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I missili del Sì

È una roba da non credere, ma per chi ci prendono? Questa frase l’avrebbe dovuta pronunciare il presidente del consiglio in carica, Matteo Renzi, purtroppo l’ha detta Bersani. In America John Phillips era un avvocato ricco e influente, finanziatore del Partito Democratico e sposato con una giornalista accreditata al Congresso, Linda Douglass, che lasciò il mestiere per andare a guidare la “comunicazione” della Casa Bianca sulla riforma sanitaria. Qualche anno fa i coniugi Philips (un antenato si sarebbe chiamato Filippi) avevano acquistato un borgo medievale in Toscana, Borgo Finocchietto, rimasto “proprio come mille anni fa”. Nel 2013 Obama li ha voluti premiare con una bella vacanza romana, a pochi chilometri dal loro ben ritiro: ambasciatori degli States a Villa Taverna. Non sono diplomatici di mestiere. A marzo l’ambasciatore disse che gli americani si aspettavano 5mila soldati italiani in Libia. Ieri – fonte Corriere della Sera – ha sostenuto: “Se vince il no addio investimenti”. Ha detto ciò che pensa, Phillips. Peccato che quel che pensa venga ripreso da tutti i giornali e abbia un peso politico, visti i rapporti che da 70 anni Roma intrattiene con Washington. Peccato che l’opinione pubblica statunitense consideri a sua volta inaccettabile l’aiuto che Putin starebbe dando (pare con i suoi hacker) a uno dei candidati presidente. Continua la lettura di I missili del Sì

Renzi ora è solo

Renzi ammette: vittoria dei 5 Stelle, Corriere della Sera. “Grillo sfida Renzi: arriviamo”. La Stampa. “Renzi: un voto di cambiamento”, il titolo di Repubblica sembra ancora, rispetto agli altri, una carezza al premier segretario, ma i commenti che oggi pubblica questo giornale, definito da D’Alema “House Organ” di Palazzo Chigi sono durissimi, davvero spietati. Ilvo Diamanti spiega i numeri della sconfitta: “i governi di centro-sinistra dopo il voto si sono ridotti alla metà: 45, mentre prima erano 90. Il centro-destra ha mantenuto e anzi allargato un poco il numero delle città amministrate. Mentre il M5s è arrivato al ballottaggio in 20 Comuni e li ha conquistati praticamente tutti. Cioè, 19. Tra questi, Roma e Torino sono quelli che fanno più notizia. Comprensibilmente. Però il M5s si è affermato in tutte le aree. In particolare nel Mezzogiorno. A Roma e a Torino, peraltro le sue candidate hanno intercettato il voto dei giovani, dei professionisti, dei tecnici. Ma anche dei disoccupati. In altri termini: la domanda di futuro e la delusione del presente”. Per Diamanti, dunque, la narrazione ottimista e la pretesa di rappresentare il futuro di Renzi sarebbero state cancellate dal voto. Continua la lettura di Renzi ora è solo

Se perdo, non lascio

“Se il Pd perde non lascio”, “Se perdo a Roma e Milano non mi dimetto”: sono questi i titoli, gridati, dei due giornali più letti. La domanda è: chi glielo ha chiesto, chi ha chiesto a Renzi di lasciare Palazzo Chigi qualora Virginia Raggi e Chiara Appendino fossero elette sindaco di Roma e Torino? Il bisogno del premier di personalizzare lo sconto, di avocare a sé, ogni giorno, più volte al giorno, la pubblica attenzione, sta diventando patetico. Da oltre due anni è Presidente del Consiglio, era stato votato solo dalle primarie di un partito ma ha tolto la campanella dalle mani di Enrico Letta e si è installato a Palazzo Chigi. L’ha voluto? Che governi. Già è improprio che il premier ripeta ogni giorno: “se vincono i no al referendum, vado a casa”. Così come è stato improprio che abbia firmato, Renzi da Presidente del Consiglio in carica, insieme alla Boschi, ministro per i rapporti col parlamento, la legge che cambia 47 articoli della Costituzione, e che l’abbiano imposta usando il peso del governo sull’aula, o stringendo, da Palazzo Chigi, il pactum sceleris con Verdini, di cui ora si vergognano, in vista dei ballottaggi. Continua la lettura di Se perdo, non lascio