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Manfrina intorno all’Italicum

C’è l’accordo l’italicum sarà cambiato. Così Repubblica in prima pagina. Che bravi! Tutto però si complica se si leggono i “pezzi” e si cerca di capire di che accordo si tratti, tra quali forze e quando si intenda cambiare la legge. Ecco che si scopre – udite, udite – che il giornale diretto da Calabresi sta in verità parlando di una proposta NCD, che fra l’altro non vuol cambiare la struttura dell’italicum (legge proporzionale con capilista nominati e premio di maggioranza) ma solo consegnare il premio al candidato di una coalizione e non solo di una lista singola. Il Pd renziano – aggiunge Repubblica – avrebbe mostrato interesse per la proposta del ministro Alfano ma avrebbe fissato un “paletto del premier al forcing degli alleati: ballottaggio intoccabile”. Magnifico: si cambia per non cambiare. Infatti lo sproposito dell’italicum – quello che lo rende una legge unica e inimitabile – consiste appunto nell’introdurre il ballottaggio e premio di maggioranza in un sistema che resta proporzionale. Per cui la scelta dei rappresentanti del popolo viene svilita e sottomessa alla selezione di una figura carismatica (il capetto) che potrà governare senza vincoli per 5 anni, anche se al ballottaggio avrà ricevuto i voti di una minoranza, sia pure la meno debole delle minoranze. Se il presunto “accordo” di cui parla Repubblica avesse seguito, ci troveremmo lo stesso in un regime non più “parlamentare”, un sistema che mortifica la rappresentanza (con i capilista bloccati e molti deputati cooptati in parlamento grazie alla vittoria del loro candidato premier), insomma una forma di premierato. Senza contrappesi, perché a questo serve la riforma Boschi: a cambiare la forma del governo senza dirlo, usando come killer una legge ordinaria (l’Italicum) ed evitando così di indicare i contrappesi indispensabili per bilanciare lo strapotere di un premier eletto in forma diretta. Continua la lettura di Manfrina intorno all’Italicum

Colpo di stato, guerra civile e crisi Nato

50mila persone sospese o arrestate, Repubblica. “Epurazioni di massa dentro scuole e moschee”, La Stampa. “Erdogan caccia i professori”, Corriere. Che c’è più da dire? Erdogan sta compiendo un colpo di stato: è il suo quello vero, non il tentativo fallito dei militari. Wikileaks ha pubblicato 295mila mail dell’Akp, il partito di Erdogan. Quando saranno studiate, forse riveleranno i piani di questo golpe, preparato con tutta evidenza da tempo. Non si improvvisano liste di proscrizione nelle moschee e nelle università, fra i poliziotti e nell’esercito, fra i giudici e i giornalisti. In più il colpo di stato di Erdogan ha scatenato una guerra civile (per ora, solo per ora, virtuale). Ronde di suoi seguaci pattugliano le strade di Istanbul, un popolo di funzionari, di spie, di aspiranti Imam e di incolti docenti è pronto a occupare le caselle che le epurazioni di massa hanno lasciato vuote. Per ora l’altra parte di questa guerra civile è silente, annichilita dai fatti di venerdì scorso e dall’uso che l’Akp ne sta facendo. Ma è solo questione di tempo: reagiranno i curdi, reagiranno i turchi che non vogliono diventare wahhabiti, reagiranno generali o colonnelli che si ritenevano fiore all’occhiello della Nato e si trovano un dittatore che li porta verso un patto del Mar Nero con la Russia di Putin, domani magari anche del Mar Caspio con l’Iran. Reagiranno, prima o poi. Perché violenza e demagogia non cancellano la memoria storica. Continua la lettura di Colpo di stato, guerra civile e crisi Nato

Se cado, cadrete con me!

