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15 anni buttati via

11 settembre, 15 anni fa. Che cosa dovremmo ricordare di quel giorno? Che fu un attacco contro la mondializzazione capitalista (le torri del commercio mondiale) e la potenza militare (un aereo kamikaze prese di mira il Pentagono) che la sosteneva. Un atto di guerra in nome di una lettura dell’islam vecchia di due secoli e mezzo che perorava il ritorno a costumi medievali (donne velate, guerrieri dalle barbe incolte, distruzione di monumenti e immagini, guerra a ogni forma di cultura in quanto potenzialmente corruttrice). I responsabili erano vicinissimi (imparentati, protetti, collusi) con il principale alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente, l’Arabia Saudita. Ed essi stessi (Bin Laden & Co) erano stati armati, reclutati e utilizzati nella guerra contro il nemico sovietico in Afganistan. L’obiettivo degli assassini all’ingrosso era costruire una base operativa e un punto di riferimento ideale per la loro jihad (in Afganistan con l’alleanza tra Bin Laden e il Mullah Omar, Al-Qaeda e i Talebani). Dal primo momento fu chiaro (a chi avesse occhi per vedere e orecchie per ascoltare) che la “guerra” contro questa forma di mondializzazione reazionaria e disumana avrebbe dovuto essere innanzitutto ideale, la riaffermazione della nostra superiorità, della difesa dei diritti e delle libertà per tutti. Evidente era altresì la necessità di proteggere e appoggiare i nemici di Al Qaeda: poco prima dell’attacco alle torre gemelle Massoūd fu ucciso da kamikaze che finsero di intervistarlo con una telecamera bomba. E che era indispensabile rivedere le nostre alleanze mettendo alle strette le monarchia reazionarie del golfo che pagavano e pagano gli imam integralisti, proteggevano e proteggono i terroristi. Continua la lettura di 15 anni buttati via

La sinistra che vince, in Spagna

Ali, la leggenda che ha cambiato il mondo, scrive Repubblica. Una leggenda con molte spine: il 28 aprile del 1967 gli fu tolta la corona di campione del mondo, gli fu proibito di salire sul ring, e fu messo sotto processo – pena prevista 5 anni di carcere – come nemico dell’America per aver rifiutato la guerra in Vietnam. Il 17 novembre di quell’anno Lyndon Johnson, in una conferenza stampa, assicurava che gli Stati Uniti stavano vincendo in Viet Nam, nonostante “sprovveduti e politicanti” ostacolassero lo sforzo bellico in difesa delle libertà. Due anni prima, il 21 febbraio del 1965, era stato ammazzato Malcom X. Ai suoi funerali, ad Harlem, c’era un popolo immenso: un milione e mezzo di persone. Ma la stampa americana ed europea lo presentò, prima e dopo l’assassinio,come un proto terrorista che si meritava quella fine. Persino Mohammad Ali credette, per un momento, a quella campagna di fango e quando, nell’estate del 1964 Malcom gli si avvicinò in Ghana, non volle dargli la mano. Continua la lettura di La sinistra che vince, in Spagna

Renzi, la rivincita

Renzi, la rivincita. Presidente della Repubblica e Ministro della giustizia intimano, per bocca del vice presidente del CSM Legnini, il silenzio ai magistrati durante tutta la campagna referendaria. “Il silenzio”, scrive Giannelli, è “Il Consiglio superiore”. Insomma, visto lo sproposito costituzionale di un capo del governo che ha dettato le modifiche della costituzione e che lega le sorti del governo alla loro conferma nel referendum, Mattarella preferisce imporre il bavaglio ai magistrati, per evitare un conflitto di poteri. Capisco e disapprovo: è il diritto che batte in ritirata dinanzi all’arroganza. Capita l’antifona ecco che il Corriere sembra voler mettere da parte i dubbi di Ainis, che finora aveva scritto cose molto critiche sulle riforme, e affida ad Antonio Polito la missione impossibile di rendere commestibile quello che commestibile non sarebbe. Il bravo Antonio ci prova spiegando che “il senato (è stato) devitalizzato come un dente malato”, che “la procedura per approvare le leggi (è) ferraginosa e destinata ad aprire conflitti” e che c’è “un indebolimento del potere legislativo delle regioni”. Continua la lettura di Renzi, la rivincita

Un No per la democrazia

“Ecco chi sapeva, quelle telefonate su Quarto e 5Stelle”. Il Corriere pubblica stralci di telefonate della Capuozzo, “il sindaco (che) resiste a Grillo”, come scrive Repubblica, provocando una “Bufera a 5 Stelle”. Ma alla fine, a Quarto, cosa è veramente successo? Alfonso Cesarano, boss di Camorra, a maggio avrebbe voluto far votare Pd, nella persona di tale Mario Ferro, ma la lista non fu ammessa e così il bravo camorrista spostò i suoi voti su un altro politico locale, Giovanni De Robbio, candidato dei 5 stelle ed espulso dal movimento solo un mese fa. E il sindaco che c’entra? Per conto del boss De Robbio avrebbe cercato ricattare Rosa Capuozzo facendole vedere la foto di un ex tipografia del marito parzialmente trasformata in abitazione. Abuso “sanabile” qualora la mansarda sulla tipografia fosse stata abitata dal 2003. Purtroppo la foto è posteriore e una perizia mostrerebbe che “i lavori erano in corso” ancora l’anno scorso. Come reagisce la prima cittadina? Informa i leader del (suo) movimento perché intervengano, ma intanto pubblicamente tace, per preservare il blasone dei puri e degli onesti. Fino a quando non viene travolta dallo scandalo: lo chiede Saviano, Grillo la caccia. Quale lezione da trarre? Che in politica non basta dirsi puri né tagliare teste. Perché in prima fila, a vederle rotolare quelle teste giù dalla ghigliottina, si possono sedere anche mafiosi e affaristi. “La mafia non è qui, la mafia è a Roma. La politica è la vera mafia”. Quante volte l’avrò sentito? Oggi 5 Stelle perdono la verginità. Chissà se capiranno che l’invidia sociale è un pessimo surrogato della lotta di classe e che democrazia e trasparenza interna tutelano l’onestà delle intenzioni meglio del furore settario e del capo garante. Continua la lettura di Un No per la democrazia