Le volpi, finiscono in pellicceria?

No all’Olimpiade del mattone, by Virginia Raggi. Apertura di Repubblica e del Corriere. “Un rifiuto per compattare il movimento”, titolo del commento che Marcello Sorgi firma per La Stampa. Sono le due facce della verità. Vero che le Olimpiadi non sono da tempo un affare per le città che le ospitano (vedi Atene, Londra, Rio de Jianero). Vero pure che il No ai giochi ha il valore di una palingenesi per i 5 Stelle, i quali vogliono cancellare l’immagine, data a Roma, di una forza inesperta e impreparata, costretta a chieder aiuto a gruppi di potere vicini all’ex sindaco Alemanno. Venendo al merito, Olimpiadi sì o no? Non sarebbe stato meglio che la Raggi dimostrasse agli italiani che sì, si potevano ospitare le Olimpiadi anche senza cedere agli speculatori, ai cementificatori selvaggi, agli specialisti dei lavori iniziati e mai portati a termine, a opere inutili e costose, all’intermediazione più o meno mafiosa? Può darsi. Ma non si celebrano le nozze coi fichi secchi. E i fichi pentastellati non erano pronti per una sfida così ardua. Del resto è assai dubbio che altri (Giachetti, Meloni, Marchini) avrebbero saputo far meglio, se non fossero stati sonoramente battuti alle elezioni. Continua la lettura di Le volpi, finiscono in pellicceria?

Manfrina intorno all’Italicum

C’è l’accordo l’italicum sarà cambiato. Così Repubblica in prima pagina. Che bravi! Tutto però si complica se si leggono i “pezzi” e si cerca di capire di che accordo si tratti, tra quali forze e quando si intenda cambiare la legge. Ecco che si scopre – udite, udite – che il giornale diretto da Calabresi sta in verità parlando di una proposta NCD, che fra l’altro non vuol cambiare la struttura dell’italicum (legge proporzionale con capilista nominati e premio di maggioranza) ma solo consegnare il premio al candidato di una coalizione e non solo di una lista singola. Il Pd renziano – aggiunge Repubblica – avrebbe mostrato interesse per la proposta del ministro Alfano ma avrebbe fissato un “paletto del premier al forcing degli alleati: ballottaggio intoccabile”. Magnifico: si cambia per non cambiare. Infatti lo sproposito dell’italicum – quello che lo rende una legge unica e inimitabile – consiste appunto nell’introdurre il ballottaggio e premio di maggioranza in un sistema che resta proporzionale. Per cui la scelta dei rappresentanti del popolo viene svilita e sottomessa alla selezione di una figura carismatica (il capetto) che potrà governare senza vincoli per 5 anni, anche se al ballottaggio avrà ricevuto i voti di una minoranza, sia pure la meno debole delle minoranze. Se il presunto “accordo” di cui parla Repubblica avesse seguito, ci troveremmo lo stesso in un regime non più “parlamentare”, un sistema che mortifica la rappresentanza (con i capilista bloccati e molti deputati cooptati in parlamento grazie alla vittoria del loro candidato premier), insomma una forma di premierato. Senza contrappesi, perché a questo serve la riforma Boschi: a cambiare la forma del governo senza dirlo, usando come killer una legge ordinaria (l’Italicum) ed evitando così di indicare i contrappesi indispensabili per bilanciare lo strapotere di un premier eletto in forma diretta. Continua la lettura di Manfrina intorno all’Italicum

