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A quel paese!

La lettera UE: impegni non rispettati. La Stampa. “Manovra, ultimatum UE”, Repubblica. “Europa, Renzi pronto al veto”, Corriere della Sera. Ultimatum, veto, davvero siamo a questo? E perché? Per poter elargire qualche mancia elettorale ai pensionati, ai dipendenti pubblici, alla Coldiretti? Perché dopo essere saliti sulla portaerei Garibaldi, Hollande e Merkel hanno lasciato Renzi in anticamera durante il vertice di Bratislava? Davvero non capisco la politica del nostro governo. Che l’Europa avesse intrapreso una strada senza sbocco era chiaro da anni. La Grecia umiliata dalla Troika, la Spagna, che aveva licenziato e sfrattato i nuovi poveri per essere la prima della classe, ma si è poi divisa a tal punto da non riuscire a formare un governo, gli inglesi che hanno disarcionato Cameron e fatto saltare i ponti sulla Manica, i fascisti dell’est Orban e Kaczynski che prendono sussidi e aiuti ma continuano a ricattarci. E noi? Zitti, pensando di essere furbi. Perché loro sono loro, noi no, siamo diversi. Abbiamo fatto i compiti, noi. Angela di qua, Angela di là. Fino a quando il giudizio di Dio, sollecitato con il referendum, non ha rischiato di trasformarsi in una bocciatura del governo in carica. Allora basta: muoia la Merkel e con lei l’Europa. Ma fino al voto perché, nonostante la vignetta di Plantu su Le Monde contrapponga Renzi con il suo “plan B” a un Hollande “Plombé”, plumbeo, con al collo la corda della sua impossibile rielezione, il nostro governo non ha in realtà alcun piano: solo tattica e improvvisazione. Continua la lettura di A quel paese!

Tsipras vince perché spara

Giovane, volitivo, disposto a rischiare la poltrona, con un gran senso del demos. Chi è? No non è nato a Rignano sull’Arno, è greco e si chiama Alexis Tsipras. Ha vinto le elezioni quando i partiti che rappresentavano la continuità del potere non hanno saputo eleggerere un Presidente con la maggioranza dei due terzi. E in Grecia (solo paese europeo ad avere un premio di maggioranza anche se meno generoso di quello previstio dall’italicum) se non scegli il Presidente con i 2/3 si scioglie la camera. Ha vinto promettendo di tener testa alla Troika, ma è stato lasciato solo dai partiti socialisti europei, che hanno visto in lui un concorrente e si sono nascosti dietro le gonne della Merkel.

Tsipras allora è tornato dal suo popolo (referendum del 5 giugno), ha ottenuto una vasta fiducia, 60 oer cento dei no a un accoirdo umiliante. Però ha visto pure che i Greci non volevano spingersi fino alla rottura, non a costo di dover uscire -sia pure temporaneamente- dall’Euro e dall’Europa. Così Alexis ha accantonato il piano B (che Varoufakis sollecitava, magari solo per non negoziare a mani nude e una pistola puntata), ha retto la reazione feroce dei patner europei, alla fine ha firmato un accordo pesante, diverso da quello che avrebbe voluto, scontando una scissione del suo stesso partito. Ora chiede di nuovo il voto il 20 settembre, non più con la sua vecchia Syriza, ma per fare a meno dei voti delle opposizioni (socialiste e popolari), e per dare ancora filo da torcere a tedeschi e alleati. I quali, intanto, si sono scoperti più fragili, non in codnizioni di spingere il ricatto fino a fare uscire un paese dall’euro. Impotenti di fronte all’immigrazione, timorosi di fronte alla crisi del modello di espansione cinese e dei paesi emergenti. Se fossi in Grecia starei con Tsipras e con Varoufakis? La ragione direbbe Varioufakis il coraggio politico Tsipras.