The italian job. Un pullman tricolore in bilico sull’orlo di un burrone. È la copertina di The Economist. Spiega Federico Fubini: “A quasi dieci anni dall’avvio della Grande recessione mondiale, i crediti bancari a rischio di default nella zona euro valgono ancora quasi mille miliardi. Per quasi un quarto vi contribuisce l’Italia”. Il settimanale economico non ha dubbi: gli stati devono finanziare le banche. Ma le regole europee (per evitare che ciascun paese pensi a se stesso con i soldi anche degli altri) subordinano i salvataggi bancari alla tosatura degli azionisti, poi degli obbligazionisti, infine dei correntisti con oltre 100mila euro. Nel caso Italia, ciò vorrebbe dire moltiplicare l’impatto sociale del fallimento di Banca Etruria. Un prezzo politico assai pesante per il governo, che ha fatto dell’ottimismo di maniera – arriva la ripresa, anzi è già arrivata, non va ancora bene ma meglio – la sua cifra politica. Invece, scrive il direttore del Corriere Luciano Fontana,”siamo ancora ad aspettare segnali di ripresa che non arrivano”. Intorno a noi il quadro non è meno fosco. Deutsche Bank ha in pancia troppi “derivati” e non potrà liberarsene senza un poderoso intervento pubblico. In Gran Bretagna “la caduta della sterlina post brexit – come scrive Federico Rampini su Repubblica – espone a una perdita secca di valore gli investimenti immobiliari”. Perché i capitali che arrivavano finivano nel mattone (di lusso) e l’investimento veniva condiviso da banche e fondi pensioni: ora la sterlina attrae meno e la paura moltiplica l’effetto brexit. Continua la lettura di Se cado, cadrete con me!

Esci dal “talent”!

Tangenti e Pizza “ai vertici dello stato”. Non so se stupisca di più che le mazzette possano arrivare tanto in alto o che il signor Pizza, che della vecchia Dc possiede solo il simbolo, possa essere ancora là, al crocevia tra governo e affari. L’Italia che non cambia. Un altro Pizza, il fratello, è finito in carcere. Par di capire che prendesse soldi e li distribuisse, spendendo il nome di suo fratello e del ministro dell’interno di Renzi. Per non sbagliare avrebbe incontrato Berlusconi, si sarebbe occupato del vertice dei servizi segreti, as usual, avrebbe favorito il fratello di Alfano, facendolo assumere alle Poste, con uno stipendio alto, ma non il più alto, e di questo il raccomandato si sarebbe lagnato. Inquisito ma non arrestato anche un deputato di Area Popolare partito di governo. Si chiama Antonio Marotta, avrebbe collezionato e distribuito tangenti, ma non si sa bene a chi: così il giudice non può accusarlo di corruzione ma “solo” di traffico di influenza, illecito finanziamento e ricettazione”. I simboli si sprecano in questa storia: se Pizza Giuseppe è il padrone del glorioso scudo crociato, il simbolo del nuovo centrodestra è proprietà di un altro del giro, Davide Tedesco. Continuità nel possesso, deja vu talmente forte da apparire caricaturale. Nulla cambia: ai vertici dello stato, c’è sempre bisogno di facilitatori e mazzette, di conti in nero e di fratelli. Continua la lettura di Esci dal “talent”!

È solo un voto locale

È solo un voto locale. Quello di Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna è solo un voto locale. È quel che dice Matteo Renzi in una imperdibile intervista concessa alla sua retroscenista di fiducia, Maria Teresa Meli, del Corriere della Sera. Il premier accusa “gli stessi” che gli hanno rimproverato “di voler personalizzare lo scontro per il referendum” di “legare il governo al voto di alcune realtà municipali”. A parte il ridicolo di ridurre l’elezione dei sindaci delle città più grandi a un “passaggio locale”, come si trattasse di Trapani, La Spezia e Ferrara, mi chiedo chi siano costoro che legano la crisi di governo alla vittoria di Parisi o della Raggi? È Renzi ad aver ripetuto fino alla nausea, “se vincono i No al Referendum lascio la politica” ed è Renzi che sta ripetendo come un ossessione “resto a Palazzo Chigi se perdo a Roma e Milano”. Lo ripete al punto da stancare il pubblico che segue per televisione. “Renzi non buca più. In tv effetto saturazione”, titola la Stampa: da Lilly Gruber, a 8 e 1/2, la puntata con Renzi ha fatto registrare uno share del 6,23%, quella con Bersani, il 6,70. Gargamella più seguito del rottamatore. Ma sapete poi a cosa il premier lega la sua permanenza a Palazzo Chigi? Non alla vittoria o alla sconfitta a Milano e Roma, lo abbiamo visto, ma alla possibilità, col referendum di “rendere il sistema più semplice o di lasciarlo com’è”. Continua la lettura di È solo un voto locale

