Archivi tag: bin laden

Doni e condoni

Finanziaria, il giorno del dubbio. “Sulla manovra il gelo dell’Europa”, titola la Stampa. “Equitalia, sconto fino al 50% – scrive Repubblica – Evasione record”. Il Corriere pubblica una analisi di Federico Fubini: “Voglia di condoni e strategia contro l’evasione”. L’autore si meraviglia che vengano quasi nascoste le cose buone contenute nella manovra. Per esempio “la fatturazione elettronica delle transazioni fra imprese private, con segnalazione digitale all’Agenzia delle Entrate a scadenze costanti”, proposta di Vincenzo Visco che è stata recepita e “potrebbe far emergere nel tempo gettito per 40 miliardi di euro”. Invece vengono “comunicate con più enfasi misure di segno opposto arrivate nella Legge di Stabilità: sanatorie e condoni come quelli che in Italia si promette sempre di abbandonare, perché minano la credibilità del Fisco e la fedeltà dei contribuenti”. “Dal governo – scrive Fubini – è filtrato che la voluntary disclosure potrebbe riguardare anche somme in contanti nascoste in Italia, non solo in conti anonimi all’estero. Fosse vero, una misura del genere aprirebbe una via di Stato al riciclaggio legale di proventi della corruzione o di altri traffici illegali”. “La stessa «abolizione» di Equitalia, in realtà un accorpamento nell’Agenzia delle Entrate dell’organismo di riscossione, contiene sconti e sanatorie perché cancella penali e interessi sugli arretrati fiscali”. “Un condono – dice Vincenzo Visco – che serve a far cassa e indebolire l’effetto deterrente dell’accertamento”. “Manovra elettorale” dice l’economista tedesco Gross. Continua la lettura di Doni e condoni

C’è chi vota sì e chi ha capito

Londra sfida: schedare i lavoratori stranieri, la Stampa. “Theresa May: prima i britannici”, Corriere. È un piccolo passo verso il burrone. Il Mein Kampf era bardato della paranoia razzista del suo autore, ma per i tre quarti proponeva vantaggi materiali, lavoro a scapito degli immigrati, assistenza e tutele ai membri, nativi e perciò stesso eletti, del popolo tedesco. Avvertenza per i cretini: non sto paragonando May a Hitler, dico che nei popoli si manifestano davanti alla lunga crisi e alla stagnazione secolare pulsioni simili a quelle che si manifestarono in Europa dopo il 29. Aggiungo che una parte della politica, per rispondere a quelle pulsioni, rispolvera il nesso (secondo me) incestuoso popolo-nazione-stato. Continua la lettura di C’è chi vota sì e chi ha capito

15 anni buttati via

11 settembre, 15 anni fa. Che cosa dovremmo ricordare di quel giorno? Che fu un attacco contro la mondializzazione capitalista (le torri del commercio mondiale) e la potenza militare (un aereo kamikaze prese di mira il Pentagono) che la sosteneva. Un atto di guerra in nome di una lettura dell’islam vecchia di due secoli e mezzo che perorava il ritorno a costumi medievali (donne velate, guerrieri dalle barbe incolte, distruzione di monumenti e immagini, guerra a ogni forma di cultura in quanto potenzialmente corruttrice). I responsabili erano vicinissimi (imparentati, protetti, collusi) con il principale alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente, l’Arabia Saudita. Ed essi stessi (Bin Laden & Co) erano stati armati, reclutati e utilizzati nella guerra contro il nemico sovietico in Afganistan. L’obiettivo degli assassini all’ingrosso era costruire una base operativa e un punto di riferimento ideale per la loro jihad (in Afganistan con l’alleanza tra Bin Laden e il Mullah Omar, Al-Qaeda e i Talebani). Dal primo momento fu chiaro (a chi avesse occhi per vedere e orecchie per ascoltare) che la “guerra” contro questa forma di mondializzazione reazionaria e disumana avrebbe dovuto essere innanzitutto ideale, la riaffermazione della nostra superiorità, della difesa dei diritti e delle libertà per tutti. Evidente era altresì la necessità di proteggere e appoggiare i nemici di Al Qaeda: poco prima dell’attacco alle torre gemelle Massoūd fu ucciso da kamikaze che finsero di intervistarlo con una telecamera bomba. E che era indispensabile rivedere le nostre alleanze mettendo alle strette le monarchia reazionarie del golfo che pagavano e pagano gli imam integralisti, proteggevano e proteggono i terroristi. Continua la lettura di 15 anni buttati via

Birdiesanders

Intermezzo elettorale. Uno stadio pieno, l’oratore che parla, quando un passerotto si posa sul podio, vicino alle sue mani, sotto i suoi occhi, accanto alla scritta A future to believe in. Bernie Sanders, si ferma e sorride. Ieri nonno Sanders, il socialista confesso, l’uomo che non vincerà mai le primarie democratiche perché “l’apparato non è con lui”, perché “le elezioni si vincono al centro”, perché al “primo super tuesday” sarà spazzato via, se non al primo al secondo, ha vinto di nuovo, e con ampio margine, in Alaska e nello stato di Washington. A questo punto della corsa, Sanders ha prevalso in 13 stati e Clinton in 18, ha conquistato quasi mille delegati, contro i poco più di 1300 dell’avversaria. Inoltre può continuare la campagna grazie a un numero davvero grande di piccole donazioni e al sostegno entusiasta di decine di migliaia di ventenni. Sì lo so, i super delegati – senatori, deputati, ex presidenti, che non passano il vaglio delle primarie e che sono oltre 500 – voteranno quasi tutti per Hilary. Le borghesie ispaniche e afroamericane hanno scelto di sostenere la candidata che rappresenta la continuità con l’amministrazione Obama – di cui fu segretario di stato – e con quella del marito, l’ancora popolare Bill Clinton. Continua la lettura di Birdiesanders