L’affondo di Tispras: elezioni e voto. Ora un madato forte, Corriere. Fubini scrive delle “due vite di un leader”, con i Greci pronti a seguirlo ovunque vada, “prima contro il compromesso, ora a favore”. “Atene torrna a riscio caos”, Repubblica, con Bonanni che chiede a Tsipras “di superare le ambiguità” cioè di rassegnanrsi al mercato e diventare socialista. “Provaci ancora”, il manifesto. “Troika & Berlino hanno vinto: il governo Tsipras non c’è più”, il Fatto. I giornali economici fanno la somma dei fattori che turbano i mercati: Cina, Atene, e rischio crescita.

Devo proprio parlare dei Casamonica, dei 6 cavalli neri, i petali di rosa che cadono dal cielo, le Rolls Royce al corteo funebre, per ultimo saluto al Re, al patriarca, al god father? La mafia è a Roma perchè Roma la vuole, la invoca, ha bisogno dei suoi servizi. Roma è una citta che vive di intermediazione politica, con un sistema dei trasporti senza un comando unico, un’enorme azienda per i rifiuti, un pullulare di cooperative per la gestione del verde pubblico, il reinserimento dei carcerati, l’accoglienza agli immigrati. Roma è una città di palazzinari: finiti gli edili romani (che erano artigiani e comunisti) o diventati anch’essi palazzinari. È la città di un mister discariche, 10 volte più potente di qualsivoglia sindaco. Una città di cui i sindaci di sinistra rifatto la facciata con un pò di cultura, ma senza mai toccarne l’architettura. Una città che si tiene stretto il suo mondo di sotto, con i ricatti, il gioco e i pretito a strozzo, un ordine illegale ma per Dio, ordine. Se non i Casamonica, sono gli amici di Buzzi, o le mafie tradizionali insediate sul lungo mare. La mafia prospera perchè furbi e fessi fanno finta che sia una cosa esoterica. Invece è business. Business ispirato dalla forza e che sostituisce le sue regole a quelle dello stato.

Oggi comprate il Giornale, per leggere il fondo di Vittorio Feltri su Paola Clemente, bracciante morta di fatica. Bellissimo

Basta compiti a casa

Grecia fuori in 5 giorni, Repubblica. “Ultima chance”, per la Stampa. “24 ore prima della Grexit”, scrive il Fatto. E il Corriere: “Intesa in 5 giorni o la Grecia fallisce”. Ma la Grecia è già fallita. Non più di 60 euro al giorno da ogni conto corrente, non si pagano mezzi e servizi pubblici, i ristoratori fanno cassa solo con i turisti. Se la BCE, con il beneplacito (che Draghi vuole  esplicito) dei capi di stato, non darà subito a Tsipras i miliardi richiesti, pensioni e stipendi dovranno essere pagati con un’altra moneta, i “creditori” della Grecia non vedranno più né capitale prestato né interessi, il governo sarà costretto a sequestrare ogni euro che ancora è in Grecia, banche nazionalizzate di fatto, a ciascuno secondo i suoi bisogni (quelli minimi insopprimibili), addio magnifiche sorti e progressive del mercato. Di che parliamo?

 

Le ragioni dell’intransigenza tedesca, scrive Le Monde. Già, quali sono? Questa è la domanda giusta. Semplice: Merkel non può dire ai suoi elettori che sta cedendo, perché teme il crollo dell’euro, perché Obama è in pressing permanente, perché tutti i soldi (e le armi) promesse all’Ucraina varrebbero a poco se Europa e Occidente perdessero Atene. Allora, da brava dorotea, fa quello che sa fare: dice nein e cerca di scaricare sull’euro gruppo il compito di umiliare Tsipras, in modo che l’accordo sembri una resa greca. Ma “Alexis non è mai stato così forte” – scrive Mastrobuoni della Stampa- e manda in crisi panzer Algela”.

 

Basta compiti a casa. Il successore di Varoufakis non ha presentato ieri una proposta scritta all’euro gruppo, Tsipras ha ottenuto così quello che voleva, l’incontro con Merkel e Hollande. Poi al vertice ha detto chiaro e tondo: posso portare l’età pensionabile a 67anni, posso aumentare l’Iva per i ristoranti, impegnarmi a non assumere funzionari, ma voi tirate subito i soldi per darci un paio d’anni di respiro e ammettete di dover cambiare registro, se non ristrutturando il debito, allungandone le rate e abbassando gli interessi. È lo stesso, fate voi.