Tra Europa e Cirinnà

M5S: votiamo solo la Cirinnà, Repubblica. “Unioni civili: le condizioni di M5S”, Corriere. I due titoli indicano che c’è una maggioranza, persino ampia, in Senato per riconoscere qualche diritto alle coppie omosessuali. Persino il diritto per il partner di adottare il figlio biologico del convivente. Certo il Giornale titola “Possibili danni sui figli” (per le “adozioni gay”), riprendendo una dichiarazione di tal Giovanni Corsello, presidente dell’associazione di pediatria. Anche Repubblica ne dà conto, ma contrapponendogli dichiarazioni di senso opposto che verrebbero degli “psichiatri”. Mi pare una polemica già stanca. Cosa propone infatti “il pediatra”? Che il figlio venga tolto al genitore dacché egli convive con persona del suo stesso sesso? E a chi affidarlo poi il bambino, a un istituto religioso? La possibilità di adottare il figlio del partner serve semmai a riconoscere una situazione di fatto, a non far sentire quel figlio un paria. Chi sono i tuoi genitori? Gli chiedono a scuola. “Ne ho uno – risponde – poi c’è a casa un suo amico (o una sua amica)”. Continua la lettura di Tra Europa e Cirinnà

Quando i kamikaze scappano

Quando i kamikaze scappano. La notizia la trovate ovunque: “La resa dell’Isis a Ramadi”, Corriere, “La grande fuga dei miliziani”, Repubblica, “L’Iraq caccia l’Isis da Ramadi”, Stampa. É importante per tre ragioni. Ramadi fa parte di quel “triangolo sunnita” dove gli Stati Uniti avevano perso la seconda guerra d’Iraq, quella per il controllo del territorio. Una zona, dunque, dove i terroristi avevano trovato terreno fertile e dove avevano potuto reclutare ufficiali e soldati di Saddam Hissein, convertiti al jihad. In secondo luogo Ramadi è stata presa da truppe irachene, tornate a vincere grazie alla cooperazione di Iran e Stati Uniti. Infine la fuga dissolve il mito dell’invincibilità del fanatico kamikaze e riduce di molto l’efficacia propagandistica dei due ultimi attentati (al Bataclan e all’aereo russo in Sinai) con cui Daesh voleva spostare l’attenzione dalle sue difficoltà in Siria e in Iraq. Continua la lettura di Quando i kamikaze scappano

Un,due,tre: l’accordo c’è!

Tre indizi sono una prova? Talvolta, sì. Primo indizio: lunedì il nuovo centro destra diserta in massa l’aula di Palazzo Madama facendo saltare per 4 volte il numero legale e dunque la seduta. Il giorno dopo Luigi Zanda, capo gruppo Pd in Senato, ribalta l’indicazione di voto data in commissione e lascia libertà di voto sull’arresto di Azzolini, influente senatore del Nuovo Centro Destra.

Secondo indizio. Nello stesso giorno Denis Verdini presenta il suo gruppo: si chiamerà Ala, l’ala destra del governo Renzi, le truppe mercenarie che servono per ridurre i grilli in testa dei dissidenti Pd e far passare la riforma del Senato.

Terzo e decisivo.  Proprio mentre il senato si accingeva a discutere (a ritmi da bersagliere) la “riforma” Renzi sulla Rai, ecco che Padoan chiede alla commissione parlamentare di vigilanza di eleggere subito il nuovo consiglio di amministrazione, ma con le vecchie regole, quella fissate dalla legge Gasparri. Vuol dire che maggioranza e opposizione hanno trovato l’intesa per spartirsi i posti.

Un, due, tre. l’accordo c’è. Da ora in poi il governo Renzi potremo più correttamente chiamarlo Renzi,Verdini,Azzolini. O Renzi, Verdini, Schifani, visto che pare sia stato Schifani a chiudere l’accordo. È cambiata la maggioranza? Il Presidente Mattarella chiamerà Renzi e lo manderà alle camere per un nuovo voto di fiducia? Improbabile. L’arrotino potrebbe sempre dire che le maggioranze sono variabili ma solo per le riforme. E poi, se qualcuno alla fine chiedesse di entrare nel Partito della Nazione che male ci sarebbe?

Il buffo è che le critiche a tanto trasformismo arrivano anche da renziani di ferro. Che non si capisce se si sono o ci fanno. Debora Serracchiani insorge contro il salvataggio di Azzolini: dovremmo chiedere scusa, dice. La Boschi non perde la battuta e dichiara di essere a favore del matrimonio per gli omosessuali. Altro che unioni civili! Ma come si fa – si chiede Maria Elena- in questa legislatura? Già, come si fa, con un governo imbastito sul sostegno di Alfano, Giovanardi e Schifani? Last but not least, Roma. I renziani chiamano Marino-Orfini la giunta  che ha appena visto la luce, un Frankestein fabbricato dai “giovani turchi”: Noi che c’entriamo? Trasformismo e scaricabarile!

