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Primarie della nazione

Primarie Pd, Renzi piglia tutto, titola la Stampa. Corriere e Pd lamentano il calo dell’affluenza a Roma e cesellano su Bassolino, già sindaco e presidente della regione, sconfitto a Napoli – per un pugno di voti – da una quasi sconosciuta Valeria Valente. Era inevitabile, Renzi ha stravinto in Parlamento, ha vinto (per ora) nel paese e la minoranza Pd si è suicidata: così la gente non va ai gazebo e vota i candidati del premier. Stefano Folli, Repubblica, coglie in ciò “l’evidenza di un sostanziale fallimento”: scarsa affluenza a Roma, la metà, o meno, di quella con la quale fu scelto Marino, e “pochezza del dibattito, anticipo, si può temere, di una contesa per il Campidoglio che rischia di essere altrettanto monotona, grigia e retorica”. “L’errore più grave – dice Folli rivolto “all’apparato” – sarebbe gonfiare le cifre per abbellire la verità”. Il Corriere si chiede cosa faranno ora Bassolino e Bray, candidato ombra a Roma. Insomma se sfideranno il Pd di Renzi o si ritireranno in buon ordine. Continua la lettura di Primarie della nazione

Il reality del dissenso

Sono gli ultimi fuochi, domani Renzi torna dal Giappone, in tempo per comunicare la pax televisiva ritrovata grazie alla cara legge Gasparri che veicola una lottizzazione d’antan – bastano solo 5,72 componenti della vigilanza per eleggere un consigliere, dice Minzolini! – poi tutti al mare, sotto il sole d’agosto, a scrutare il cielo e interrogare gli astri per sapere come sarà il tempo politico in settembre. Il Corriere vede gli indizi della imminenete chiusura per caldo: “La frenata sulla concorrenza”. 350 emendamenti dei 5 Stelle, l’insoddisfazione di qualche lobby -secondo Alesina e Ciavazzi- e si è deciso di rinviare.

Il Conflitto permanenre che fa male al Pd (e al Paese), scrive Aldo Cazzullo. Ha ragione, non può continuare. Ieri il titolo scelto da Repubblica per una mia intervista (peraltro moderata), in cui sostenevo come fosse sensato ( e doveroso) accettare il confronto sulle riforme costituzionali, è diventato il prestesto per vomitarmi addosso di tutto e trasformare i manganellatori in vittime. Mineo ha detto: “Senta, chiunque sano di mente capisce che andremmo semplicemente ringraziati”. Vergogna! Mineo mi ha dato del pazzo, perchè io non ci penso neppure a ringraziarlo. Con Marcucci che (mi) ammonisce: “le parole sono importanti”. Lo sono, Andrea, ma nel contesto.

O si rimedia alla crisi o ci si separa. Renzi deve decidere: vuole a tutti i costi quella che Diamanti chiama “post democrazia del premier”? Se la voti con Verdini, con Alfano, con Ichino e sconti invece che Mucchetti, che Chiti, che Tocci difendano l’equilibrio costituzionale e critichino il governo sul suo punto più debole, e cioè che promette sfracelli decisionisti e poi non riesce a governare. Troppo rischioso? Renzi non può permettersi che una pattuglia parlamentare nutrita raggiunga i suoi critici, dagli insegnanti alla FIOM, dai costituzionalisti alla CGIL? Allora, per dirla con Folli, “scelga di impegnarsi allo spasimo per il compromesso, pagando ai suoi avversari il prezzo necessario.” Analogamente anche la minoranza decida: indichi al Pd una contro proposta e un leader alternativo a Renzi, oppure “la scissione, per quanto grave, sarebbe un esito più serio del blocco parlamentare, dell’eterno rinvio, del conflitto permanente”. Ha ragione Cazzullo.

Rivedere l’immunità dei parlamentari, titola Repubblica. Se ne parlava da tempo. Ora sembra che il ministro Orlando lo voglia fare davvero. In caso di richiesta d’arresto di un parlamentare non siano più le camere ma la Consulta a decidere se sussista il fumus persecutionis. Se, insomma, i giudici lo vogliano “restringere” per  presunte malafatte (da accertare poi in giudizio) o invece perchè intendano impedirgli di esercitare il suo ruolo. Un ulteriore peso per la Consulta. E tuttavia non si può proseguire a salvarne uno (perchè servono i voti del suo gruppo) e poi a sbatterne dentro un altro (perchè ci sono le elezioni ed è prudente darsi un profilo anti casta).