 

Hollande si smarca. Il Presidente francese deve pensarla come Bersani -oggi a colloquio con Repubblica e intervistato dal Fatto – “la sinistra esiste in natura, se non la interpreti il rischio è che lo faccia qualcun’altro”. Così Hollande e Moscovici stanno prendendo le distanze dalla Germania, scoprendo le terga dei socialisti filo Merkel. Come Gabriel, che il politologo tedesco Neugebauer definisce sul Corriere “un barboncino della Cancelliera”. Matteo Renzi -scrive Repubblica- “tra tutte le maschere di questa commedia, è quella più in difficoltà”: falco quando dichiara che il referendum «è una scelta tra l’euro e la dracma». Colomba quando, come ieri, assicura che un accordo è a portata di mano”. Per il Giornale: “La Merkel tiene la Grecia (che alla fine salverà) ma caccia Renzi (dal vertice con Hollande)”.

 

Lo storytelling dice altro. Al contrario di madame Lagarde che lancia “l’allarme Italia, ripresa debole e rischio contagio”, Stampa pagina 4, il governo italiano pensa che dalla “crescita (vengano) segnali positivi” e che “il contagio non ci sarà”, Del Rio Corriere della Sera. L’importante è ora governare, senza strappi, il più a lungo possibile. Sboccare lo sblocca italia, fare spendere alle amministrazioni tutto quello che possono spendere, andare in televisione a illustrare storie positive, immigrati che si sono inseriti, sindaci che scelgono l’accoglienza, o la storia di Carlotta “lavoratrice del settore privato, malata oncologica, a cui l’Inps ha comminato una sanzione di 3.000 euro perche’ non era stata trovata in casa durante la visita fiscale”, con i decreti attuativi del jobs act -dice Luca Lotti- non sarà più cosi”. Non c’è giornale che non dedichi almeno mezza pagina sul nostro amato premier che istruisce dirigenti deputati e senatori su come si debba stare in televisione -per comunicare bene la buona politica- ma nessuno mi sembra abbia colto l’essenziale di quella riunione. Renzi ha detto al Pd: resto al governo il più a lungo possibile, noi facciamo, gli altri sono gufi. Poca politica, molte storie positive. E si vedrà..

La democrazia ateniese

“Roulette greca”, è il titolo scelto dal manifesto. “Trattativa disperata”, Repubblica, “l’Europa premere, ora Atene ha paura” Corriere, per la Stampa “si va ai supplementari”. Quello che è successo ieri è presto detto. Junker, dopo aver chiesto ai greci di votare “Nai,Sì”, contro il loro governo, ci ha ripensato, e ha offerto a Tsipras di aprire al taglio del debito in cambio della revoca del referendum. Tsipras prima ha risposto “non accetto ricatti”, poi ha fatto una contro proposta: mettiamo per iscritto che il debito si ristruttura e assicurate alla Grecia liquidità per altri due anni. Junker ha subito convocato l’eurogruppo per le 19 di ieri. A questo punto Angela Merkel ha deciso di salvare la faccia, bloccando le oscillazioni scomposte del “suo” presidente delle commissione: “di nuove trattative ne parleremo ma solo dopo il referendum”. Così, mentre in serata piazza Syntagma è stata riempita dai greci per il sì, la trattativa prosegue al telefono ma non si sa bene su cosa né per cosa. E tutti attendono il referendum e il verdetto che uscirà domenica notte dalle urne.