Ps In tutto cio, chi si impiglia nel proprio laccio e rischia di  impiccarsi con le sue stesse mani, sono i 5 Stelle. Tacciano di tradimento chiunque si opponga ma non sulle loro posizioni, si esaltano davanti allo specchio del sacro blog, si comportano come se avessero dietro un popolo pronto all’assalto del Nazareno e di Palazzo Chigi. Così facendo si tagliano fuori dai giochi e concedono a Renzi quello di cui Renzi ha più bisogno: prendere tempo. Presto qualcuno gli porgerà il cappio. Provo a inventare: un “cittadino portavoce” nel CdA della Rai.

Chi ci consegna a Grillo e alla Lega

Eppure c’é tutto un mondo fuori di noi. “L’offensiva di Obama sul clima”, scrive la Stampa. “Un piano di grande portata”, El Pais. “Molto audace” Financial Times. Ridurre del 32% le emissioni di CO2 in 15 anni, chiudere quasi tutte le centrali a carbone degli States. E se è vero che si può fare grazie alle grandi quantità di gas estratto, l’obiettivo è di investire nell’energia politica, eolico e solare. “Non lasciamo ai nostri figli un pianeta incurabile”,dice Obama. Pace con Cuba e Iran, Corte Suprema che autorizza i matrimoni gay, viaggio in Africa che è la più grande risorsa del domani, riconversione ecologica. Gli Stati Uniti di Barak Obama reagiscono al declino scommettendo sul futuro.

Scontro nel Pd. Renzi: dico no al VietNam, titola invece Repubblica. C’è qualcosa di grottesco nella reazione del premier e della sua corte dei miracoli alle difficoltà parlamentari. Dal Giappone il capo fa la ramanzina ai sindaci, mentre Serracchiani e Boschi minacciano i dissidenti. “Chi non vuole le riforme ci consegna a Grillo e alla Lega”. Ma come? Loro rompono con Cgil e Fiom, storico serbatotio elettorale della siniustra. Poi si fanno odiare dall’intero corpo insegnante. Impongono una riforma della Rai che peggiora la Gasparri. Aprono la crisi a Roma e in Sicilia ma poi si spaventano e rinviano. Salvano “la casta” a seconda delle convenienze (Azzolini sì, Genovese no). E poi accusano qualcun altro di consegnare il paese a Grillo e Salvini? La verità -scrive Ilvo Diamanti- è che il premier “un giorno dopo l’altro, una parola dopo l’altra, disegna una democrazia personale e immediata. Centrata sulla sua persona. Refrattaria alle “mediazioni”.

Una post democrazia fondata sul premier, senza contrappesi nè controlli per i 5 anni che dividono un’elezione dalla successiva. Con le istituzioni di garanzia, Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale, diminuite perchè il combinato Italicun-Riforma del Senato rischia di consegnarne il potere di nomina nelle mani a chi abbia arraffato il premio di maggioranza. Ho detto a Tommaso Ciriaco, Repubblica, che i renziani dovrebbero ringraziare i 25 senatori dissidenti + 4 che si preparano alla battaglia contro il testo attuale per la riforma della Costituzione. È lì il grumo di follia, l’azzardo renziano: nel voler imporre per 5 anni il potere di uno solo, che alla fine non sarà Renzi perchè il rottamatore è già sfiatata, comincia a dubitare di sè, inanella errori su erroori. Invece Palazzo Chigi lancia la campagna d’agosto: sputtana, manganella, ricatta. E usa il Pd -lo dice D’Attorre al Fatto- come “uffico stampa del capo”

Due conigli dal cappello. Intanto i gazzettieri del capo fabbo salire l’attesa: chi mai saranno il prossimo amministratore delegato e il presidente della Rai. Regole vecchie, certo, ma nomi nuovi, che ci stupiranno. È solo la musica che aiuta il prestigiatore a nascondere il trucco. Cone nota Mentana in un’intervista a Repubblica, la questione centrale resta inevasa: “qual è la mission della Rai? Quanti canali deve avere? Come vanno divisi servizio pubblico e area di mercato? La vituperata prima Repubblica, nel ’75, non è che decise di mettere Emilio Rossi al Tg1 e Andrea Barbato al Tg2 prima di decidere cosa voleva fare della tv pubblica». Ma il renzismo è l’ideologia del potere che giustifica il potere (del premier) Non pensa, ordina. Non discute, ha fretta. In Rai lo sanno e aspettano i nomi per prendergli le misure. La lottizzazione proseguirà, Come prima più di prima: un posto a NCD, l’accordo sul presidente con mister B, forse uno strapuntino ai 5 stelle. Chi non ne può più, come il Corriere della Sera, si occupa del Cocoricò, dei giovani che ballano e si fanno, perchè non hanno meglio da fare.

