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E Renzi restò solo

Il bluff dura solo poche ore. Il tempo di mandare la faccia di bronzo del Nardella in Tv a dire che “Renzi gli ha dato tutto e che la minoranza non può dire No”, con la Gruber che si agitava nervosissima (e tagliava in modo brusco la parola ai suoi invitati giornalisti) per il timore – fin troppo evidente – che il premier possa dare seguito alle minacce e non mandare più “i suoi” a Otto e Mezzo. Ma i giornali in edicola sono cosa diversa: intanto perché i giornalisti hanno tempo di riflettere almeno un’ora prima di scrivere, e poi perché chi va in edicola il giornale se lo rigira in mano, l’ha pagato e quel che è scritto svanisce sì, ma meno in fretta delle balle di Renzi. “Pd senza accordo”, Corriere. “La minoranza Pd: votiamo No”, Repubblica. D’accordo, renziani e minoranza continueranno a parlarsi, forse formeranno una commissione, con dentro anche un osservatore bersaniano, con l’incarico di sondare gli altri partiti su come cambiare, eventualmente, la legge elettorale, forse faranno le mosse di voler far discutere al Senato il disegno di legge Chiti-Fornaro, quello che cerca di dare un senso all’ossimoro della legge Boschi, che all’articolo 2 prevede l’elezione dei senatori da parte dei consigli regionali “con metodo proporzionale al proprio interno” e l’articolo 57, che li vorrebbe invece eletti “in conformità alle scelte espresse dagli elettori”. Il gioco del cerino proseguirà, ma ormai il dado è tratto e la rottura mi sembra inevitabile. Continua la lettura di E Renzi restò solo

La verità si fa strada

“A casa solo se sfiduciato”. Titolo di Repubblica che riprende una frase detta da Renzi a Bologna durante il confronto-scontro con il presidente dell’Anpi, Smuraglia, moderato da Gad Lerner. Dunque la minaccia di dimettersi, addirittura di lasciare la politica, se la legge costituzionale fosse stata bocciata dagli elettori, era un bluff. Il tentativo di spostare l’attenzione degli italiani dal bilancio (magro) dell’attività di governo (e dalle sconfitte Pd a Napoli, Roma, Torino), sui temi della riforma costituzionale. Suggerendo un transfert: se il governo stenta la colpa non è di chi governa, ma dalle regole che ha ereditato e che vanno cambiate in fretta. Renzi e Boschi fecero di tutto – una vera corsa contro il tempo – perché il voto popolare referendario (Vi ricordate? A ottobre!) coincidesse con quello parlamentare sulla legge di stabilità. In modo da poter dire (e Renzi lo disse) “se vince il No, il governo va a casa e l’indomani si sciolgono le camere”. Si sciolgono in autunno? Con la finanziaria da approvare? Con il rischio dell’esercizio provvisorio, del rimbalzo dello spread e di una catastrofe finanziaria? Sì, era proprio questo il senso del ricatto, del bluff che oggi si sgonfia. Tant’è che il governo si prende ora tutto il tempo possibile prima di fissare la data del referendum. Voteremo a fine novembre o inizio dicembre, quando la finanziaria sarà già stata approvata da un ramo, almeno, del parlamento. Per cui la vittoria del Sì o del No non dovrebbe smuovere più di tanto i mercati e lo spread. D’altra parte lui, il premier, ora assicura di voler andare comunque avanti. Alla Camera, grazie al premio di maggioranza ottenuto da Bersani con il Porcellum. Al Senato, grazie ai voti di Alfano, di Formigoni, di Verdini, di qualche ex leghista ed ex 5 Stelle. Provvidenziali cavalieri di ventura. Continua la lettura di La verità si fa strada