Il pasticciaccio brutto dell’Italicum

Il testo che segue è di Matteo Renzi. Quel che ha detto poco fa in difesa della sostituzione di Bersani, Cuperlo, Bindi, D’Attore e altri sei, e contro dopo la scelta delle opposizioni, tutte, da M5S a Forza Italia, da SEL alla Lega, di abbandonare per protesta la Commissione.

“Da anni diciamo che è una priorità cambiare la legge elettorale. Il Pd ne ha discusso durante le primarie, in assemblea nazionale, in direzione, ai gruppi parlamentari, ovunque. La proposta – che è stata sempre votata a stragrande maggioranza – è stata approvata anche dal resto della maggioranza e dai senatori di Forza Italia. Fermarsi oggi significherebbe consegnare l’intera classe politica alla palude e dire che anche noi siamo uguali a tutti quelli che in questi anni si sono fermati prima del traguardo. Ma no, noi non siamo così. È tempo di decidere, dunque. Perché ci hanno insegnato che quando si vota all’interno di una comunità si rispettano le decisioni prese assieme. Chi grida oggi allo scandalo perché alcuni deputati sono sostituiti in Commissione dovrebbe ricordare che questo è non solo normale ma addirittura necessario se crediamo ai valori democratici del rispetto della maggioranza: si chiama democrazia quella in cui si approvano le leggi volute dalla maggioranza, non quella in cui vincono i blocchi imposto dalle minoranze.” Continua la lettura di Il pasticciaccio brutto dell’Italicum

Il mio intervento in Senato contro la corruzione

“La lotta alla mafia e quella alla corruzione sono priorità assolute. La corruzione ha raggiunto un livello inaccettabile. Divora risorse che potrebbero essere destinate ai cittadini. Impedisce la corretta esplicitazione delle regole del mercato. Favorisce le consorterie e penalizza gli onesti e i capaci. L’attuale Pontefice -Francesco- ha usato parole severe contro i corrotti: Uomini di buone maniere e cattive abitudini!” Continua la lettura di Il mio intervento in Senato contro la corruzione

Quant’è bonus! Caffè dell’11

Quant’è bonus, titola il manifesto. Una giornata cominciata male per il Governo, con un sondaggio diffuso da Agorà, secondo cui 7 italiani su 10 pensano che le tasse con Renzi siano aumentate, è finita in gloria. Trovato un tesoretto di un miliardo e seicento milioni, ed è subito bonus. Come gli 80 euro. Anche se “A chi lo daremo, per ora non ve lo dico. Suspence! Per carità è bello e giusto che col tesoretto si ripari qualche. Però non mi piace che “diritti” o “conquiste” diventino “bonus”. Non si riapre la contrattazione, con si riconosce un salario di dignità a chi ha perso tutto, no, il capo azienda fa i conti e con quello che è rimasto in cassa elargisce un bonus. Si afferma una concezione padronale persino della redistribuzione del reddito. In fila,per il bonus! Continua la lettura di Quant’è bonus! Caffè dell’11

Oltre il Rubicone. Caffè del 31

Un sindaco del Pd viene arrestato perché avrebbe preso tangenti da una potente cooperativa che fiancheggia il Pd, ma nella direzione del Pd la madre di tutte le battaglie – incipit di Marcello Sorgi – riguarda, invece, la legge elettorale. Renzi si è spiegato bene. In Gran Bretagna, con una legge super maggioritaria, è probabile che le urne portino ancora a un governo di coalizione. Fukuyama (il politologo che teorizzò la fine della storia per poi ricredersi) parla degli USA come di una democrazia del blocco e del veto. Solo una legge che renda inoffensivi tutti i partiti tranne uno, e garantisca a un leader il controllo pieno del parlamento, potrà salvare la democrazia, in Italia e nel mondo. Continua la lettura di Oltre il Rubicone. Caffè del 31