Senatori,vil razza dannata

Governo battuto sulla Rai, scrivono Corriere e Repubblica, poi aggiungono rispettivamente: “ribelli Pd non FI”, “colpo a Renzi dei ribelli Pd”. Un “colpetto”, in verità, perchè la legge sarà approvata stamani. E con lei verrà l’amministrazione delegato di nomina governativa, per rafforzare ancora -dice Benedetta Tobagi- “il controllo dell’esecutivo sulla Rai”. Nell’azienda si accentuerà lo “spoil system”, che da 25 anni le impedisce di ripensare la missione del servizio pubblico. Una Rai non riformabile -dice Sergio Zavoli- “se i partiti non arretrano”. Invece il maggior partito della maggioranza arrafferà l’amministratore delegato, il partito più “disponibile” dell’opposizione, prenderà il Presidente.

Pur sempre un colpo alla narrazione renziana. Tanto che i droni del premier si sono scatenati in un vero pestaggio mediatico contro i 19 che con il loro voto hanno osato negare una delega in bianco al governo. Delega che avrebbe permesso a Renzi di chiudere o riaprire a piacimento il rubinetto delle risorse, di cambiare la Rai non riformandola ma minacciando di soffocarla. Questo mentre un’altra delega gli consentirà di sedersi al tavolo con Sky e Mediaset per disegnare il nuovo duopolio televisivo, questa volta privato-privato. Sui giornali un’eco del furore renziano si coglie nel pezzo di Marcello Sorgi per la Stampa: “Solerti e compatti nel salvataggio del collega inquisito Azzolini (sicuro, Marcello?) diciannove senatori della minoranza Pd ieri hanno mandato sotto il governo, votando con Forza Italia”!
Stefano Folli coglie invece “un logorio” del premier. Per Massimo Franco “è come se di fronte ad un Renzi che gioca a tutto campo, i suoi oppositori avessero deciso di fare lo stesso”. Ciò genera “instabilità”. Occhio,dunque, alla riforma costituzionale che si voterà a settembre

“Nessuno è un uomo solo al comando” ha detto il Presidente della Repubblica parlando dei suoi poteri, ma usando una frase che la minoranza Pd utilizza spesso a proposito di Renzi. “Non si può pensare – ha proseguito- che io possa intercettare o bloccare scelte politiche che competono al Parlamento e al governo”. Questa frase si comprende meglio se si è avuta la fortuna di leggere un vecchio saggio in cui Sergio Mattarella boccia il Senato delle Regioni e osserva come la crisi italiana sia stata provocata dall’incapacità dei governi più che dal bicameralismo. Idee di un deputato. Il presidente è arbitro. Nè le opposizioni né il governo, lo tirino per la giacca.

Sottosviluppo permanente, scrive il manifesto commentando dati della Svimez che raccontano un Sud d’Italia in 15 anni cresciuto la metà della Grecia, un italiano su 3  a rischio povertà, l’occupazione ferma ai livelli del ’77. Ieri Cuperlo e Speranza, portavoce della minoranza Pd che vuol giocare “a tutto campo”, hanno presentato un’interrogazione al governo sulle “promesse disattese”, sul ruolo “marginale” del sud nella strategia di governo, e sulla opportunità di un “ministero per la coesione sociale”. Non lo so. Detta così sembra che si invochino ancora aiuti e sostegno per il meridione. Provvidenze che finirebbero, come sempre, alle borghesie parassitarie e intermediarie, senza creare posti di lavoro né speranza. Credo che la vera questione meridionale oggi sia la questione democratica, in Italia. È dal sud che deve nascere una lotta di liberazione dal parassitismo e dall’intermediazione, da illegalità, corruzione, evasione fiscale. Insomma, dalle mafie.

Noi, d’altronde, siamo il mezzogiorno d’Europa. La frase è di Krugman e riguarda Italia, Grecia, Spagna e Francia. Oggi Fubini spiega che Schäuble vuole un governo “tecnico” dell’Europa per imporre ai paesi del mezzogiorno (mediterraneo) quel rigore che da soli non sarebbero capaci di adottare. O reagiamo e cambiamo davvero, noi del mezzogiorno d’Europa, o moriremo sotto il tallone tedesco. Lo strumentalismo politico (il trasformismo, se preferite) che ha spinto Renzi (via Zanda) a far “salvare” l’NCD Azzolini dall’arresto, a me par folle, non per la persona di Azzolini, ma per il segnale che emana. Dice Altan “Hai votato secondo coscienza? Sì,ma poi mi sono accorto che non era la mia”.