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Di Italicum in peggio

Tanto tuonò che piovve. Il premier, gli arditi del #bastaunsì, la libera stampa da settimane raccontavano a tinte fosche la possibile vittoria del No: Renzi che si dimette, i mercati che considerano l’Italia instabile, speculazione, spread. Ieri Financial Times ha mostrato dove potrebbe essere assestato il colpo, enumerando le banche che il governo ha lasciato a metà del guado, tra risanamento (nazionalizzazione camuffata) e fallimento. La borsa di Milano ha perso quasi due punti, più del doppio della media europea, il Monte dei Paschi oltre il 13%, mentre lo spread è tornato intorno ai 190 punti. Ecco i titoli: “Voto, le tensioni della borsa”, Corriere della Sera. “Effetto referendum su spread e mercati. Tremano le banche”, la Stampa. “Effetto banche sulle borse”, Il Sole24Ore. Mentre Repubblica ha promosso alcune frasi pronunciate dal Presidente della Repubblica durante un incontro con gli studenti: “Altolà di Mattarella: sono io l’arbitro dopo il referendum”. “Il Colle – spiega il giornale diretto da Calabresi – frena su crisi di governo ed elezioni anticipate”. Continua la lettura di Di Italicum in peggio

Ultimo sondaggio, per il No

Il No avanza, sostiene Repubblica. Di quanto? “Avanti di 8 punti”, dice la Stampa. “Arriva al 55 per cento”, sentenzia il Corriere che però aggiunge “Ma più di un votante su 10 è indeciso”. Vediamo. Nando Pagnoncelli: 55% No, 45% Sì. Addirittura 10 punti di scarto. E al 13% di quanto agli indecisi, parrebbe che siano più disposti a cambiare intenzione di voto gli elettori del Sì che quelli del No. Ilvo Diamanti: 41% per il No, 34% per il Sì. Il sondaggio di Repubblica vede ancora un mare di indecisi, il 25% cioè un quarto degli intervistati. Tuttavia segnala una tendenza piuttosto netta: da settembre il Sì avrebbe perso 5 punti, il No ne avrebbe guadagnato 10. L’onnipresente campagna “bastaunsì” avrebbe irritato un numero non trascurabile di elettori. E infatti Repubblica ammette: “l’attivismo del premier non inverte la tendenza”. Nicola Piepoli: No 54%, Sì 46%. 8 punti di vantaggio. Anche per questo sondaggio il 24% degli intervistati non avrebbe ancora deciso. “Non meno di due italiani su tre – scrive Piepoli – voteranno di pancia, quasi che il referendum fosse pro o contro l’attuale presidente del Consiglio”. Ma no?! Ecco che Altan disegna un chirurgo, serafico e rotondetto che sentenzia: “Dal referto del voto capiremo come funziona la pancia degli italiani”. Continua la lettura di Ultimo sondaggio, per il No

Bancarotta dell’umanità

Il Corriere s’è trasferito in America. Titolo d’apertura in prima, articoli e commenti fino a pagina 5 poi, in coda, un dossier di altre 8 pagine. Antonio Polito si chiede quali auspici nerissimi sul destino della nostra democrazia verrebbero diffusi, se fosse capitato da noi quello che è accaduto in questa nerissima e amarissima campagna presidenziale americana. Vero. Facciamocene una ragione. La democrazia è in crisi perché la crisi ha cambiato in modo radicale e probabilmente duraturo l’umore del ceto medio, che diventa sempre più critico nei confronti della politica, che tradisce sempre più spesso i partiti storici e mette in crisi il bipolarismo. Davanti a un tale fenomeno e alle ragioni che lo hanno provocato – crescita delle disuguaglianze, mondializzazione, destrutturazione dei diritti acquisiti e delle garanzie – le élites sia di destra che di sinistra si sono chiuse a riccio, hanno tentato recuperi populisti, scaricato sul popolo scelte che il popolo si aspettava dai loro rappresentanti, incattivito il conflitto politico fino a farlo sembrare uno scontro di civiltà. Dalla Boschi che mostra alla Leopolda lo scalpo dei nemici – Travaglio e D’Alema – a Trump il quale avverte che non riconoscerà l’eventuale successo della Clinton. Così stanno le cose. Perciò è indispensabile rompere l’incantesimo e tornare a far politica tra la gente – politica, non comizi -, dicendo la verità, ancorché scomoda, indicando con chiarezza le scelte, ascoltando, facendo sintesi. Continua la lettura di Bancarotta dell’umanità

