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Il No e Mattarella

Tra UE e Renzi duello infinito: volete troppo. Repubblica esprime i suoi dubbi sul duello che il premier sembra voler ingaggiare con l’Europa. Dà spazio alla risposta di Juncker: avete ottenuto “già 19 miliardi di flessibilità”. Fa i conti e scopre che “ora la manovra dovrà salire di altri 5 miliardi per non toccare l’Iva”. Anche il Corriere, con un editoriale in apertura boccia la politica europea del premier. Il vice direttore Antonio Polito ricorda alcune frasi del premier: quella secondo cui “l’uscita del Regno Unito avrebbe reso più forte l’Europa che restava, e maggiore il ruolo dell’Italia”, l’altra che prefigurava “un nuovo direttorio a tre, con Roma alla pari con Berlino e Parigi”, o infine “la convinzione, espressa prima di Bratislava, che Hollande fosse completamente acquisito alla causa della lotta contro l’austerità”.

“All’origine di questi abbagli – scrive Polito – non c’è solo la fretta di dare buone notizie agli italiani, di mostrare loro che gareggiamo in una categoria di peso superiore al passato. C’è una analisi errata della condizione dell’Italia, che forse indebolisce l’azione riformatrice del governo anche dentro i confini nazionali. In una parola: il nostro Paese è in crisi oppure no? Continua la lettura di Il No e Mattarella

Il rottamatore rottamato

Altro che voto locale: è cominciata la rottamazione. Del rottamatore! Si vede bene anche dalle “non sconfitte” di Milano e Bologna. Nella capitale del nord, Sala batte Parisi 51,7 contro 48,3%. È la vittoria di Pisapia, che ha preso l’ex Ad Expo sotto la sua ala e prima o poi presenterà il conto a Renzi. Ed è la sconfitta di Parisi, che negli ultimi giorni ha commesso due errori imperdonabili: non ha voluto dire i nomi dei suoi futuri assessori e non si è impegnato a votare “No” al referendum costituzionale. La vittoria a portata di mano gli ha fatto sfuggire la vittoria di mano. A Bologna, Merola ha scelto di disubbidire a Renzi: è andato al banchetto della Cgil e ha firmato il referendum contro il jobs act. Merola 54,6%, la leghista Bergonzoni 45,4. Ma il Pd (di Renzi) ha strappato dopo 23 anni Varese alla Lega? Se è per questo una lista civica che ha per tema il “Bene comune” ha travolto la destra a Latina. Continua la lettura di Il rottamatore rottamato

Perde il partito della nazione

Balzo dei 5 Stelle, il Pd soffre. “La Raggi vola a Roma, soffre il Pd”. Titoli identici per il Corriere e per Repubblica. Quest’ultima aggiunge: “Ora ballottaggi a rischio”. Da parte mia osservo che il Partito della Nazione (di Renzi) ha fatto peggio del Pd “Ditta” (di Bersani), che il Movimento 5 Stelle è un passo dalla conquista di Roma e può giocarsela a Torino, che la Forza Italia di Berlusconi non ha futuro senza Meloni e Salvini, che la sinistra-sinistra deve prima precisare il proprio profilo politico e solo dopo può chiedere il voto.

Cominciamo da Renzi. Il suo candidato feticcio, Sala, manager Expo, ma imposto anche agli arancioni di Pisapia, è primo di un soffio a Milano 41,6% contro il manager delle destre unite, Parisi, che lo incalza col 40,9. A Napoli, dove il premier ha promesso soldi per Bagnoli, ha attaccato De Magistris, ha chiuso la campagna per la sua candidata, Valeria Valente è stata esclusa dal ballottaggio. De Magistris totalizza il 42,3 dei voti e fa meglio di Piero Fassino che a Torino si accontenta del 41,6 con la sfidante a 5 Stelle, Appendino, al 31,9%. Bologna conferma l’allarme (o la sofferenza) del Pd di Renzi: Merola non sembra in grado di superare la soglia del 40 per cento – i risultati sono provvisori -, andrà al ballottaggio con la leghista Bergonzoni 22 e rotti e qui è da segnalare anche il risultato positivo del più a sinistra e del più civico dei candidati della sinistra, Martelloni, che si attesterebbe al 7%. Ciliegia sul gateau (indigesto) per Renzi, a Cagliari il vecchio centro-sinistra di Bersani elegge al primo turno il sindaco di Sel, Massimo Zedda. Continua la lettura di Perde il partito della nazione

Muhammad Ali

Che sapete di lui? Di Cassius Clay, Muhammad Ali, morto a 74 anni? Ballava sul ring, velocissimo a schivare i colpi, sfidava l’avversario con le smorfie e i movimenti del corpo, non sembrava cattivo, pareva che giocasse. Rifiutò di andare in Viet Nam, reato gravissimo negli Stati Uniti alla fine degli anni 60. Gli levarono la licenza di combattere ed era campione del mondo. “I Viet Cong – ebbe a dire – non mi hanno mai chiamato negro”. Negro, come Malcom X, e come Malcom, abbracciò l’Islam, la sola religione – si diceva allora nei ghetti neri – che può abbattere ogni barriera razziale. Quando tornò a combattere, dopo la squalifica, Muhammad Ali era meno mobile sulle gambe, continuò a vincere ma incassando colpi durissimi che potrebbero avergli regalato il morbo di Parkinson, suo compagno di vita nell’ultimo quarto di secolo. Immagino Bernie Sanders, in una pausa della campagna che lo vede ora prevalere, almeno nei sondaggi, in California, che parla ai suoi ventenni di quel folletto indomito degli anni 60. Si sbagliava anche allora, tanto; ma si sognava altrettanto. Continua la lettura di Muhammad Ali