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Come e perché la strage ipoteca il nostro futuro

Mare piatto a Ventotene

Sono curioso di vedere cosa faranno quei tre. Dice Daniel Cohn-Bendit, intervistato dal Corriere della Sera. “Quei tre”, sono François Hollande, Angela Merkel e Matteo Renzi che si incontrano domani a largo dell’isola dove altri tre, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Ursula Hirschmann, immaginarono tra il 1941 e il 44, un’Europa senza più guerre né ricatti totalitari. Proprio mentre in Francia, in Italia e in Germania si marciava al passo dell’oca, si sterminavano ebrei, zingari e comunisti, si pronunciavano bestemmie come vincere e vinceremo o si proiettavano film di propaganda come il “Il trionfo della volontà”, per celebrare il capo supremo, il Fürher. Purtroppo, i tre capi di stato e di governo che si vorrebbero epigoni degli autori del Manifesto di Ventotene, mi paiono leader di un nazionalismo declinante: Hollande non ha avuto il coraggio di dire ai francesi che il tempo della grandeur era finito, Merkel ha compiaciuto i tedeschi facendogli credere di portare sulle spalle chissà quale peso dell’Europa, Renzi ha illuso gli italiani che con uno schioccar di dita, meno diritti e qualche riforma pasticciata della Costituzione, i mali d’Italia (corruzione, incapacità di governo, interesse privato nella cosa pubblica) sarebbero scomparsi. Continua la lettura di Mare piatto a Ventotene

Il giornalismo di Repubblica

L’ha detto o non l’ha detto? E poi cosa avrebbe detto davvero questo Massimo D’Alema che si ostina a non capire di essere stato rottamato e infastidisce Matteo Renzi come Cucchi e Magnani, “pidocchi nella criniera di un nobile cavallo da corsa”, infastidivano Palmiro Togliatti? La Stampa: “D’Alema, il Pd cerca un capro espiatorio”. Repubblica: “D’Alema Raggi, scontro nel Pd. Orfini: vai ai gazebo con Giachetti”. A parte il ridicolo di sentire Orfini ordinare qualcosa a D’Alema dopo aver passato una vita ad afferrare, da lui, un qualche raggio di luce riflessa, tutto questo parlare di D’Alema chiama in causa il nostro giornalismo, quello di Repubblica in particolare. Cosa ha scritto, infatti, ieri Repubblica? In prima pagina: “D’Alema: voterei pure Lucifero pur di mandare Renzi a casa. All’interno e fra virgolette: “Pur di cacciare Renzi sono pronto a votare anche la Raggi”. Bene, direte voi, l’ex premier ed ex segretario preferisce per Roma un sindaco a 5 Stelle e si propone di disarcionare l’attuale segretario e premier del Pd. Purtroppo l’interessato smentisce e accusa Palazzo Chigi, di volerlo usare come capro espiatorio, cioè di volergli addossare la colpa di un probabile insuccesso di Giachetti a Roma. Questo scrive la Stampa, ma Repubblica conferma: “ecco i tre incontri anti-riforma e le telefonate per la giunta Raggi”. Nelle telefonate D’Alema avrebbe consigliato al critico d’arte Montanari di accettare l’offerta dell’assessorato alla cultura fattagli da Raggi. Negli incontri (non pubblici) D’Alema avrebbe detto di essere propenso a impegnarsi per il No al referendum costituzionale, di ritenere che se vincesse il Sì verrebbe asfaltata la minoranza interna e, di conseguenza, la possibilità di riproporre un centro-sinistra. Continua la lettura di Il giornalismo di Repubblica

Verso il giornale unico?

Gli Agnelli lasciano il Corriere, La Stampa, con il suo satellite genovese il Secolo XIX, diventa satellite di Repubblica, John Elian, nipote dell’avvocato, entra a far parte dell’arcipelago De Banedetti, Marchionne si libera di un settore in perdita – i giornali – per dedicarsi a nuove concentrazioni industriali e finanziarie. La notizia non è nuova, Left l’aveva anticipata il 13 febbraio, “l’industria della notizia”, di Donatella Coccoli e Ilaria Giupponi, ma ieri è arrivata la conferma ufficiale. “Il polo Stampa-Repubblica sarà leader in Europa”, titola il giornale torinese. Ezio Mauro cerca “Le radici comuni” della “sua” Repubblica e della Stampa nel lontano 1955, quando Caracciolo, che però era un editore puro, fondò L’Espresso e le prime firme venivano dalla Stampa. Il Corriere reagisce alla vertigine da abbandono – e alle preoccupazioni per i suoi conti, dissestati da alcune operazioni oltre confine – celebrando il centoquarantesimo anniversario, con un articolo del suo più elegante commentatore, Claudio Magris. Continua la lettura di Verso il giornale unico?