Messina Denaro protetto ad altissimi livelli del potere. Lo ha detto al Fatto teresa Principato, pubblico ministero che ha fatto catturare i corrieri dei “pizzini” del latitante. E ha aggiunto che il Matteo della mafia “si sposta per affari in Brasile, in Spagna, in Gran Bretagna, in Austria”. Primula rossa di un’elite mafiosa internazionale che però in Sicilia sarebbe ormai vulnerabile e potrebbe presto finire in carcere

Voglio meno ansia e più tv di servizio avrebbe detto Renzi (dal Giappone?) alla Stampa. Temo di sapere cosa significhi: l’ansia è il giornalismo che facevamo a Rainews, quando sistematicamente provavamo a capire cosa ci fosse dietro la notizia, e il perchè e i diversi pareri. L’ansia sono le inchieste aggressive di Report, la tenacia di Presa Diretta. Tv di servizio? Un bel faccino che snocciola i numeri degli immigranti morti a Calais per passare subito ai bei vestiti e al matrimonio VIP. Anche raccontare “la buona scuola”, che assume precari e trasforma il preside in un assessore sempre presente sul territorio. Non riusciamo a cambiare il mondo, curiamone l’ansia.

Meno male che la Corte c’è

La battaglia sugli scioperi, scrive il Corriere. “Alitalia e Pompei, l’accusa di Renzi”, fa eco la Stampa. Il nostro amato premier ha indossato l’abito del buon padre di famiglia: “Dopo le nottate per coinvolgere Etihad e evitare il fallimento di Alitalia, fa male vedere queste agitazioni”. “Tenere migliaia di turisti sotto il sole per un’assemblea a sorpresa è volere il male di Pompei”. Ha ragione? Avrebbe ragione, se avesse detto – come Del Rio al Corriere- “ I beni comuni vanno protetti dalle richieste illegittime”. Ma il nostro -si sa- è sempre in campagna elettorale. Così “omette di ricordare – e la Stampa  lo sbertuccia- “che in quei casi Cgil e Uil non c’entrano”. Omette di lodare Landini, per il contributo dato all’accordo con la Whirlpool, e tracima con la sua retroscenista di fiducia  prendendosela con il “disfattismo” della comunicazione. Che c’entra? Niente, ma copre bene silenzio e imbarazzo per sulla vergognosa legge bavaglio.

Con la legge bavaglio non avrei scoperto i killer di mia sorella, dice al Fatto il fratello carabiniere di Gabriella Campagna. Gabriella aveva 17 anni nel 1985, quando scoprì per caso l’identità di un tatitante e fu ammazzata dalla mafia palermitana. “A rischio le indagini di mafia”, fa eco a Repubblica il presidente del sindacato magistrati, Sabelli. Sulla Stampa Zagrebelsky scrive: “Non si può silenziare l’interesse generale”. È questo il punto: la privacy va protetta – molto meno quella degli uomini pubblici- ma se la notizia ottenuta con registrazioni realizzate all’insaputa del registrato ha un “interesse pubblico” è giusto, giustissimo, pubblicare. Invece Pagano, autore Ncd dell’emedamento, chiede che la legge resti com’è (Stampa). “Non c’è accordo nel governo” Corriere. Dopo Orlando anche Cantone obietta.

La chiesa non vuol pagare l’Imu sulle sue scuole? Dimostri che le sue non abbiano fini di lucro. Lo ha stabilito la sentenza della Corte Costituzionale – che Dio ce la preservi dalla legge di riforma Costituzionale che vuole metterla alla mercé di un leader qualunque che arraffi il generoso premio di maggioranza-. Sbagliato? No giusto. Perchè l’articolo 33 della Costituzione impegna la Repubblica a realizzare scuole di ogni ordine e grado e prevede che quelle private -costituzionalmente legittime, ci mancherebbe- non debbano pesare sullo Stato. È come se la Corte avesse ripreso anche la legge detta #labuonascuola, appena imposta dal governo con la fiducia, una legge che depotenzia la scuola pubblica a favore dell’insegnamento privato. D’altronde è la cultura della ministra Giannini che dice giuliva “le paritarie lo stato risparmia 6 miliardi”. Se mandassimo a scuola solo i figli chi può pagare la retta, risparmieremmo forse ancor di più.

Torna un sempre verde, i tagli alla sanità. Così risparmiamo 10 miliardi” dice a Repubblica Guteld, il Cottarelli di Renzi. Certo, ridurre gli sprechi delle regioni in materia sanitaria si può e si dovrebbe. Ma da troppo tempo i governi tagliano sulla salute, sulla carne vita del cittadino che paga le tasse e avrebbe diritto -non alle operazioni estetiche che faceva l’amico di Crocetta- ma alla sacrosanta protezione della sua salute. Il fatto è che alla sbrasata di Renzi sui tagli alle tasse non crede quasi nessuno. Alesina e Giavazzi (Corriere) scrivono che “la tassa sulla casa è una buona tassa (!)”, o meglio lo sarebbe se fosse progressiva, colpisse il patrimonio di chi più ha e risparmiasse le esigenze vitali di chi ha meno. Bisogenrebbe semplificare e colpire l’evasione. Scalfari aggiunge: con i tagli aumenterà il debito.

