Quante divisioni ha Davigo?

Rubano senza vergogna. Come era prevedibile, la battuta di Pier Camillo Davigo, estrapolata dal contesto, ha provocato sui giornali una polemica di carta. Non un giudizio storico – gli esponenti politici sotto inchiesta all’inizio degli anni 90 almeno si vergognavano e cercavano di allontanare da sé il sospetto – si sarebbe trattato, ma “un attacco della magistratura alla politica”. La precisazione di Davigo, “non tutti i politici rubano” viene definita una retro marcia. Il vice presidente del CSM (ed ex sottosegretario del governo Renzi) avverte: “le accuse alimentano i conflitti” ma poi, pare dopo aver parlato con Mattarella, aggiunge che servono “riforme, personale e mezzi per vincere la battaglia di una giustizia efficiente e rigorosa, a partire dalla lotta alla corruzione e al malaffare”. Il Corriere titola: “Politica e giudici, nuovo fronte”. Ma il fronte più spassoso si apre tra i retroscenisti, i quasi si interrogano se Renzi sia più preoccupato per questa sortita di Davigo, oppure più soddisfatto per una gaffe che potrebbe fargli gioco. Preoccupato, scrive il Giornale: “La grande paura: intercettazioni su Renzi”. Continua la lettura di Quante divisioni ha Davigo?

Rubano senza più vergogna

Torna il caffè, dopo due giorni di silenzio. L’altro ieri, impegnato a seguire per Left le primarie nello stato di New York, mi ero semplicemente dimenticato di scriverlo. Ieri mi sono chiesto come mai me ne fossi dimenticato e ho preferito riflettere, piuttosto che scrivere. Torna il caffè, ma con una formula che forse troverete più “soggettiva”. Perché i giornali mi sembrano ormai del tutto coinvolti dalla crisi delle classi dirigenti, le scelte quotidiane – prime pagine, titoli, commenti – mi appaiono meno pensate e a volte casuali: mi pare non abbia più senso inseguire un pensiero che non c’è. Inoltre la mia visione del mondo – weltanschauung, se preferite – non è più così originale e minoritaria come un tempo. Vive in quelli che Paolo Franchi chiama, oggi per il Corriere, tentativi “sporchi” di organizzare una sinistra – da Sanders a Corbyn a Iglesias -, echeggia in certe proposte del capitalismo più innovativo, si fa strada persino in qualche università. Perciò vale meno la spesa che fare i conti, tutti i giorni, con le sciocchezze – luoghi comuni e tabù – di un pensiero dominante, sempre meno dominante. Continua la lettura di Rubano senza più vergogna

Il fronte “antirenziano”

Qual’è la notizia, oggi 19 aprile 2016? “Duello tra Merkel e Renzi sui fondi UE per i migranti”, Stampa? “Centinaia di morti in mare”, Corriere? “La mappa del non voto al referendum”, Repubblica? La notizia è che non c’è la notizia. Perché nel Belpaese rottamato manca una visione unitaria, manca un sentire condiviso. Cosa fare per i migranti? Intanto salvare dalla morte bambini, donne, giovani uomini, che hanno intrapreso il viaggio della speranza, e al tempo stesso provare a dismettere le guerre che ne provocano l’esodo? O invece “battere i pugni” a Berlino e a Bruxelles, non per contestare l’accordo della vergogna con la Turchia che perseguita i curdi, ma per strappare altri accordi similari con futuri leader di una Libia, non si sa come, pacificata? E sul referendum contro le trivelle? La notizia è, come dice Maria Elena Boschi al Corriere, “che ha provocato costi per tutti” e che il quesito andava interpretato così : “volete o non volete continuare a garantire 11mila posti di lavoro”. Oppure, come scrive Diamanti per Repubblica, la vera notizia è “che, con il contributo attivo del fronte anti-renziano, ci stiamo avviando verso un governo personale del premier”? Continua la lettura di Il fronte “antirenziano”