Povera America e poveri noi

An unusually dark, bitter face-off. Un confronto nero, amaro come mai era capitato di vedere: Washington Post commentava così, questa notte, a caldo la performance dei due principali candidati per la Casa Bianca. Trump ha detto che farebbe arrestare la Clinton per le mail del dipartimento di Stato che ha nascosto, Hillary ha detto che Donald vive “in una realtà parallela” e non può fare il Presidente. Prima del dibattito nella università di St. Louis, Trump si è presentato in conferenza stampa circondato da 4 donne: 3 si sono dichiarate vittime sessuali di Bill Clinton, la quarta ha accusato Hillary di aver difeso, quando faceva l’avvocato, l’uomo che la stuprò a 12 anni, riuscendo a farlo condannare soltanto per “carezze illegali” a una minore. Clinton ha chiesto a Trump: hai usato o no le imposte non pagate per 18 anni? Certo che sì, le ha risposto Trump, ho usato i favori fiscali che tu da 30 anni garantisci ai tuoi amici e finanziatori. Hillary ha difeso i compromessi della sua lunga carriera citando un film di Spielberg in cui Abraham Lincoln tratta sempre col Congresso. “C’è una grande differenza fra te e Lincoln – l’ha gelata Donald – lui non ha mai mentito”. Ancora meno tasse ai ricchi ma anche alt all’acciaio cinese per proteggere i minatori americani, dice Trump. I ricchi paghino le tasse, risponde Clinton, ho lavorato 30 anni – dice – per proteggere la classe media e sostenere le sue conquiste. Bloccare alle frontiere i migranti siriani e musulmani, in quanto potenziali terroristi, e far di tutto per cancellare il califfato, dice Trump. Per Clinton, invece, il nemico principale è Putin, che copre in Siria crimini contro l’umanità, spia, hakera, viola la privacy dei cittadini e delle istituzioni americane, e fa di tutto perché vinca Trump. Non prendo soldi dalla Russia, risponde Donald, che scarica il suo vice, Pence, reo di aver condannato, senza se e senza ma, i bombardamenti russi su Aleppo. Continua la lettura di Povera America e poveri noi

Perchè il Caffè mi ha stancato

Ancora lui! Pure oggi, e accadrà tutti i giorni fino al 4 dicembre, i grandi giornali sbattono in prima pagina quasi soltanto Renzi. Piano sull’Italicum in Parlamento prima del voto, Repubblica: “Pronto un blitz del premier sulle modifiche. Napolitano, troppi errori aiutano il no. Sfida tv, Zagrebelsky. Renzi un’anguilla”. Renzi presenterà un nuovo Italicum entro ottobre, Corriere. Con Maria Teresa Meli che apprezza: “La strategia sul referendum di Renzi si fa più chiara. Il problema della legge elettorale va eliminato per togliere ogni alibi agli avversari”. Referendum, Renzi vuole tutto il governo in campo, La Stampa. Poi il titolo dell’articolo di fondo, firmato da Fabio Martini, Il leader se la gioca come al rischiatutto. Dal testo: “Una campagna all’americana, quella di Renzi, perché come accade negli Stati Uniti, stavolta il capo del governo si gioca la «vita»: o vince o perde. Stavolta è bianco o nero, non è contemplato il grigio che nella politica domestica ha imperato per decenni”. Basterebbe questo mitragliata di frasi per dimostrare quanto falsa e bugiarda sia l’ultima esternazione del presidente emerito, Giorgio Napolitano, il quale ha sostenuto che “la personalizzazione dello scontro” sul referendum sarebbe stato “un errore, una partenza sbagliata che ha favorito il no”, ma un errore che poi “Renzi ha corretto”. Continua la lettura di Perchè il Caffè mi ha stancato

