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Petrolio in mare, sentenze prescritte

Petrolio in mare. Allarme in Liguria. Spiagge a rischio. Oggi è questo il titolo di Repubblica. Che ne dite? Era così insensato dare un piccolo segnale con il referendum del 17 aprile? Badate, io credo che ipostatizzare l’ambientalismo – e lo stesso discorso vale per pacifismo, moralismo, femminismo, persino per certe filosofie vegetariane – significhi diffondere una gramigna infestante ai danni del sapere, della ricerca scientifica, di ogni teoria e di ogni pratica che si proponga di cambiare – in meglio – il nostro mondo. Se poi penso alle cause della crisi della sinistra, osservo come almeno da trent’anni quegli ismi abbiano sostituito la speranza – o la velleità – di darsi una visione dello stato presente delle cose e di proiettarla verso la costruzione di un futuro più giusto. Però, dall’altro lato, una politica iper realista, che si riduce a mera gestione tattica dei rapporti di forza, non mi appare meno infestante e devastante: un nulla che tutto divora, come nella Storia Infinita. Ce la faremo a riconnettere l’analisi con l’utopia, il pessimismo della ragione con l’ottimismo della volontà? Continua la lettura di Petrolio in mare, sentenze prescritte

Testa o croce? Purchè si voti

Una bufala il referendum, Repubblica. “Attacco di Renzi”, Corriere. Non ha resistito, tutti i suoi interpreti, collaboratori e retroscenisti avevano inteso che il premier volesse fare un (temporaneo) passo indietro: profilo istituzionale, bonus per tutti (o quasi), de-personalizzazione del referendum sulle riforme istituzionali, dialogo con Prodi (sulla Libia). Invece è tornato alla carica: sospinto da Napolitano, ha invitato gli italiani a non andare a votare domenica nel referendum sulla reiterazione (automatica) delle concessioni estrattive entro le 12 miglia dalla costa. Insomma sulle trivelle. Perché lo ha fatto? Non posso che ripetermi, anche se so che qualcuno di voi mi impalerà (come faceva coi nemici Vlad III voivoda di Lavacchia, Dracula). Perché quest’uomo non è stabile. Anche se comprende che sarebbe meglio cambiare argomenti e stile di governo, se poi vede la possibilità di passare in forza, di spianare qualche avversario e di uscirne (momentaneamente) trionfante, non resiste. Un ragazzo che sta perdendo la partita e va via con la palla: è mia. Un uomo politico che, dopo aver ascoltato gente per bene del suo partito (come il senatore Tocci) ammette a Porta a Porta che la riforma della scuola va in parte ripensata, ma il giorno dopo vede la possibilità di strappare il provvedimento alla commissione cultura, di passare in forza in aula, di umiliare senato e minoranza e questo fa. Un premier che ieri forse temeva di finire come Craxi, quando nel 91 pronunciò il suo “tutti al mare” e gli italiani invece andarono a votare, ma oggi decide di trasformare l’astensione – se ci sarà, anche grazie al difetto di informazione – in una vittoria nella prospettiva del referendum d’ottobre. E lo fa. Continua la lettura di Testa o croce? Purchè si voti

Il lupo indossa la pelle dell’agnello

Il lupo indossa la pelle dell’agnello, il cingolato mette pneumatici alle ruote, il governo non guarda ai luoghi dello scontro ma raccoglie in un campo di carote. Repubblica: “Arriva il part time, con i contributi pagati, per i dipendenti vicini alla pensione”. “Napolitano: pretestuoso il voto di domenica. Dalla riforma del senato nessun rischio, Va attuata”. “Arriva il bonus per i diciottenni. Voucher di 500 euro per concerti, musei, libri. Renzi: saranno permanenti”. C’è solo quel “pretestuoso” per il referendum sulle trivelle che potrebbe stonare, ma che volete, lo ha detto Napolitano non Renzi. Ancora “Le unioni civili saranno legge entro aprile”, parola di Renzi che “ricuce con Prodi”, Stampa. Intanto “Le Borse” – Sole24Ore – hanno votato la “fiducia sulle banche”. Fiori, miele, bonus: si chiama riduzione del danno. Tentativo di far fallire il voto di domenica, senza pronunciare “l’andate al mare” di Craxi, speranza di contenere o minimizzare la sconfitta alle amministrative e di convincere gli elettori che la riforma del Senato ci libera di Razzi e Scilipoti e non peggiora la Costituzione. Continua la lettura di Il lupo indossa la pelle dell’agnello

Chi è questo premier?