 

Questa volta i Greci decidono per tutti noi. Proprio così.  La mossa di Alexis, sarà pure un autogol -come fanno intendere tanti,troppi,  editorialisti e giornalisti economici- ma ha rimesso il suo popolo al centro della scena. Ha imposto la democrazia ateniese. Se prevarranno i sì avrà vinto l’Europa della Merkel, se i no, l’Europa dovrà cedere alla piccola Grecia o prepararsi a scivolare verso l’ignoto. Atene ferita, Atene a bancomat spenti, Atene che ha paura ma vorrebbe vender cara la pelle. Pensate che turbinio di sentimenti e che senso della storia peseranno su ciascun elettore greco. Democrazia vuol dire governo del popolo. Libertà, possibilità di scegliere il futuro.

 

Ad Atene, ad Atene. Obama chiama Merkel e le dice: “non facciamo della Grecia il primo stato fallito dell’Occidente causando gravi danni all’economia Usa e avvantaggiando Vladimir Putin nel Mediterraneo Orientale”. Lo racconta Maurizio Molinari. Persino Renzi, ieri in assetto di guerra contro Tsipras, oggi fa il cerchiobottista, telefona ad Alexis e corre da Angela. Grillo domenica sarà ad Atene. Un giornale dei mercati, come il Financial Times ospita un appello pro Grecia firmato da Stiglitz, da Piketty e pure da Massimo D’alema. Fassina, Dattorre, Vendola, anche loro saranno in Grecia domenica. E Landini, coalizione sociale, ha indetto una manifestazione per la Grecia, venerdì.

 

Crollano le certezze, svanisce l’ottimismo di maniera. Anche da noi. “Con i tassi in risalita l’Italia vede risalire due miliardi di risparmi, Crescita in bilico”, scrive Repubblica. “La doppia incertezza sui conti italiani” dice il Corriere: “a maggio persi 63mila posti di lavoro, la manovra correttiva sarà di 20 miliardi”. E Massimo Franco chiama in causa “le priorità del governo. I dati dell’Istat rilanciano -scrive- i dubbi sull’efficacia del Jobs act mentre l’esecutivo insiste sulla riforma costituzionale”. Osservo da tempo che purtroppo la ripresa di cui si parla è solo statistica: muove qualcosa nel mondo dei numeri (e fa sperare) ma per ora non arriva nelle tasche del ceto medio né offre speranze di lavoro ai giovani. Quando a settembre arriverà la nuova ondata delle tasse, si diraderanno le nebbie sulla manovra, si riarpirà il fronte della scuola, il tutto con l’incognita spaventosa dell’area euro che traballa, sarà difficile per Renzi ripetere: “tranquilli, ho fatto le riforme”.

 

Chi lavora di più guadagna di più. Lo ha deciso Barak Obama. In America chi guadagnava più di 23 mila e 600 dollari l’anno non aveva il diritto al pagamento degli straordinari. Lavorava in più gratis. Non andrà più così perché servono dollari. Da spendere.

Non passi lo straniero,Tsipras o Iglesias

“Se fallisce l’euro fallisce anche l’Europa”. Si sapeva ma ora è stato detto, da Angela Merkel. Nel male e nel bene questa signora è la sola a guidare l’Europa, gli altri capi di governo fanno “Ola”, si comportano da  cortigiani. “‘L’incognita grecia scuote l’Europa”, scrive il Corriere. Per Repubblica, “Atene affonda le borse”. Che “bruciano 287 miliardi. Milano perde il 5,17%”. Sale lo spread ma su questo Draghi riesce a contenere il danno: il differenziale fra titoli italiani e tedeschi si ferma, per ora, all’ 1,59%. Va peggio la Spagna, spread al 2,39 pe cento

L’appello di Juncker, votate sì. Visibilmente commosso, il Presidente della Commissione ha addossato a Tsipras   la colpa della rottura, ha tirato fuori una proposta “più generosa” e mai presentata al tavolo della trattativa, ha chiesto ai Greci di bocciare il loro governo.  Stampa: “Tsipras in TV: respingiamo i ricatti”. Sotto la folla per il No, ieri, in piazza Syntagma. “Non vogliono davvero farci uscre dall’euro, ha detto Tsipras, ma cercano di umiliarci e di cacciare il nostro governo. Poi rivolto ai concittadini: votate Ochi, No, e gli faremo cambiar linea.

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