La riforma dei voucher

Due italiani rapiti in Libia, Corriere. Può essere stato un “incidente”, un gruppo di banditi del deserto che aveva bisogno di soldi. In tal caso dovremo tirarli via al più presto, Bruno Cacace e Danilo Calonego. Prima che i rapitori li vendano a altri malintenzionati. Può essere invece un ricatto: si sa che le tribù della zona, molto a sud della Libia e al confine con l’Algeria, si dicono alleate del governo di Tripoli, quello “appoggiato” dalla “comunità internazionale”. E allora? Può darsi che per Tripoli il rapimento sia un modo per chiedere all’Italia più impegno nella guerra, non tanto contro l’Isis ma piuttosto contro il generale Haftar, che ha recentemente occupato i terminali del petrolio. Proprio oggi a pagina 4 su Repubblica trovo un’intervista di Paolo Gentiloni: “In Libia trattare anche con Haftar”. Una svolta che potrebbe non essere piaciuta al governo “legittimo”. Infine, non è da escludere che il rapimento sia opera di Al-Qaeda per il Maghreb; l’ipotesi peggiore per i nostri connazionali. “Il pericolo in un paese senza legge”, è il titolo del “pezzo” per la Stampa di Domenico Quirico: “I sedicenti governi di Tripoli di Bengasi di Misurata con cui fingiamo di avere fitti e normali rapporti diplomatici come con la Svizzera o la Bolivia altro non sono che formazioni banditesche di dimensioni maggiori di quelle tribali e con appetiti più smisurati”. Continua la lettura di La riforma dei voucher

Fine del bipolarismo alla tedesca

L’ombra del terrore sul voto Usa, Corriere della Sera. Più assertiva, La Stampa titola: “A New York le bombe dei terroristi”. Per la verità non c’è evidenza che l’ordigno esploso sabato sera a Chelsea – 29 feriti – sia riconducibile alla jihad islamica. Anche se poco lontano è stata trovata un’altra bomba inesplosa: una pentola a pressione, con chiodi e detonatore, simile a quella che fece strage alla maratona di Boston e simile anche all’ordigno che il Gruppo Islamico Armato usò a Parigi nel lontano 1995. Quanto all’accoltellatore del Minnesota, americano di origini somale, studente universitario e guardia giurata, l’Isis lo ha definito un suo “soldato”. Stanotte, poi, è stato trovato uno zaino con esplosivi vicino ai binari della stazione Elizabeth, nel New Jersey, dall’altra parte dell fiume Hudson, di fronte a Manhattan, dove oggi si apre un’assemblea dell’ONU. Preoccupazione più che giustificata. Continua la lettura di Fine del bipolarismo alla tedesca

Un altro Napoleon le petit? Grazie No!

“Se vinco il referendum, al vertice di Roma, sarò più forte di Merkel e Hollande”. Titolo de La Stampa, frase che Matteo Renzi avrebbe confidato ieri a mezzogiorno “a qualche amico, in una saletta attigua all’imponente salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, poco prima di concedersi un pranzo col figlio maggiore Francesco”. Sappiate dunque, italiani che la partita decisiva, quella che dovrebbe liberarci dal problema migranti e permetterci di sforare i limiti di spesa, il premier intende giocarla da oggi al 25 marzo quando si terrà il vertice di Roma. Sappiate che in quei giorni di primavera Hollande sotto elezioni sarà debolissimo, e che la Merkel, già in campagna elettorale, vacillerà sotto i colpi delle destre xenofobe. Se invece Renzi avesse già vinto il referendum…Viva l’Italia!

Cittadino elettore sei avvertito! Vuoi dare ragione alla Germania che attira sempre più capitali ma se li tiene stretti? Alla Francia, che chiude il varco di Ventimiglia e lascia quaggiù da noi i migranti di colore? Tu, elettore di sinistra, che vorresti bruciare il totem del pareggio di bilancio, favorirai votando no il gioco di chi ci dà la corda per impiccarci? Continua la lettura di Un altro Napoleon le petit? Grazie No!