A proposito, Scalfari mette a confronto Blair, il modello di Renzi, con Papa Francesco. E boccia Blair. Penso da tempo che i nostri pronipoti studieranno Churchill, ma troveranno due righe avare su quel primo ministro britannico che seguì le orme di Margaret Thatcher.

Martiri, giudici e politici

Grecia spaccata scrive Repubblica. Come potrebbe non essere spaccata? Con il Fondo Monetario che informa “salvare Atene costerà altri 60 miliardi”. Con l’Europa della Cancelliera che promette comprensione ma solo se vinceranno i “sì” al referendum e l’emmerdeurVaroufakis se ne tornerà in America a studiare la teoria dei giochi, con funzionari e pensionati che non sanno fino a quando potranno contare sull’assegno a fine mese. Spaccata, con i sì in leggero vantaggio sui no, dicono i sondaggi. Spaccata, come spesso succede in democrazia. E domenica i greci voteranno anche per noi. E ora? Il Corriere sdoppia la coppia Alesina-Giavazzi: il primo accusa i greci di aver provocato “una caduta di fiducia in Europa tra il Nord («mediterranei pigri e inaffidabili») e il Sud («tedeschi rigidi e cattivi»)”, mentre il secondo assicura che senza tutele né diritti in Grecia tornerà il lavoro, la crescita, e forse pure la felicità. Intanto sappiamo dalla Stampa che ogni italiano è esposto per 600 euro (per via del debito greco) ma che il GrecExit ci costerebbe mille euro a testa.

 

Conseguenze sovversive”. Proprio così: il tribunale di Napoli ha scritto che la sospensione del governatore eletto della Campania, Vincenzo de Luca, decisa dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi in forza di una legge dello stato, avrebbe avuto conseguenzesovversive traducendosi “in una abnorme revoca delle elezioni, o in un’estemporanea rottamazione degli organi della Regione”. Che le leggi che stiamo facendo siano pessime, lo temevo e in fondo lo sapevo da tempo. Sia il Codice di regolamentazione anti mafia, sia la legge Severino sono servite a una politica che non sa combattere mafia e corruzione e perciò si nasconde dietro sentenze e tribunali. Il risultato sono tante sentenze ammazza sentenze. “Una sospensione sospesa”, come dice Michele Ainis: “così ci siamo persi tra leggi ballerine”. Al momento De Luca guadagna punti con Renzi. A destra cresce il coro che chiede la riabilitazione di Berlusconi (può essere che la Severino valga solo per lui?) anche se mister B, avverte il Fatto e Repubblica segue, rischia di essere incastrato dalle olgettine che ha pagato per farle mentire.

 

Non nel nome di Borsellino. La figlia, Lucia, ha lasciato la giunta Crocetta “per prevalenti ragioni etiche e morali”. L’ultima mazzata gliel’avrebbero data gli arresti domiciliari per il chirurgo plastico Tutino, grande amico di Crocetta, che pare addossasse allo stato i costi degli interventi estetitci. Però la domanda che Lucia deve essersi fatta è un altra: l’antimafia serve contro la mafia o serve per la carriera di personaggi talvolta persone compromessi con la mafia?  “Non capisco l’antimafia come cateogoria e sovrastruttura sociale – dice la Borsellino a Repubblica – sembra un modo per cristallizzare la funzione di alcune persone, magari per costruire una carriera”. Già un anno fa avevo avvertito Crocetta che non poteva invocare ogni giorno i suoi meriti di Presidente anti mafia della Sicilia e poi mettersi nelle mani di Montante (ora indagato) e di industriali che vogliono sostituire l’eolico (in Sicilia, affare di mafia) con le discariche (che chissà a chi convengono). Un mese fa ho chiesto alla Bindi di smarcarsi (dal ricatto per l’affaire De Luca) e aprire un’inchiesta sulla mafia nell’antimafia.

 

Onesto ma troppo debole La pietra tombale sulla vicenda Marino l’ha forse messa Ilvo Diamanti con il suo sondaggio che oggi commenta su Repubblica. l’88 per cento dei romani crede che a Roma la mafia sia forte, l’80 che la responsabilità sia di tutte le forze politiche, il 64% ha maturato un giudizio negativo della conduzione del comune, il 52 per cento crede che Marino debba dimettersi. Anche qui, a Roma, non si vedrà la luce senza ripensare la città: quali sono le forze che impediscono il buon governo (comitati d’affari, AMA, vigili, quali?), che poteri e che controlli servono per far funzionare l’area metropolitana, come dare ai cittadini la sensazione che i servizi diventano più efficienti, come sciogliere il sodalizio tra affari e politica?  Una rifondazione dell’Urbe che faccia della questione morale la prima questione politica