Un Sarko ci salverà? Caffè del 30

Alla fine il doppio turno funziona così: vince chi prende il seggio. E in Francia ha vinto Sarkozy, ha perso Hollande e Marine Le Pen è rimasta -per ora- a guardare. 28 dipartimenti fino a ieri a sinistra passano a destra (grazie anche all’alleanza con i centristi di Udi e Modem che nel 2012 votarono Hollande) la sinistra divisa perde. Il Front attrae un quarto dei voti dei francesi ma non prende un solo dipartimento. Sarkozy punta alle presidenziali, ignora Valls per colpire Hollande, tace della Le Pen, sperando di arginarne l’avanzata senza irritarne l’elettorato.  Repubblica: “Tracollo socialista ma Le Pen non sfonda”. Stampa: “Bocciato Hollande, la sfida futura è Sarkozy – Le Pen”. Corriere: “Nicolas pensa già all’Eliseo”. Tre considerazioni. 1) La sinistra francese è ormai ostaggio della Merkel e dei neo liberisti di Bruxelles: svaluta il lavoro ma riduce la disoccupazione, è odiata per le tasse e accusata di non difendere la nazione. Su Repubblica Picketty spiega bene “perché il popolo tradisce la sinistra”. 2) Il voto di ieri è rassicurante, perché il doppio turno (con la capacità di coalizzarsi) ha tenuto, escludendo ancora il Front. Però un ballottaggio nel 2017 tra Sarkozy e Le Pen, nonostante i voti delle sinistre riunite – si è visto al primo turno – non siano meno di quelli raccolti da Sarko, sarebbe, di per sè, un’anomalia.  3) Senza un capovolgimento della politica europea, la crisi delle democrazie nazionali favorirà la destra. Sarkozy – specie se inseguito dal fantasma corruzione – potrebbe rivelarsi un apprendista stregone. Repubblica: “La marcia di Tunisi. ‘La Jihad non vincerà’. Iran Usa, l’ira di Israele”. La risposta popolare all’attentato del Bardo è stata un successo, con tanti giovani -“La marcia dei ragazzi”, dice il Corriere – nonostante parte del mondo laico l’abbia disertata per non trovarsi a fianco di Ennahda. E benissimo ha fatto Renzi a parteciparvi, anche se poi, davanti ai microfoni, appariva impalato e fuori luogo. Però la notizia di ieri è un’altra. La coalizione arabo-sunnita, dall’Arabia, all’Egitto, alla Turchia, prepara l’invasione dello Yemen e si unisce in un’alleanza militare permanente, una Nato sunnita. Fa contro gli scititi quello che non ha fatto per i palestinesi, perché teme l’accordo che si sta concludendo a Losanna fra Stati Uniti e Iran. Un accordo – ha detto ieri Netanyahu, che è “un pericolo per l’umanità”. L’Isis dimenticato. Gli sciiti, che combattano il califfato, sono nemici della monarchia wahabbita, e della destra israeliana. Italicum nel menu italiano: Renzi blandisce. Votate la legge così com’è e faremo le primarie per i capolista – c’è posto per voi della minoranza – e modificheremo persino la riforma del Senato. La legge elettorale resta in cima ai suoi pensieri. L’ha fatta passare in Senato con i voti di Berlusconi, alla Camera la vuole imporre con il premio di maggioranza strappato (grazie al Porcellum) da Bersani. Tutto per proporsi come Sindaco d’Italia. Un Sarkozy nostrano che conquista consensi al centro e a destra denunciando le colpe (vere, enormi!) di sinistra e sindacati e così evita il peggio, Può funzionare? Per qualche tempo, ma non credo che possa durare a lungo

Piero Ignazi stigmatizza la frase di Landini “E’ peggio di Berlusconi”. Ma Landini parlava da sindacalista che difende la  dignità del lavoro dalle dilaganti politiche neo liberiste. Peraltro così conclude Ignazi: “ll capo del governo segue un percorso inedito e per certi aspetti indecifrabile, senza tuttavia mettere in tensione il sistema democratico; a meno che il fragore delle adulazioni e la pulsione narcisistica non rompano gli argini imponendo un neo centralismo democratico al Pd e una democrazia direttiva e cesaristica al sistema. È ancora presto per gridare al lupo”. Sono d’accordo, ma non è presto – anzi è quasi tardi – per provare a modificare le sue “inedite e indecifrabili” riforme.

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Presentazione Libro “Il Caffè Amaro”

Presentazione Libro “Il Caffè Amaro”
Torno a Pavia per presentare il nuovo libro, “Il Caffè Amaro”.
Venerdi’ 6 febbraio alle ore 18 presso la libreria Feltrinelli di via XX Settembre, si discutera’ di “Costituzione, Sinistra, Futuro” insieme a Silvia Grossi, Delegato Nazionale PD.
La serata proseguira’ con una cena a buffet presso il vicino locale “Pane e salame”.
Organizzazione: Associazione E’ Possibile Pavia.

