li accompagnano in carcere.

 

Il popolo lava i peccati. Questo dice Enzo De Luca, intervistato dal Corriere: “Un minuto dopo la vittoria, puff” e fa il gesto di cacciare una zanzara fastidiosa. “La Severino è uno scandalo – prosegue – in certi casi puoi candidarti ed essere pure eletto ma poi non puoi governare. Una legge ad personam, fatta per sindaci, governatori, assessori. Siamo pazzi? È il frutto avvelenato di un impazzimento. Fanno le leggi a livello più basso di certi paesi subsahariani”. È possibile che la legge sia fatta male, scritta sotto la pressione del pubblico sconcerto davanti alle cifre della corruzione – ogni anno 60 miliardi in fumo -, può darsi che l’abuso d’ufficio -r eato che talvolta può configurarsi anche per un errore, un codicillo trascurato – non dovesse essere inserito tra quelli che danno luogo a inelegibilità. Ma è una legge dello Stato, come l’obbligo di portare il casco, di fermarsi alle strisce, di non superare i limiti di velocità. Ma per l’eletto la legge non vale. Possibile?

 

Partito della Nazione. La ragione per cui Renzi lo bacia e Guerini – il vice segretario – lo difende, è semplice. Il sindaco di Salerno è l’emblema del Partito della Nazione. Ha amministrato con un piglio sbrigativo che è piaciuto a molti concittadini, i quali lo hanno rieletto con il 74% dei voti, ora dà la scalata alla regione e se vince, grazie ai guai della destra, all’immaturità dei 5 stelle, allo scoramento di chi si astiene, nessuno lo potrà giudicare. Un sindaco, un Governatore, un Premier, eletti dal Popolo, grazie a una politica che sa dividere gli avversari, li sputtana e li asfalta. Democrazia esecutiva, si chiama. Rosy Bindi si affanna per presentare venerdì all’opinione pubblica la lista dei candidati che non dovrebbero esser candidati. Tra i partiti uniti che la frenano e i 5 Stelle che ne approfittano. La risposta del PdN la dà sempre De Luca: “500 candidati, nelle liste, come potevo controllarli tutti?” E poi, cosa contano?

 

Il bravo commentatore s’inquieta. Massimo Franco vede “il rischio di alimentare il partito degli astenuti”. Secondo Stefano Folli, “persino una franca vittoria del Pd, ammesso che sia a portata di mano, potrebbe non bastare, se dovesse lasciare il premier-segretario prigioniero delle beghe locali”. Marcello Sorgi teme una rimonta a 5 Stelle: “alle prossime elezioni politiche, che potrebbero arrivare prima del 2018, in ballottaggio andrebbero Renzi e Di Maio. E se Renzi rivincerà, com’è possibile, l’altra metà del cielo politico italiano sarà grillina. Non è poco”. Non è poco ma era tutto scritto: nella riforma costituzionale ed elettorale, nel jobs act e nella sfida che Renzi sta lanciando al mondo della scuola. Convinto di poter, solo lui, salvare l’Italia, il caterpillar al governo sta spianando il regime senza sapere come ricostruirlo. È un leninista senza rivoluzione, un De Gaulle senza visione. Quando lo capirà, nel 2019 o giù di lì, con l’ultimo colpo di politica, cancellerà l’Italicum. Lasciando il successore con la proporzionale e… un palmo di naso..

Di Corradino Mineo