Ma chi è questo premier? Che a un referendum, quello sulle trivelle, dice che non si deve votare – e si prende perciò la reprimenda del presidente della Consulta – mentre su un altro – quello costituzionale – annuncia che se non lo vincerà smetterà di far politica. Chi è questo premier che si è rifiutato di discutere – quando sarebbe servito discutere – del suo progetto di riforma, affidandone la scrittura a trattative riservate – fra “decisori” come Finocchiaro e Boschi, forse con lobbisti ad assistere – imponendo in aula emendamenti canguro, che cancellavano tutti gli altri, e invece vorrebbe discutere, ora che emendare più non si può, alla camera dove la maggioranza è scontata grazie a un premio ottenuto da un altro che egli pur pretende di avere “spianato”, e grazie a una legge dichiarata, dalla Corte, incostituzionale? Le opposizioni lo hanno lasciato solo in aula. Non per sottrarsi al confronto – come egli dice – ma per ricordare come ormai si sappia cosa siano le sue riforme. Un uomo solo al comando. Meno controlli democratici e più trattative riservate con i gruppi d’interesse. Una democrazia semplificata che funziona addirittura meglio se la maggioranza degli elettori non va a votare. Continua la lettura di Chi è questo premier?

Tregua referendaria

Intercettazioni non si cambia, scrive il Corriere. “Renzi sfida le toghe: lavorate di più”, fa eco la Stampa. Va in pagina il contrordine di Palazzo Chigi. Con il referendum sulle trivelle domenica, il caso Guidi ancora fresco di petrolio, i sondaggi di Ilvo Diamanti che dimostrano come l’Italicum sembri fatto apposta per favorire la convergenza dei voti al ballottaggio (tra 5 Stelle e Lega) contro l’attuale premier, e ormai in vista il referendum costituzionale, quello che “se lo perdo – ha detto Renzi – smetto di far politica”, è meglio non andare a testa bassa contro le toghe. La suggestione del bavaglio alle intercettazioni non è morta: la ripropone, per Repubblica, il ministro NCD Costa, mentre Felice Casson spiega al Fatto come il cavallo di troia si trovi nella proposta di riforma del processo penale, sotto forma di una delega al governo sulle intercettazioni; “quasi incostituzionale” lamenta Casson perché del tutto generica. Per ora Renzi ha altre gatte da pelare e già Stefano Folli “prevede” che cambiarà l’Italicum, non subito che perderebbe la faccia, ma dopo il referendum d’ottobre. Continua la lettura di Tregua referendaria

Che cos’è “guerra”?

Sbarca il premier, scontri a Tripoli, Corriere. “Si spara sul governo dell’ONU”, Repubblica. Prima ancora di insediarsi, dunque, il governo Serraj corre il rischio di apparire uno dei tanti governi “fantoccio” inventati dall’occidente, dal Vietnam in poi: lo ha scritto Paolo Mieli, sconsigliando ogni intervento militare italiano. “Renzi non ci porterà a fare la guerra in Libia neppure se gli puntano la pistola alla tempia”, assicurava ieri un senatore renziano, che un tempo era stato dalemiano, forse suggerendo la superiore astuzia del premier attuale (perché D’Alema disse sì alla guerra dei Balcani e mal gliene incolse). La Stampa, che ieri aveva parlato di “intervento militare” oggi ridimensiona: “Libia, pronti gli addestratori italiani”. Dunque, bombardamenti, supporto logistico, istruttori ma non 5mila soldati italiani inviati a “pacificare” le tribù in guerra. Secondo il Fatto: “Per Renzi è l’ora della verità: dovrà dire a Obama che intervento farà in Libia”. Il giornale di Travaglio collega alla crisi libica anche lo scontro Italia Egitto, per le vergognose menzogne su Regeni. Non ha torto: al Sisi sostiene il generale Haftar, nemico del “governo” Serraj, ultima speme o “fantoccio” della “comunità internazionale”. Continua la lettura di Che cos’è “guerra”?