Il patto è servito.Caffè del 13 novembre

Nel giorno in cui operai della ThyssenKrupp di Terni, minacciato di licenziamento, hanno occupato per alcune ore l’autostrada del sole, un certo Carbone,cooptato nella segreteria del Pd, ha scritto – immagino per compiacere Renzi: un tweet che così recita: “il ponte servito”. Perché la CGIL ha indetto uno sciopero generale di 8 ore il 5 dicembre, vigilia di un ponte. Landini ha risposto “non siamo fancazzisti”, uno sciopero costa e lo paghiamo caro. Giusto e se lo sciopero di venerdì consente un po’ il tempo per i figli e gli affetti, ci sta quella data, è nella tradizione. Piuttosto nessuno ha pensato che quello di Carbone poteva essere stato in realtà un lapsus freudiano. Non ponte, patto avrebbe voluto scrivere. Sì oggi il patto è servito! E ha un sapore stantio, un retrogusto amaro, non democratico.

Berlusconi e Renzi si sono incontrati – lo specchio di Giannelli ne restituisce l’immagine con la faccia dell’uno sul corpo dell’altro- e hanno deciso che la legge elettorale sarà votata in Senato entro dicembre, che cento capilista saranno bloccati -questo significa, tanto per fare un esempio, che tutti gli eletti di Grillo saranno scelti da Grillo-, hanno deciso che il premio di maggioranza spetta al partito – dunque se Renzi ripetesse l’exploit delle europee, superando la soglia del 40%, la legge gli regalerebbe altri 120 deputati-, hanno deciso di non essere completamente d’accordo sullo sbarramento ai partiti minori, che ora Renzi vuole molto basso – gli fa comodo una polverizzazione di partitini ai quali contrapporre il suo partitone della nazione-  mentre Berlusconi vorrebbe soglie più alte per indurre almeno Alfano e Meloni a ricoverarsi sotto le sue ali.

Ah, dimenticavo: avrebbero deciso pure che non si vota prima del 2018. Ma queste sono promesse da marinaio -se no perché farebbero la legge elettorale così in fretta- promesse, cioè, esposte a venti e flutti della contingenza economica e politica.  Corriere: “Così l’intesa”. Repubblica: “C’è il patto”. La Stampa: “Resta il nodo sbarramento”. V’ho risparmiato i due nomi, che echeggiano in ogni titolo. Stefano Folli scrive: “Perché il cavaliere ha scelto di perdere”. Segreto di pulcinella: perché vuole restare attaccato al tavolo in cui si sceglie il futuro presidente della repubblica e ottenere vantaggi per le aziende! Il Giornale introduce un altro elemento: “un pezzo del Pd molla Renzi”.

Il male oscuro. Caffè del 12 agosto

Chiedo scusa a chi si ostina a leggermi se non apro con Moody’s e le polemiche sull’articolo 18 ma non ce la faccio a prendere sul serio chi serio non è. In Iraq il presidente della Repubblica, su consiglio americano, ha negato il terzo mandato da Premier a Al Maliki (quello di cui Bush lodò “l’impressionante” capacità di leadership!). Al Maliki ha subito schierato le truppe speciali nella zona verde di Bagdad. Il nuovo primo ministro anch’egli sciita, Haider Al Abadi, dovrebbe provare (tardi, troppo tardi) a costruire un governo con Curdi, Sunniti, Cristiani. Al Malichi, rigetta i consigli pure di al Sistani, guida spirituale degli sciiti, e si prepara alla guerra, visto che la guerra bussa a Bagdad.

Ma la guerra è perduta, secondo gli osservatori. Il Califfato islamico non ha bisogno di strade, ospedali, di una borsa per gli affari. Per ora si nutre delle fosse comuni con gli Yazidi, del censimento dei cristiani per non farli più tornare se non convertiti. Sa fare la guerra e, come un cuneo, ha diviso l’Iraq curdo e quello sciita. Sergio Romano, in un fondo intitolato “L’ostinazione del Presidente”, chiede un intervento militare di terra degli Stati Uniti: l’Egitto apprezzerebbe e pure la Turchia – spiega Romnano – e l’Iran di Rouhani si sentirebbe sollevato. Non sono d’accordo. Ci sarà pure un motivo se l’unica superpotenza rimasta ha perso tutte le guerre intraprese. Il motivo è semplice: quando gli americani arrivano, i nemici si coalizzano.