Sia lode al vincitore

Niente quorum, vince Renzi, scrive la Stampa. “Vincono i lavoratori”, ribatte, con il premier, Repubblica. “Le accuse di Renzi” dice il Corriere. Accuse? Ma sì. Il premier è stato il primo a parlare, ha tirato un sospiro di sollievo per quel dilagante non voto: “è fallito un colpetto”, avrebbe confessato a Maria Teresa Meli. “Abbiamo rischiato che il voto sulle trivelle si tramutasse nel bis del referendum sull’acqua” cioè che si avviasse, ai suoi danni, lo stesso processo che si concluse con la cacciata di Berlusconi. Ma per fortuna “la demagogia non paga”; ancora Renzi. Demagogia di chi? Di Elimiano, of course: “Certi presidenti di regione – dettaglia Renzi – che hanno usato il referendum per motivi personali. Si scopre che una parte della classe dirigente di questo paese è auto referenziale”. Oddio autoreferenziale! Il Giornale rileva che l’affluenza al 32% mette insieme “16 milioni di voti contro Renzi”. Non è proprio così. Intanto perché il numero dei votanti potrebbe essere più basso, poi perché è ben possibile che una parte dei votanti abbia voluto rispondere al quesito e non “dare un segnale al premier” Continua la lettura di Sia lode al vincitore

I believe in fairies

La battaglia del quorum, scrive Repubblica. Oggi 26 milioni di italiani dovrebbero andare a votare anche se né Rai né Mediaset li hanno informati, anche se tutti i grandi giornali hanno sostenuto che il referendum non era importante suggerendo che si trattasse di un costoso regolamento di conti tra politici di professione, anche se l’inquilino di palazzo chigi continua a promettere bonus per i diciottenni, bonus per i pensionati poveri, ora anche la riduzione delle tasse per tutti, anche se la gran parte della classe dirigente nasconde quanto sia debole e provvisoria la ripresa in Italia, anche se si ode ovunque lo slogan “non disturbare il manovratore” che è sempre meglio di Razzi e Scilipoti e dei senatori, vil razza dannata. Continua la lettura di I believe in fairies

Un papa e un premier

Un aperitivo rapido al posto del caffè! “Non siete soli”, dice il Papa ai profughi ammassati a Lesbo, poi alza la voce: “L’Europa mostri solidarietà e rispetto”. Che differenza con l’enfasi dei quotidiani in edicola, che celebrano lo statista Renzi. “Migranti. Avviso all’Austria”, Corriere. “Renzi sfida la Ue: soldi a chi frena le partenze”, Stampa”.

“Eurobond ai paesi africani”, scrive Repubblica. Beninteso, se Renzi dice che bisogna investire in Africa, che bisogna aiutare chi si prenda il compito di regolare il flusso migratorio il più vicino possibile dai paesi che i profughi sono costretti a lasciare, io sono d’accordo con lui. I guai vengono subito sopra o subito sotto il titolo gridato: Soldi alla Siria come alla Turchia, il deal è questo? Continua la lettura di Un papa e un premier

Testa o croce? Purchè si voti

Una bufala il referendum, Repubblica. “Attacco di Renzi”, Corriere. Non ha resistito, tutti i suoi interpreti, collaboratori e retroscenisti avevano inteso che il premier volesse fare un (temporaneo) passo indietro: profilo istituzionale, bonus per tutti (o quasi), de-personalizzazione del referendum sulle riforme istituzionali, dialogo con Prodi (sulla Libia). Invece è tornato alla carica: sospinto da Napolitano, ha invitato gli italiani a non andare a votare domenica nel referendum sulla reiterazione (automatica) delle concessioni estrattive entro le 12 miglia dalla costa. Insomma sulle trivelle. Perché lo ha fatto? Non posso che ripetermi, anche se so che qualcuno di voi mi impalerà (come faceva coi nemici Vlad III voivoda di Lavacchia, Dracula). Perché quest’uomo non è stabile. Anche se comprende che sarebbe meglio cambiare argomenti e stile di governo, se poi vede la possibilità di passare in forza, di spianare qualche avversario e di uscirne (momentaneamente) trionfante, non resiste. Un ragazzo che sta perdendo la partita e va via con la palla: è mia. Un uomo politico che, dopo aver ascoltato gente per bene del suo partito (come il senatore Tocci) ammette a Porta a Porta che la riforma della scuola va in parte ripensata, ma il giorno dopo vede la possibilità di strappare il provvedimento alla commissione cultura, di passare in forza in aula, di umiliare senato e minoranza e questo fa. Un premier che ieri forse temeva di finire come Craxi, quando nel 91 pronunciò il suo “tutti al mare” e gli italiani invece andarono a votare, ma oggi decide di trasformare l’astensione – se ci sarà, anche grazie al difetto di informazione – in una vittoria nella prospettiva del referendum d’ottobre. E lo fa. Continua la lettura di Testa o croce? Purchè si voti

