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Giulio Regeni, il testimone

Il manifesto pubblica l’ultimo articolo, quello che Giulio Regeni aveva chiesto di firmare con uno pseudonimo, forse perché sentiva sul collo il fiato della polizia di Al Sisi. Il “pezzo” racconta una riunione al Cairo dei sindacati indipendenti. “Il semplice fatto – scrive Giulio – che iniziative popolari e spontanee rompano il muro della paura rappresenta di per sé una spinta importante per il cambiamento”. Mattarella e Renzi hanno chiesto la verità alle autorità egiziane. Il tentativo maldestro della polizia egiziana di far passare l’assassinio, e la tortura, di Regeni per un incidente stradale rappresenta di per sé un’ammissione di colpa. Aggiungo che sempre più spesso i giornalisti-testimoni – ed è appunto “Il testimone” il titolo scelto oggi dal manifesto – sono ragazzi come Giulio. Gli inviati dei giornali e delle televisioni, anche quando ancora di buona razza e coraggiosi, sono troppo visibili: chi ha interesse a impedire che la verità sia detta ha gioco facile a ostacolarne i movimenti, a impedire che vedano quello che si sarebbe da vedere. Ma il mondo è cambiato e i testimoni si moltiplicano, si ribellano, si propongono. Contro di loro prima minacce, poi torture fino alla morte. Perché la battaglia politica, quella per il consenso di dittatori e regimi corrotti, perché le guerre per il potere, per l’acqua e per il petrolio, si combattono oggi con l’informazione. E le prime vittime sono giornalisti senza tessera, ottimi e coraggiosi giornalisti, come Giulio Regeni.

Forze globali concorrono a tener bassa l’inflazione, lo ha detto Draghi. La frase diventa titolo in prima sul Sole24Ore, il Corriere pubblica il testo dell’intervento a pagina 9. Chiarito – lo fa il Sole – che il termine inglese usato da Draghi, “conspiring”, non va tradotto “cospirano” ma “cooperano”, resta da capire quali siano queste forze globali che si contrappongono al tentativo della BCE di far risalire la dinamica dei prezzi da un deprimente + 0,4% a un’inflazione che sfiori il 2%. É un fatto che Draghi stesse parlando a Weidmann, presidente della Bundesbank, il quale sostiene che l’inflazione è bassa perché in questa fase è basso il prezzo del petrolio e che bisogna soltanto aspettare che risalga, evitando interventi straordinari come quelli della BCE – immissione di liquidità, acquisti di titoli – che possono provocare “danni collaterali”. Draghi ha tenuto il punto ma altro non ha potuto aggiungere. Potrei azzardare che la mondializzazione abbia fatto balzare in alto le capacità produttive mentre i bassi salari, la distribuzione sempre più ineguale della ricchezza, la fragilità di alcune economie emergenti come quella brasiliana, abbiano finito col deprimere la domanda. Il pasticcio del petrolio (investimenti per estrarne ancora di più – vedi shale oil -, fine dell’embargo che bloccava un grande produttore come l’Iran, gioco al ribasso dei sauditi per tenersi le quote di mercato e finanziarsi le guerre) potrebbero aver fatto il resto.

Italia a rischio bocciatura sui conti, titola la Stampa. L’Europa non si fida di Renzi e della sua legge di stabilità che balla sull’aumento del deficit e dunque del debito. Anche il francese Sapin, che si pone come mediatore tra Roma e Bruxelles dice (Corriere): “sono sempre molto reticente di fronte alla tesi che si possa non tenere conto di questa o quella spesa nel calcolo del deficit”. Un invito al governo italiano perché metta in chiaro il suo dissenso, senza artifici contabili e senza nascondere il problema chiedendo sempre un nuovo aiutino. Schauble – spiega Federico Fubini per il Corriere – punta le banche italiane che detengono “400 miliardi di titoli del Tesoro di Roma” e dovrebbero perciò “accantonare denaro contro eventuali perdite per circa il 70% del loro portafoglio di titoli di Stato”. Padoan ha una bella gatta da pelare, ma Renzi si consola in Italia con i sondaggi -quelli a venire, non ancora pubblicati – che darebbero in ascesa la sua popolarità e in salita anche le intenzioni di voto nei confronti del Pd. Forse proprio perché ha alzato la voce con l’Europa e ha scelto -così pare a oggi – di andare avanti con la legge sulle unioni civili.

Se una sinistra esistesse forse sarebbe il momento di incalzare il governo e spingerlo a trasformare la “voce stridula”, di cui ha parlato Altan, in una strategia alternativa. L’Europa, infatti, deve cambiare vestito se non vuole ridursi nei confini del Sacro Romano Impero. In Grecia uno sciopero generale ha sfidato il governo Tsipras: il memorandum imposto dalla troika allontana la ripresa, fiacca il morale della gente, mette a rischio la maggioranza di governo; tanto che la tedesca Bild scommette su nuove elezioni anticipate. In Spagna un sondaggio registra il sorpasso di Podemos sul Psoe. Nonostante ciò Sachez, incaricato di formare il governo, esita a scegliere un’alleanza di sinistra perché i baroni del suo partito -radicati in Andalusia – non vogliono allearsi con gli autonomisti catalani. Italia sotto esame, Spagna senza governo, Grecia che non riesce a risollevarsi. Sarebbe il momento di chiedere, con chiarezza, una diversa politica economica europea che superi il tabù del rigore e attui (non solo in Germania, dove questo sta in parte accadendo) una politica di salari più alti e di investimenti mirati alla conquista di una fetta del mercato globale . Un’unione europea più unita e democratica, che si fondi su istituzioni elettive e riduca il peso (e i ricatti) dei governi nazionali. Una politica estera che spinga gli Stati Uniti a superare un sistema di alleanze che ha consentito al Califfato di insediarsi tra Iraq e Siria e ora anche in Libia (A questo proposito sapete perché i negoziati sulla Siria sono falliti? Pare perché – parecchi segnali lo confermano – ad Arabia e Turchia serve del tempo per organizzare un intervento armato e ridurre il peso di Iran, Curdi e Russi). Siate realisti chiedete l’impossibile!

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