E si capisce: armi e interessi americani hanno fabbricato l’incubo medio orientale, hanno nutrito Saddam e Ben Laden prima di indicarli come nemici pubblici, hanno commesso “crimini di guerra” – inevitabili quando ci si batte col terrore delle perdite per l’effetto devastante, in patria, dei soldati che tornano nei sacchi di plastica. Gli americani hanno sostenuto tutte le guerre di Israele, che certo è l’unica democrazia medio orientale, ma non una democrazia per arabi né musulmani, sciiti o sunniti. Sono visto come marziani i soldati a stelle strisce, rappresentano quello che è negato ai nativi. Obama non può fare il gendarme in Medio Oriente perché l’America appare l’untore non il medico.

Hilary Clinton accusa, invece, Obama di non aver armato i ribelli anti Hassad in Siria. A tempo debito, prima che finissero nelle mani dei macellai islamisti! Può darsi che abbia ragione. Ma detta così è solo una sparata elettorale. Come l’altra della Hilary, a sostegno del governo di Netanyahu nell’ultima guerra di Gaza. Le colpe dei bambini morti, tutte di Hamas, dice la signora. Bernardo Valli, nel suo reportage parte proprio da qui: gli abitanti di Gaza ce l’hanno con Hamas per aver usato le loro case e i loro figli come scudo? Sì, sono arrabbiati. Qualcuno dice “Hamas vale una scarpa” (Ricordate la scarpa lanciata contro Bush?). Però l’orgoglio nazionale, le cronache di quei razzi che spaventavano Israele e bloccavano per poche ore l’aeroporto di Tel Aviv, hanno fatto crescere il consenso per Hamas, al minimo prima della guerra di Netanyahu.

Non ho soluzioni? Non ne ho. Il Papa prega e fa benissimo. Enzo Bianchi, priore di Bose, scrive : “quando si calpesta la dignità umana si offende Dio, quando si invoca Dio per fare la guerra lo si bestemmia!”. Se la dignità umana, la libertà di fede, il lusso di poter prendere l’acqua al mattino senza rischiare la vita, e l’altro privilegio, il diritto a una terra, divenissero criterio ispiratore dell’intervento economico, medico-sanitario e diplomatico di Stati Uniti e Europa…Chissà? Gino Strada sarà un matto, ma non c’è evidenza scientifica. La pazzia di George W Bush è  conclamata.

Una forma di cupa insania si rivela pure nei titoli dei giornali. “Moody’s gela l’’Italia sul PIL”, Stampa.”L’articolo 18 spacca il governo”, Repubblica. “Banana Repubblic”, quella di Tavecchio nuovo capo del calcio, per il Fatto.  “Ora Alfano scopre i vu comprà”, il Giornale. Chiacchiere da ombrellone. Tutti sappiamo cosa c’è da fare. Draghi lo ha spiegato e se lo facciamo da soli, tanto meglio. Ma è chiaro che farlo costa. Come scrive Luca Ricolfi. Siamo “abbastanza ricchi per poterci permettere ancora qualche anno di inerzia, ci siamo tuttavia impoveriti così tanto e così bruscamente, fra il 2007 e oggi, da non osare più consumi avventati”.

Non si muove foglia nella palude Italia, né basta la grinta di un premier (finalmente) giovane e combattivo. Allora meglio buttarla in caciara. Aiutiamo gli industriali a licenziare! Quando loro per primi sanno che dovrebbero assumere e investire, non farsi frenare da corruzione e burocrazia, né strozzare dalle banche che non scuciono un euro se non impegni la casa della moglie, dall’assenza di una politica industriale, dalle tasse sul lavoro e sul reddito tanto più salate in quanto ricchi e mafiosi e finanzieri continuano a evaderle. Non dite che sulla crisi manca la proposta. Solo è difficile perché rompe le uova del privilegio.

La depressione non perdona. Apprendo che Robin Williams si sarebbe tolto la vita. Sapeva strappare un sorriso, ma non riusciva a sorridere. Anche l’Italia, purtroppo, gli somiglia. È invidiata nel mondo, ma Lei non si invidia. Per salvarla servirebbe coraggio. E tenacia.