Il lupo indossa la pelle dell’agnello

Il lupo indossa la pelle dell’agnello, il cingolato mette pneumatici alle ruote, il governo non guarda ai luoghi dello scontro ma raccoglie in un campo di carote. Repubblica: “Arriva il part time, con i contributi pagati, per i dipendenti vicini alla pensione”. “Napolitano: pretestuoso il voto di domenica. Dalla riforma del senato nessun rischio, Va attuata”. “Arriva il bonus per i diciottenni. Voucher di 500 euro per concerti, musei, libri. Renzi: saranno permanenti”. C’è solo quel “pretestuoso” per il referendum sulle trivelle che potrebbe stonare, ma che volete, lo ha detto Napolitano non Renzi. Ancora “Le unioni civili saranno legge entro aprile”, parola di Renzi che “ricuce con Prodi”, Stampa. Intanto “Le Borse” – Sole24Ore – hanno votato la “fiducia sulle banche”. Fiori, miele, bonus: si chiama riduzione del danno. Tentativo di far fallire il voto di domenica, senza pronunciare “l’andate al mare” di Craxi, speranza di contenere o minimizzare la sconfitta alle amministrative e di convincere gli elettori che la riforma del Senato ci libera di Razzi e Scilipoti e non peggiora la Costituzione. Continua la lettura di Il lupo indossa la pelle dell’agnello

Le peggiori riforme della nostra storia

Addio Senato, Repubblica. “Sì alla nuova Costituzione”, Corriere. “Renzi, il paese è con me. Guiderò la campagna elettorale”, Stampa. 361 sì su 630 deputati. La Camera ha approvato, in via definitiva, la riforma costituzionale. Le opposizioni fuori dall’aula o, come si dice, sull’Aventino. É un passo avanti per il paese? No, con questa riforma si fanno due passi indietro. La Costituzione del ‘48 era chiara, comprensibile a qualsiasi ragazzo di terza media. I 47 articoli riscritti sono un guazzabuglio, idee confuse espresse peggio: leggete e inorridite. Non si cambia la forma del governo, che resta parlamentare. Ma, con una sola camera e la nuova legge elettorale, si sceglierà direttamente il premier, attribuendogli nel ballottaggio il premio di maggioranza (340 deputati su 630). Il premierato c’è, di fatto e quindi senza contrappesi. Il presidente della Repubblica perde il potere di nomina del presidente del consiglio e persino quello di sciogliere la camera, la cui maggioranza non sarà più autonoma dal premier che l’ha costituita. Continua la lettura di Le peggiori riforme della nostra storia

Chi è questo premier?

Ma chi è questo premier? Che a un referendum, quello sulle trivelle, dice che non si deve votare – e si prende perciò la reprimenda del presidente della Consulta – mentre su un altro – quello costituzionale – annuncia che se non lo vincerà smetterà di far politica. Chi è questo premier che si è rifiutato di discutere – quando sarebbe servito discutere – del suo progetto di riforma, affidandone la scrittura a trattative riservate – fra “decisori” come Finocchiaro e Boschi, forse con lobbisti ad assistere – imponendo in aula emendamenti canguro, che cancellavano tutti gli altri, e invece vorrebbe discutere, ora che emendare più non si può, alla camera dove la maggioranza è scontata grazie a un premio ottenuto da un altro che egli pur pretende di avere “spianato”, e grazie a una legge dichiarata, dalla Corte, incostituzionale? Le opposizioni lo hanno lasciato solo in aula. Non per sottrarsi al confronto – come egli dice – ma per ricordare come ormai si sappia cosa siano le sue riforme. Un uomo solo al comando. Meno controlli democratici e più trattative riservate con i gruppi d’interesse. Una democrazia semplificata che funziona addirittura meglio se la maggioranza degli elettori non va a votare. Continua la lettura di Chi è questo premier?

Di Corradino Mineo