Da Ventotene a Bratislava

“Non era previsto nel formato”, ha detto un funzionario francese. Non era previsto che anche Renzi, insieme a Hollande e Merkel, tirasse le fila del vertice di Bratislava. Addio sogno di Ventotene: il motore (ingolfato) dell’Europa è solo franco tedesco. Davanti al crollo evidente della sua narrazione, il nostro ha riflettuto un attimo ed è passato al contrattacco: “Non può trattarmi così (Angela Merkel) gli altri sanno solo obbedire”; Repubblica mette la frase tra virgolette. “Non ci tengono buoni con i contentini” (quali, di grazia?), scrive la Stampa narrando “la furia del premier”. “Strappo con Berlino e Parigi”, titola il Corriere. Lo strappo, secondo Verderami, sarebbe una “Mossa studiata anche per parlare agli elettori”. Elettori di centrodestra, che dovrebbero votare Sì al referendum, considerando Renzi una sorta di vendicatore del Berlusconi, il quale venne umiliato dai risolini franco tedeschi, della Merkel e di Sarkozy. Repubblica non commenta. “Renzi: no a Merkel e Hollande” è il titolo. Non commenta – anzi, non ne parla proprio- neppure il Giornale. Strano. Il Fatto infierisce: “Renzi umiliato in Europa”. Anche per la Stampa “Lo Strappo di Renzi” si spiegherebbe con il tentativo di salvarsi dalla sconfitta referendaria: “Davanti alle difficoltà di far quadrare la legge di Stabilità – chiede l’inviato a Bratislava – Renzi potrebbe decidere di andare avanti anche mettendo nel conto il diniego di Bruxelles? Una sfida esplicita all’Unione europea?” Continua la lettura di Da Ventotene a Bratislava

La verità si fa strada

“A casa solo se sfiduciato”. Titolo di Repubblica che riprende una frase detta da Renzi a Bologna durante il confronto-scontro con il presidente dell’Anpi, Smuraglia, moderato da Gad Lerner. Dunque la minaccia di dimettersi, addirittura di lasciare la politica, se la legge costituzionale fosse stata bocciata dagli elettori, era un bluff. Il tentativo di spostare l’attenzione degli italiani dal bilancio (magro) dell’attività di governo (e dalle sconfitte Pd a Napoli, Roma, Torino), sui temi della riforma costituzionale. Suggerendo un transfert: se il governo stenta la colpa non è di chi governa, ma dalle regole che ha ereditato e che vanno cambiate in fretta. Renzi e Boschi fecero di tutto – una vera corsa contro il tempo – perché il voto popolare referendario (Vi ricordate? A ottobre!) coincidesse con quello parlamentare sulla legge di stabilità. In modo da poter dire (e Renzi lo disse) “se vince il No, il governo va a casa e l’indomani si sciolgono le camere”. Si sciolgono in autunno? Con la finanziaria da approvare? Con il rischio dell’esercizio provvisorio, del rimbalzo dello spread e di una catastrofe finanziaria? Sì, era proprio questo il senso del ricatto, del bluff che oggi si sgonfia. Tant’è che il governo si prende ora tutto il tempo possibile prima di fissare la data del referendum. Voteremo a fine novembre o inizio dicembre, quando la finanziaria sarà già stata approvata da un ramo, almeno, del parlamento. Per cui la vittoria del Sì o del No non dovrebbe smuovere più di tanto i mercati e lo spread. D’altra parte lui, il premier, ora assicura di voler andare comunque avanti. Alla Camera, grazie al premio di maggioranza ottenuto da Bersani con il Porcellum. Al Senato, grazie ai voti di Alfano, di Formigoni, di Verdini, di qualche ex leghista ed ex 5 Stelle. Provvidenziali cavalieri di ventura. Continua la lettura di La verità si fa strada

A proposito del popolo sovrano

“Sul referendum la sovranità è degli elettori”, titolo del Corriere, frase del Presidente della Repubblica. Non era poi così difficile ricordare all’ambasciatore Phillips che l’Italia è un paese sovrano e che solo i cittadini italiani decidono sulla costituzione. Ma Renzi ha taciuto. Perché Phillips è un suo amico, anzi un vicino di casa: “sono sempre quei 20 chilometri (tra Borgo Finocchietto e Rignano) ha notato Bersani. Ma soprattutto perché Renzi si sente (e così vuole essere percepito) alfiere di un confronto globale della politica e della ragione contro l’antipolitica e l’avventura. Renzi come Merkel, Hollande, Clinton e Cameron. Delirio di onnipotenza? In parte, in qualche momento torna alla memoria Berlusconi, quando vantava il ruolo decisivo che avrebbe avuto nei vertici internazionali. Ma c’è anche altro. La “politica” (sia di destra che di sinistra) da tempo ha scelto di chinare la testa davanti alla volontà delle multinazionali, dei mercati e dei signori del web, di chi preme “invio” sul tablet e muove migliaia di miliardi. Beninteso i governanti dell’occidente non sono “servi”, e poi in qualche modo noi cittadini li abbiamo votati. No, finché sono lassù, ritengono che il mondo globalizzato abbia bisogno di loro, si considerano politici del “possibile”, provano a ridurre il danno, cercano di tamponare le falle che continuamente si aprono su questa nave-mondo che proiettata verso il pensiero unico, la trasformazione del cittadino in consumatore, la fine della storia si trova a disseminare la terra di danni collaterali, fame, guerre, esodi. Funziona? Non più. Cameron, allontanato dal potere per aver perso il Brexit (e non gli è servito l’appoggio di Obama) è stato appena posto sotto accusa dal parlamento britannico per la guerra contro Gheddafi. Continua la lettura di A proposito del popolo sovrano