Silvio con Dudu in braccio. Il caffè del 12/11

È un giorno d’attesa e i giornali volano basso. “Battaglia su casa e sconti Irpef”, titola Repubblica. Battaglia? In realtà, per ora, solo scaramucce, manovre. La Stampa: “Niente Irpef fino a 12mila euro”. Bonfrisco, PDL, e Sangalli, Pd, hanno presentato due emendamenti che, entrambi, prevedono l’abolizione dell’imposta per chi dichiara meno di 12mila euro lordi. Costerebbe un miliardo e 800milioni e togliendo risorse per aiutare chi è in difficoltà: Fassina ha dei dubbi. Il Giornale annuncia: “Prove di tassa unica”, si dovrebbe chiamare TUC e salverebbe tutte le prime case. Il Corriere guarda al futuro: “Stretta sui capitali all’estero”. La Svizzera rinuncerà all’anonimato e Saccomanni spera di far rientrare denaro in Italia e tasse nell’erario, condonando le penalità, ma solo a chi non sia già oggetto di un accertamento fiscale.
Il Fatto se la prende con la casta. “Gli onorevoli vogliono la mancia. Ci provano tutti: migliaia di emendamenti alla legge di stabilità per far arrivare finanziamenti ai loro sostenitori”. È un bel tema. Tuttavia mi chiedo cosa possano fare di meglio e di diverso i senatori della commissione bilancio, i conti dei saldi li fa (quando li sa fare) il ministero del Tesoro. Le scelte politiche, se si debba detassare la proprietà, vendere le spiagge, inventarsi un altro condono oppure proteggere gli esodati, finanziare cassa integrazione in deroga, assistere i disabili, si giocano sul tavolo delle larghe intese e della durata del governo, in un braccio di ferro che ha come incognita la decadenza di Berlusconi. Decidono Letta, Berlusconi, Alfano.
Ecco che gli “eletti” rispondono agli “imput,” come si dice, delle categorie e dei “territori” da cui provengono. Ragusa non ha una strada decente, altri precari della scuola chiedono certezze, e poi ci sono i terremotati d’Abruzzo! Certo anche i militari, i taxisti, i farmacisti. Il senatore senza politica, risponde alle migliaia di mail, promette, emenda, poi, davanti all’obiezione che manca la copertura, trasforma in ordine del giorno con raccomandazione al governo. Intanto dà pubblicità al suo fare. Certo, così diventa terminale d’interessi particolari.
Ma in realtà è quel che vogliono tutti coloro che urlano ai talk show contro la “politica”. Quelli che propongono una realtà semplificata: siete voi i cattivi, noi i buoni. Nostri i bisogni, vostro il senso di colpa. E vi bombardiamo di mail, insulti, manifestazioni sotto casa, Funziona così la mitica “rete” per i 5 Stelle, così il “territorio” per deputati e senatori del Pd, così i gruppi di interesse organizzati per il PDL. Rompere un tale schema si potrebbe, ma affermando l’idea di un interesse comune (non dunque sempre il mio, immediato), tornando a discutere di politica insieme, cittadini e parlamentari. Smettendola di gridare solo: vergogna!
E la politica? Che fa il PDL, si spacca? Provo a immaginare un monologo. Silvio con il barboncino in braccio. “Caro Dudu, se tiro la corda e costringo Letta a porre la fiducia in Senato sulla stabilità, potrò votare contro e spiegare che questo governo non ha buone idee, né quid. Però faccio un favore ad Alfano, che si presenterà come salvatore del governo, del meglio meno che niente. Se invece accetto un compromesso, avallo un pasticcio qualunque sulla finanziaria, allora li metto in mutande quelle serpi che mi sono allevato in seno. Voglio proprio vedere le loro facce quando il Senato voterà la decadenza. Fate cacciare il vostro leader, voi complici di un omicidio politico? Però Dudu, se questi hanno la faccia come il culo e restano con Letta, che figura ci faccio? Sembrerò io lo sconfitto, costretto a cacciare dal partito chi non mi ha difeso, lo scoglio su cui naufraga l’unità dei moderati. Rompere sulle tasse o sulla decadenza? Caro Dudu, that is the question”.

