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Prova di carattere

Non siete, non vi lasceremo soli. È l’impegno preso dallo stato davanti alle vittime del terremoto, alle loro famiglie, agli amici, a chi non ha lasciato quella faglia appenninica che dell’Italia rappresenta la colonna vertebrale. Impegno solenne, suggellato dal silenzio di Mattarella. Il Corriere pubblica la foto di una donna in lacrime, a mani giunte, e del presidente che la trattiene per le spalle: “Signora, ha tutto il diritto di essere arrabbiata”, pare le abbia detto. Il vescovo racconta di avere chiesto al suo dio: “Signore, e ora che si fa?”. Agnese Renzi piangeva, semplicemente, seduta in prima fila. Immagini che – scrive Maurizio Molinari – dimostrano “compostezza, vigore e forza di carattere”. “In questa estate di disastri, terrorismo e migrazioni l’Italia è stata messa alla prova, dimostrando di avere abitanti con una tempra non comune”. Sul suo giornale Enzo Bianchi ci invita, tuttavia, a “vigilare affinché l’angoscia del restare «senza parole» non sia anestetizzata dal ripetere parole senza senso”. “La nostra vita – prosegue – è stata affidata da dio alle nostre mani, mani fragili, mani capaci anche di commettere il male, mani più sovente responsabili di omissioni nei confronti del bene”. Dio si sottrae, sostiene Bianchi, ma per lasciare all’uomo la libertà di scegliere. Continua la lettura di Prova di carattere

Più sabbia che cemento

281 morti accertati, 15 dispersi, 43 vittime ancora senza nome, 2.500 sfollati. Corriere e Stampa aprono con il bilancio, amarissimo, del terremoto. Repubblica e il Fatto denunciano le responsabilità, quelle che già si vedono. “L’accusa del procuratore, palazzi con più sabbia che cemento”, è infatti il titolo del giornale diretto da Mario Calabresi. “La scuola crollata: quei lavori sballati puzzano di mafia”, questa invece la scelta di Marco Travaglio. Oggi i primi funerali di stato, con Mattarella e Renzi. Poi gli impegni, le promesse, il timore che vengano disattesi, come troppe volte è successo in passato.

Burkini no. In Francia il Consiglio di Stato si è pronunciato contro il divieto, considerandolo lesivo delle libertà fondamentali. Poteva fare altrimenti? Certo che no. Si poteva impedire, in nome della läicité – che poi significa netta separazione tra cittadinanza e fede – che persone con indosso il burka, dunque travisate e non riconoscibili, entrassero in un pubblico ufficio. Continua la lettura di Più sabbia che cemento