Dalla rottamazione alla concertazione

Nuove pensioni c’è l’accordo, Corriere. “Fatto l’accordo” Repubblica, “Renzi trova l’accordo”, la Stampa. La parola è accordo. La foto notizia mostra Susanna Camuso non già nei pressi di una discarica dove si rottamano vecchie auto ma di nuovo, pimpante, dalle parti di Palazzo Chigi, partner del governo Renzi per correggere, insieme a Annamaria Furlan e Carmelo Barbagallo, certi guasti della legge Fornero (mandando in pensione a 63 anni gli addetti ai lavori più pericolosi e usuranti) e a strappare qualcosa per le pensioni più basse. È una buona notizia e non mi unirò al coro di chi obietta: “ma i giovani?”, “quanto grande sarà poi la platea di chi andrà in pensione senza dover accendere un prestito con le banche?”. Questa volta il premier aveva bisogno dei sindacalisti per sminare un tema che poteva costargli nel referendum e ha abbassato la cresta. Certo ha mandato Poletti dalla Camusso, per non rendere troppo evidente e brusco il ritorno dalla rottamazione alla concertazione.

Bruxelles, il sì all’Italia solo a maggio, Repubblica, pagina 4. Ciò vuol dire che non arriverà nessuna bocciatura della manovra prima del voto del 4 dicembre. Naturalmente tutti sanno che i conti non tornano. Continua la lettura di Dalla rottamazione alla concertazione

Manfrina intorno all’Italicum

C’è l’accordo l’italicum sarà cambiato. Così Repubblica in prima pagina. Che bravi! Tutto però si complica se si leggono i “pezzi” e si cerca di capire di che accordo si tratti, tra quali forze e quando si intenda cambiare la legge. Ecco che si scopre – udite, udite – che il giornale diretto da Calabresi sta in verità parlando di una proposta NCD, che fra l’altro non vuol cambiare la struttura dell’italicum (legge proporzionale con capilista nominati e premio di maggioranza) ma solo consegnare il premio al candidato di una coalizione e non solo di una lista singola. Il Pd renziano – aggiunge Repubblica – avrebbe mostrato interesse per la proposta del ministro Alfano ma avrebbe fissato un “paletto del premier al forcing degli alleati: ballottaggio intoccabile”. Magnifico: si cambia per non cambiare. Infatti lo sproposito dell’italicum – quello che lo rende una legge unica e inimitabile – consiste appunto nell’introdurre il ballottaggio e premio di maggioranza in un sistema che resta proporzionale. Per cui la scelta dei rappresentanti del popolo viene svilita e sottomessa alla selezione di una figura carismatica (il capetto) che potrà governare senza vincoli per 5 anni, anche se al ballottaggio avrà ricevuto i voti di una minoranza, sia pure la meno debole delle minoranze. Se il presunto “accordo” di cui parla Repubblica avesse seguito, ci troveremmo lo stesso in un regime non più “parlamentare”, un sistema che mortifica la rappresentanza (con i capilista bloccati e molti deputati cooptati in parlamento grazie alla vittoria del loro candidato premier), insomma una forma di premierato. Senza contrappesi, perché a questo serve la riforma Boschi: a cambiare la forma del governo senza dirlo, usando come killer una legge ordinaria (l’Italicum) ed evitando così di indicare i contrappesi indispensabili per bilanciare lo strapotere di un premier eletto in forma diretta. Continua la lettura di Manfrina intorno all’Italicum

15 anni buttati via

11 settembre, 15 anni fa. Che cosa dovremmo ricordare di quel giorno? Che fu un attacco contro la mondializzazione capitalista (le torri del commercio mondiale) e la potenza militare (un aereo kamikaze prese di mira il Pentagono) che la sosteneva. Un atto di guerra in nome di una lettura dell’islam vecchia di due secoli e mezzo che perorava il ritorno a costumi medievali (donne velate, guerrieri dalle barbe incolte, distruzione di monumenti e immagini, guerra a ogni forma di cultura in quanto potenzialmente corruttrice). I responsabili erano vicinissimi (imparentati, protetti, collusi) con il principale alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente, l’Arabia Saudita. Ed essi stessi (Bin Laden & Co) erano stati armati, reclutati e utilizzati nella guerra contro il nemico sovietico in Afganistan. L’obiettivo degli assassini all’ingrosso era costruire una base operativa e un punto di riferimento ideale per la loro jihad (in Afganistan con l’alleanza tra Bin Laden e il Mullah Omar, Al-Qaeda e i Talebani). Dal primo momento fu chiaro (a chi avesse occhi per vedere e orecchie per ascoltare) che la “guerra” contro questa forma di mondializzazione reazionaria e disumana avrebbe dovuto essere innanzitutto ideale, la riaffermazione della nostra superiorità, della difesa dei diritti e delle libertà per tutti. Evidente era altresì la necessità di proteggere e appoggiare i nemici di Al Qaeda: poco prima dell’attacco alle torre gemelle Massoūd fu ucciso da kamikaze che finsero di intervistarlo con una telecamera bomba. E che era indispensabile rivedere le nostre alleanze mettendo alle strette le monarchia reazionarie del golfo che pagavano e pagano gli imam integralisti, proteggevano e proteggono i terroristi. Continua la lettura di 15 anni buttati via