La politica ha stufato

Irrilevanza della politica italiana. Complice la Pasqua, le cose italiane e in particolare quelle della politica, sono scomparse dalle prime pagine. Il Corriere ha due titoli forti: “pasticcio belga”, sulle indagini dopo il massacro, “lo sdegno del Papa”, dopo la strage di pasqua in Pakistan. Poi un articolo di Dragosei su Mosca (leggi Putin), che monitora i giornali a seconda di quanto critichino la Russia, e uno di “società” sugli “scandali nel quadrante dei quartieri borghesi cresciuti con il sogno dei Parioli”. Repubblica apre con il Belgio, “liberato il terzo uomo” e ricorda che uno dei kamikaze era passato “da Venezia” . Foto e pezzo che inizia in prima, per una analisi sulle primarie USA: “Io la bomba e la Nato, il mondo secondo Trump”. Renzi viene relegato “di spalla”, con Rampini che scrive del suo prossimo viaggio in America, ma del lato affari, “la corsa negli USA del nostro hi-tech”, non degli incontri “politici” dai quali – e lo capisco – non ci si aspetta granché. Direte: proprio tu che in questo blog insisti sulle notizie dal mondo spesso a dispetto delle prime pagine, ora ti lamenti che i grandi giornali sembrano volersi sprovincializzare? E già, perché c’è notizia se l’uomo morde il cane, se le prime pagine non somigliano a quelle che eravamo abituati a trovare. Continua la lettura di La politica ha stufato

Storia di un kamikaze

Battaglia a Bruxelles, la Stampa. “Preso lo stagista”, Repubblica, “L’assassino fantasma”, Corriere, “La belva islamica, il Giornale. A terra, ferito a una gamba: “Salah Abdeslam? Gli gridano” “Sono io”. 26 anni, francese, la famiglia, originaria del Marocco, va a vivere a Bruxelles. Quando il loro appartamento va in fiamme, pare proprio per colpa dei ragazzi Abdeslam, il sindaco di Molembek gli assegna una casa popolare nella piazza del municipio. Meccanico a vent’anni nella municipalizzata dove aveva lavorato pure il padre, fa troppe assenze e perde il posto. Lo fermano per furto a 22 anni e a 23 apre con il fratello un locale, “Les beguines”, che viene chiuso dopo poco perché dentro si spacciava hascisc. Poi i fratelli, Ibrahim e Salah, cambiano vita, si convertono all’islam wahabita e jihadista, vanno in pellegrinaggio nelle terre del Daesh. Quando tornano a Molembek la loro missione è segnata: farsi esplodere nella capitale dell’illuminismo. Non lo dicono ai parenti e agli amici, partono raccontando alla madre che vanno a sciare. Invece indossano ciascuno una cintura esplosiva. Ibrahim si farà esplodere. Salah, invece, si toglie la cintura dopo la carneficina e scappa lasciando tracce ovunque. Diventa la primula rossa, segnalato alla frontiera con la Germania; no, già in Siria, qualcuno immagina che stia “cantando” nelle mani dei rensaignements genereaux, quando la polizia fa irruzione in “un covo” a 19. No, Salah è semplicemente tornato a casa, a Molembek, tra le persone che conosceva prima di diventare un martire designato, prima della paura (umana, almeno questa) che gli ha impedito di darsi la morte. Che voglio dire? Continua la lettura di Storia di un kamikaze