I missili del Sì

È una roba da non credere, ma per chi ci prendono? Questa frase l’avrebbe dovuta pronunciare il presidente del consiglio in carica, Matteo Renzi, purtroppo l’ha detta Bersani. In America John Phillips era un avvocato ricco e influente, finanziatore del Partito Democratico e sposato con una giornalista accreditata al Congresso, Linda Douglass, che lasciò il mestiere per andare a guidare la “comunicazione” della Casa Bianca sulla riforma sanitaria. Qualche anno fa i coniugi Philips (un antenato si sarebbe chiamato Filippi) avevano acquistato un borgo medievale in Toscana, Borgo Finocchietto, rimasto “proprio come mille anni fa”. Nel 2013 Obama li ha voluti premiare con una bella vacanza romana, a pochi chilometri dal loro ben ritiro: ambasciatori degli States a Villa Taverna. Non sono diplomatici di mestiere. A marzo l’ambasciatore disse che gli americani si aspettavano 5mila soldati italiani in Libia. Ieri – fonte Corriere della Sera – ha sostenuto: “Se vince il no addio investimenti”. Ha detto ciò che pensa, Phillips. Peccato che quel che pensa venga ripreso da tutti i giornali e abbia un peso politico, visti i rapporti che da 70 anni Roma intrattiene con Washington. Peccato che l’opinione pubblica statunitense consideri a sua volta inaccettabile l’aiuto che Putin starebbe dando (pare con i suoi hacker) a uno dei candidati presidente. Continua la lettura di I missili del Sì

Ovunque vada

Cresce il lavoro. Pensioni, intesa coi sindacati. L’ottimismo va in prima pagina. Con Repubblica. L’Istat parla di 585mila occupati in più nell’ultimo anno, di 108mila disoccupati in meno e di una riduzione sensibile degli inattivi, ovvero di chi è tanto scoraggiato da non cercare lavoro. Sono dati positivi? Sì, lo sono. Naturalmente bisogna leggerle bene le cifre. Serve dire, per esempio, che un milione e 758mila persone da oltre un anno cercano lavoro e non lo trovano. Che il 22,3% dei giovani non studia né lavora. Che nel 2015 sono stati venduti 115 milioni di voucher, buoni per un lavoro occasionale, contro i 10 milioni venduti nel 2010. Insomma il lavoro precario cresce molto di più dei nuovi rapporti, chiamiamoli, regolari. Bisognerebbe poi ammettere che i nuovi posti sono aumentati, in fondo, solo dello 0,8%, appena più del PIL, +0,6%. E soprattutto ricordare bene quanto ci stia costando questo imbellettamento delle cifre: almeno 15 miliardi di contributi alle imprese nel biennio 2015-2016. Insomma il costo del lavoro è rimasto fermo, perché la spesa per le retribuzioni è cresciuta appena dello 0,9%, mentre il costo degli oneri scendeva del 2,6%. Condizioni provvisorie e irripetibili. Ma qualcuno, lassù, preferisce sfruttare l’effetto annuncio, conta sul fatto che i lettori badino solo al titolo in prima pagina. E canta vittoria: “il jobs act funziona”! Continua la lettura di Ovunque vada

Di Corradino Mineo