Le auticritiche di Grillo e Napolitano

Germania all’attacco del fronte sud, scrive la Stampa. “Tsipras è tornato ai suoi soliti giochetti”, ha detto infatti il bavarese Manfred Weber, commentando il vertice che il premier greco ha voluto ad Atene con i partiti socialisti dei sette paesi che si affacciano sul Mediterraneo, vertice cui hanno partecipato anche Hollande e Renzi. “Nuove richieste continue da parte di Atene – ha proseguito Weber – non portano da nessuna parte”. “Quando si incontrano i leader socialisti – ha rilanciato Wolfgang Schäuble – per lo più non ne viene fuori niente di intelligente”. Poi il ministro delle finanze tedesche se l’è presa con Draghi: è la sua politica espansiva, ha detto, ad aver provocato “un chiaro calo” del cambio dell’Euro. E da qui deriverebbe – da una una proterva politica tedesca che drena risorse dal sud al nord dell’Europa – lo scandaloso surplus commerciale della Germania. Ricordo che Draghi aveva invitato la Germania a investire di più, sostenendo che viola le regole europee sia chi spende il denaro che non ha sia chi non spende quello di cui dispone. Insomma le due destre interne al partito della Merkel, Schäuble e l’ala bavarese tirano la giacca alla cancelliera e sfidano la BCE. Renzi si dice soddisfatto, sottolinea “ora anche Hollande è con noi”, ma non spiega affatto se intende appoggiare le richieste di Atene – ristrutturazione del debito, più investimenti – già al prossimo vertice di Bratislava o se pensa di continuare a fare il furbo per lucrare un bonus dello zero virgola da inserire in finanziaria. Continua la lettura di Le auticritiche di Grillo e Napolitano

Il pasticciaccio brutto del Campidoglio

Stelle cadenti, titola il manifesto. Ormai il pasticciaccio brutto del Campidoglio chiama in causa il vertice dei 5 Stelle e mette nei guai quello che avrebbe potuto essere il candidato premier del movimento. Repubblica pubblica il testo dei messaggi che sarebbero intercorsi il 4 agosto tra Di Maio e i componenti del mini direttorio romano. Luigi Di Maio: “Quale reato viene contestato a Muraro?”. Fabio Massimo Castaldo (eurodeputato): “Attività di gestione dei rifiuti non autorizzata”. Luigi Di Maio: “Muraro è iscritta nel registro degli indagati?” Paola Taverna: “Posso essere più precisa domani.” Di Maio: “Posso almeno sapere se il 335 è pulito oppure no?” (Il 335 prevede l’iscrizione nel registro indagati senza l’obbligo di inviarne una comunicazione scritta). Paola Taverna: “No, non è pulito”. Il Fatto Quotidiano riproduce la conversazione che Virginia Raggi, il suo portavoce Teodoro Fulgione e Luigi Di Maio (conversazione a tre, Fulgione e Raggi si spartivano un auricolare, avvenuta lunedì scorso). Raggi non vuol mollare la Muraro “Trovatemene un’altra così”, poi a un certo punto avverte Di Maio: “Questa sera Stefano (Vignaroli, parlamentare M5S, vicepresidente della commissione Ecomafie, ndr) ha detto che si ricorda che Paola (Taverna, senatrice del M5S, fidanzata di Vignaroli, ndr) ti ha scritto chiedendo di avvertirti”. Insomma, sei della partita. Continua la lettura di Il pasticciaccio brutto del Campidoglio