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Renzi il temporeggiatore

La fragilità del nostro capitalismo

Miracolo sotto la neve

Miracolo sotto la neve, è il bel titolo della Stampa. “I bambini salvati”, grida il Corriere. Salvati, dopo quasi due giorni al buio delle cucine, con poca aria e il silenzio sopra la testa. Ma vivi! Giannelli dà così la buona novella: “Finalmente una manovra correttiva del padreterno”. Però quel padreterno ha agito con le braccia e con il cuore delle donne e degli uomini che hanno scavato di giorno e di notte, che non si sono arresi davanti a quel silenzio tombale, che hanno sperato e hanno osato. Quelli che, primi, sono arrivati a Rigopiano con gli sci coperti da pelli di foca, quelli che quando il mezzo apristrada s’è fermato per mancanza del gasolio non si sono messi a bestemmiare dio e il mondo, ma sono andati avanti. Sono italiani come noi quelli che hanno tratto in salvo 10 persone. E sono anche loro lo Stato Italiano, quello Stato di cui spesso, non a torto, diciamo male. Non hanno scavato a mani nude, avevano – ora lo sappiamo – delle micro telecamere che come serpenti si sono infilati sotto la neve fino a scoprire il respiro dei sopravvissuti. Sapevano come cercare, avevano i mezzi per farlo. Questo miracolo è dunque un miracolo italiano. Anche se questo non chiude le polemiche. Perché per uno solo dei non salvati, per ogni famiglia che lo piange, c’è una Italia che deve chiedere conto dei ritardi, della mancanza dei mezzi per rimuovere la neve, della scelta discutibile di autorizzare la costruzione di un hotel a 1200 metri e all’incrocio di due canaloni. Lì valanghe non se ne ricordavano da decenni, ma bastava guardare la montagna per sentirsi inquieti. Anche il lago Pontchartrain non esondava da un secolo, epperò sovrastava New Orleans, e la speculazione nel tempo avevano seppellito i canali, nessuno più conosceva i piani per l’emergenza e oltre mille persone morirono, lì in America. Continua la lettura di Miracolo sotto la neve

Il nemico non viene da fuori

La rabbia dei gay, Repubblica. “La paura della comunità gay”, Corriere. Nel sito di Left Giorgia Furlan scrive: “lesbiche, gay, bisessuali e trans sono in media vittime di violenza 2,4 volte in più rispetto a una persona di origine ebraica, 2,6 volte in più di uomini o donne di colore, 4,4 volte in più di un musulmano e soprattutto 41,5 volte in più rispetto agli eterosessuali bianchi”. Sono dati. Trovo straordinario in quanto poco tempo si sia passati dal silenzio e dalla vergogna all’orgoglio omosessuale. Come è straordinario che una donna oggi possa puntare, con ragionevole possibilità di successo, a entrare da presidente alla Casa Bianca. Ma trasformazioni epocali, soprattutto se così accelerate, si portano dietro un passato che non vuole morire. Peggio, provocano una reazione, la voglia di cancellare i corpi nudi che si mostrano senza vergogna, di tornare indietro alla società patriarcale, alla menzogna che nega il sesso nella famiglia se non per procreare, alla subalternità della donna, che fu creata – si diceva un tempo – a immagine dell’uomo mentre lui venne creato direttamente da Dio. Dobbiamo saperlo, non nascondere il volto omofobo e misogino della reazione, come la spazzatura, sotto il tappeto del politicamente corretto. Con pazienza occorre spiegare che diritti e libertà non rendono più povero nessuno, non offendono e non discriminiamo. La rabbia e l’odio, sì. L’utopia del ritorno a una presunta legge di natura (in realtà a una cultura che discriminava), ci rende meno umani e meno liberi. Continua la lettura di Il nemico non viene da fuori