Pd, gli elettori chiedono. Il Caffè 15 settembre

Enrico Letta va dicendo che se cade il (suo) governo tutti dovremo pagare l’IMU e la prossima legge finanziaria ce la farà l’Europa.  Ma, dei giornali, non molti gli corrono dietro. E se lo fanno mostrano, a me pare, un certo imbarazzo. Il Sole24Ore intervista il commissario europeo per l’economia: “Rhen, un altra manovra? Dovrà decidere l’Italia”. Solo nel sottotitolo si cita Letta: “ma se cade il governo si paga l’IMU e la legge la fa Bruxelles”. Il Corriere della Sera, tornato in edicola dopo uno sciopero di 24 ore contro l’alienazione della storica sede di via Solferino, annuncia: “Piano per blindare i conti”. Che vuol dire? Una nuova “finanziaria”, come fa temere il Sole, rinuncia a qualche investimento già annunciato, aumento dell’IVA. Presto lo sapremo.
Repubblica non se l sente di fare il titolo che dovrebbe. “Basta, B. ci ha stufato, abbaia e non morde. È una pistola scarica”. Allora si attacca all’ultimo scontro, direi uno “scontrino”. “Berlusconi, scontro sul voto segreto”. A pagina 2 il giurista Onida spiega che i cittadini avrebbero diritto di sapere chi vota perché il cavaliere resti in Senato e chi invece vuole che le leggi siano rispettate anche nel suo caso. Ma aggiunge: “deroga una tantum vietata”. Sallusti, direttore del Giornale, sfiancato dai continui voltafaccia del Cav (mercoledì non ritirerà i ministri né riunirà i gruppi parlamentari) prende la palla al balzo: “Vogliono cambiare le regole. Imbroglio in vista” Mentre Il Fatto ronza come un calabrone intorno alle scelte quirinalizie: “E Amato istruì la testimone. Non fare i nomi, niente frittate”. Si tratta di una telefonata, penalmente irrilevante, in cui il craxiano dottor sottile consigliava a una signora di difendere il marito coinvolto in un’inchiesta per tangenti, ma “senza fare i nomi di altri”.

 

Tutto sommato, meglio la Stampa. La modestissima “novità” della politica “Letta: se cade il governo si paga l’IMU”, impaginata sotto una foto grande del segretario di stato americano John Kerry e del ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov. Il titolo forte dice: “Siria, intesa USA – Russia. Ultimatum ad Assad: 7 giorni per consegnare la lista delle armi chimiche”. E questa è una notizia. Non si parla di intervento militare ma si mette Assad sul banco degli imputati. E fra una settimana avremo il rapporto sull’uso del gas. Il segretario dell’Onu promette “prove, non accuse” contro Assad. Certo, poi, i commentatori non credono che l’accordo Kerry – Lavrov sia del tutto sincero, sospettano che la Russia farà marcia indietro davanti al rischio che le Nazioni Unite condannino formalmente Assad, premessa per rovesciarlo. Ma se è vero che i “ribelli” sunniti, filo Qatar e Turchia e amici dei Fratelli Musulmani, sono delusi perché il blitz non c’è stato, è vero pure che il regime siriano vede annacquarsi l’accordo su cui contava di Iran e Russia. Su la Stampa, da non perdere l’intervista a Leonardo Boff, ex francescano, teologo della liberazione brasiliano. Dialoga con Papa Francesco e parla ora bene anche di Ratzinger, “che ha avuto il coraggio di difendersi”. Nella chiesa, come nel mondo, qualcosa si muove.

 

In 24 ore ho partecipato a 3 feste democratiche, perciò il punto che avevo promesso per le ore 20 è diventato saltuario. A Pordenone, Bassano del Grappa e Padova con Casson. Dovunque molto interesse e una forte richiesta di cambiamento. Ecco le domande del pubblico, ieri sera a Padova: “Perché ogni volta che B. chiede tempo per salvarsi da una sconfitta, glielo diamo?” “Come affrontare il congresso senza che ci si dia conto del tradimento dei 101?”. “Perché abbiamo sempre evitati di fare i conti con il conflitto di interesse?” ”Perché non facciamo subito la legge elettorale, il porcellum è un insulto ai cittadini”. Poi certo, a notte tarda, a tavola con i dirigenti, torna il problema del posizionamento, di chi scegliere per il congresso, “il movimentista”, “quello del “proviamo a vincere”, quello del “no a un uomo solo al comando”. Ma nessuno ha dubbi: il partito vivrà solo se avrà il coraggio di parlare di politica, superare le larghe intese, dire all’Italia cosa vuole la sinistra e misurarsi con il giudizio degli elettori. Quanto alla scelta congressuale, spiego sempre che la cosa giusta è vedere le carte: chiedere a Renzi, Cuperlo, Civati e Pittella come rispondono alle domande dei nostri elettori, che proposte fanno, quali impegni sono disposti a prendere. Stasera sono a Palermo per ascoltare Gianni Cuperlo