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Tre referendum, tre No

Tre referendum sotto i riflettori. Il primo, in Ungheria: “Uno stop a Orban”, titola il Corriere. Eppure il quesito referendario era ruffiano: “Vuoi tu che il parlamento ungherese abbia l’ultima parola sulle leggi che l’Unione europea ci vuole imporre?”. Che scherziamo? Certo che Sì! Gli ungheresi parlano una lingua diversa da tutte le altre intorno, a scuola apprendono che il primo regno d’Ungheria risale all’anno Mille, e che nel 1848 Budapest insorse contro l’impero asburgico. E invece No! Una maggioranza del popolo magiaro, il 57,1% degli aventi diritto al voto, ha scelto ieri di restarsene a casa, di non andare a votare pur di non dire sì, al suo nazionalismo autoritario, alla strumentalizzazione palese di quei, soli, 1300 profughi che l’Unione europea chiede all’Ungheria di accogliere. Continua la lettura di Tre referendum, tre No

I believe in fairies

La battaglia del quorum, scrive Repubblica. Oggi 26 milioni di italiani dovrebbero andare a votare anche se né Rai né Mediaset li hanno informati, anche se tutti i grandi giornali hanno sostenuto che il referendum non era importante suggerendo che si trattasse di un costoso regolamento di conti tra politici di professione, anche se l’inquilino di palazzo chigi continua a promettere bonus per i diciottenni, bonus per i pensionati poveri, ora anche la riduzione delle tasse per tutti, anche se la gran parte della classe dirigente nasconde quanto sia debole e provvisoria la ripresa in Italia, anche se si ode ovunque lo slogan “non disturbare il manovratore” che è sempre meglio di Razzi e Scilipoti e dei senatori, vil razza dannata. Continua la lettura di I believe in fairies

Storia di un kamikaze

Battaglia a Bruxelles, la Stampa. “Preso lo stagista”, Repubblica, “L’assassino fantasma”, Corriere, “La belva islamica, il Giornale. A terra, ferito a una gamba: “Salah Abdeslam? Gli gridano” “Sono io”. 26 anni, francese, la famiglia, originaria del Marocco, va a vivere a Bruxelles. Quando il loro appartamento va in fiamme, pare proprio per colpa dei ragazzi Abdeslam, il sindaco di Molembek gli assegna una casa popolare nella piazza del municipio. Meccanico a vent’anni nella municipalizzata dove aveva lavorato pure il padre, fa troppe assenze e perde il posto. Lo fermano per furto a 22 anni e a 23 apre con il fratello un locale, “Les beguines”, che viene chiuso dopo poco perché dentro si spacciava hascisc. Poi i fratelli, Ibrahim e Salah, cambiano vita, si convertono all’islam wahabita e jihadista, vanno in pellegrinaggio nelle terre del Daesh. Quando tornano a Molembek la loro missione è segnata: farsi esplodere nella capitale dell’illuminismo. Non lo dicono ai parenti e agli amici, partono raccontando alla madre che vanno a sciare. Invece indossano ciascuno una cintura esplosiva. Ibrahim si farà esplodere. Salah, invece, si toglie la cintura dopo la carneficina e scappa lasciando tracce ovunque. Diventa la primula rossa, segnalato alla frontiera con la Germania; no, già in Siria, qualcuno immagina che stia “cantando” nelle mani dei rensaignements genereaux, quando la polizia fa irruzione in “un covo” a 19. No, Salah è semplicemente tornato a casa, a Molembek, tra le persone che conosceva prima di diventare un martire designato, prima della paura (umana, almeno questa) che gli ha impedito di darsi la morte. Che voglio dire? Continua la lettura di Storia di un kamikaze