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Frontiere, affari e diritti

In Europa tornano le frontiere interne. Con l’immigrazione, Grecia e Italia dovranno cavarsela da soli almeno per i prossimi due anni. Il succo è questo. E l’umore nero degli europei del Nord si estende anche alle questioni dell’economia: si ritorna a parlare di Grexit, (colloquio del Corriere con Ian Bremmer) giacché la ricetta imposta ad Atene non era – e tutti lo sapevano – sostenibile, si riprende a mettere l’Italia sotto osservazione: “Allarme Ue: Troppo debito. L’ira di Renzi: non sono isolato”, perché ho “con me 50 milioni di italiani”. Facciamo un passo indietro: ecco titoli e commenti sul ritorno delle frontiere. “Schengen spacca l’Europa”, Repubblica. “Congelare Schengen per due anni”, Stampa. “Schengen in bilico per due anni”, Corriere. Con Cesare Martinetti (Stampa) che scrive e spera: “ma non è la fine dell’Europa” e Franco Venturini (Corriere) che constata: “Una vera trappola (e un’ingiustizia) per noi e la Grecia”. Si è persino discusso della possibilità di sigillare il confine tra Grecia e Macedonia. In questo caso ai profughi non resterebbe che buttarsi in Adriatico verso le nostre coste, senza poi poter più passare in Austria o in Francia. Continua la lettura di Frontiere, affari e diritti

Il giorno dei gufi

Una calza della befana tutta piena di gufi. Date un’occhiata ai titoli. Repubblica: “La micaccia atomica di Kim”. Non si capisce ancora se la Corea del Nord abbia la bomba all’idrogeno o solo quella atomica ma resta che l’esplosione di ieri aveva la forza di un terremoto. Forse il dittatore comunista, figlio d’arte, vuole solo mostrare che il suo regime non sta scoppiando, forse cerca di strappare perché la sua gente è alla fame, ma resta che né americani né Cina né l’ONU riescono a regolare il problema, retaggio di una sciagurata guerra durante la quale un generale americano propose bombardamenti nucleari sulla Cina. Continua la lettura di Il giorno dei gufi

Le spine e la rosa. Il caffè del 10 aprile

Crolla il potere d’acquisto delle famiglie. La Consulta dà ragione al governo e non alla Procura si Taranto, l’Ilva continuerà a produrre e vendere, i magistrati a indagare. Al porto di Trapani la Coppa America è affare di mafia, altri sequestri milionari dopo quelli dell’eolico, forse si stringe il cerchio intorno al boss Messina Denaro. Ma i titoloni sono tutti per Bersani e Berlusconi che si sono visti, faccia a a faccia, per un’ora o giù di lì. “Rosa di nomi”,”Rosa per il colle”,”Miracolo, si parlano”. Corriere, Repubblica, Giornale segnalano il bicchiere mezzo pieno, solo Il Fatto avverte che “l’inciucio non decolla” e Libero vede le “spine” della rosa.Di cosa hanno parlato? Di Quirinale e non di Governo. Bersani ha detto a Berlusconi di non volere imporre un nome a maggioranza (avrebbe quasi i numeri per farlo, alla quarta votazione), anzi di sperare che si possa eleggere il nuovo Presidente già  il 18 aprile, con grandi numeri, come previsto dalla Costituzione. Berlusconi non ottiene lo scambio, uno dei suoi al Colle in cambio del via libera a Bersani per Palazzo Chigi. E incassa male quel “ti conosco mascherina”, metafora sulla sua inaffidabilità, che il segretario del Pd gli aveva lanciato in faccia la mattina, ad Agorà. E se Altan ci invita a non muoverci, zitti e fermi che forse si dimenticano di noi! Giannelli insinua che dietro la maschera di Berlusconi  ci sia il volto di Napolitano, vero dominus dell’attuale fase politica. Appena l’altro ieri, in effetti,  il Presidente della Repubblica aveva tuonato contro il “moralismo fanatico”. E ieri le conferenze dei capi gruppo di Camera e Senato hanno lasciato soli “i fanatici moralisti” delle 5 stelle a chiedere che si insediassero le commissioni parlamentari. Eppure si potrebbe fare. Il Parlamento potrebbe cominciare a lavrate, sia pure a bassa intensità, anche se non abbiamo ancora un governo nè una maggioranza e un’opposizione definite. Non lo proibisce la Costituzione, di insediate le commissioni, e neppure il regolamento. Sarebbe solo più difficile spartirsi le Presidenze, senza sapere chi sarà maggioranza e chi opposizione. E, certo, non si potrebbe garantire una bella camera con vista sul centro di Roma, come premio di consolazione, a chi ambiva una poltrona di governo o uno strapuntino da sottosegretario. I partiti demonizzati, derisi, sbeffeggiati dalla retorica giornalistica anti casta, restano  padroni del Parlamento. Ne riparleremo in questo blog.Tornando alle intese “coraggiose” del 1976, oggi Pigi Battista, sul Corriere, riprende l’esempio storico fatto da Napolitano. E la foto storica mostra una stretta di mano tra Moro e Berlinguer. A parte il fatto che è proprio difficile immaginare Berlusconi nei panni di Moro, mi sono permesso di ricordare ai senatori del Pd che Democrazia Cristiana e Partito comunista controllavano, nel 76,  la stragrande maggioranza dei voti. Nelle elezioni di febbraio scorso, PDL e Pd hanno perso, insieme, oltre 9 milioni di consensi. Quelle tra Bersani e Berlusconi non  sarebbero,dunque,  “larghe intese”. Al massimo un piccolo arrocco nel Palazzo. Un’occupazione dello spazio politico istituzionale, mentre nel Paese trionfano disincanto e sfiducia. E cova la rabbia. Nicola La Torre ha sostenuto che la vera iattura della seconda repubblica sarebbe stata la guerra frontale tra gli schieramenti. Credo che lamentasse il fallimento, per responsabilità di Berlusconi,della Bicamerale per le Riforme, presieduta da D’Alema. In ogni caso  siamo passati dallo scontro frontale alla guerra di movimento. Berlusconi spara contro i giudici che lo “perseguitano”, contro la Costituzione che impedisce di governare, e l’Europa che complotta contro di lui. Ma vuole essere “legittimato” da un accordo con ilPd. Grillo dice “siete morti tutti”, ma ne vuole morto soprattutto uno, il Pd, reo di essere ancora un partito e di non aver rinunciato a presidiare il territorio. In questo schema, mentre La Torre, Minniti e altri cercano intese con l’ex “principale avversario”, Berlusconi affida  a Grillo il compito di levare la sedia (il consenso) da sotto il sedere del Pd. Allora, non cedendo al gusto del paragone con il passato, mi sono permesso di ricordare agli amici del Pd da dove origini lo psicodramma delle alleanze (inseguiamo Grillo o forse no? Intese con il giaguaro, quanto ci costa? Certo con Monti, ma contro Camusso?). Al tempo del PCI e della guerra fredda, l’identità si considerava scontata, fuor di discussione. Le alleanze diventavano croce e delizia della politica, mezzo necessario per uscir di trincea. Ma nel mondo senza più l’identità non può più essere per nessuno un “a priori”. Il Pd dovrebbe dirsi cosa vuol fare, prima di chiedersi con chi farlo.