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Dedicato a Fidel

Con la bava alla bocca. Fa specie vedere Trump e, qui da noi, Libero e il Giornale far festa per la morte di un uomo di 90 anni che ha tenuto testa per 57 all’unica super potenza rimasta nel pianeta, che ha respinto un’invasione promossa e finanziata dalla Cia, ha sopportato con il suo popolo l’odioso embargo americano, si è preso la soddisfazione di vedere “un Presidente nero” e un “Papa latino americano” venire a Cuba da ospiti, non a dettar legge. O gonzi! Quel barbuto comandante, con le braccia lunghe lunghe e le gambe ancora di più, ha vinto. Una vittoria amara, certo. Perché Guevara non è riuscito a rompere l’accerchiamento. Perché la solidarietà internazionalista (dell’Urss, per non parlare della Cina) s’è rivelata una truffa: prendeva più di quel che offriva. Perché nessun paese dell’America ispanica, neanche il Venezuela di Chavez, meno di tutti il Venezuela di Chavez, gli ha saputo offrire una sponda credibile. Un dittatore, Fidel? Sì, abbandonato da tutti, Castro lo è stato. Ma un dittatore amato e rispettato dalla maggioranza del suo popolo. Perché in cambio delle sofferenze, della penuria, degli errori burocratici e di scelte obiettivamente autoritarie, Fidel ha saputo offrire ai cubani un bene impagabile: la dignità! Il rispetto di sé, nei confronti di un Grande Fratello che aveva trattato Cuba (e la tratterebbe ancora) come una sala da gioco e un bordello a cielo aperto “nel giardino di casa” dell’imperialismo yankee. Continua la lettura di Dedicato a Fidel

Vecchio già a 41 anni?

“A 41 anni non devo aggiungere niente al mio curriculum”. Frase, detta al forum della Stampa, che la dice lunga sull’umore nero del premier. Già vecchio, già arrivato, già finito seppur così giovane? Mi dispiace che Renzi l’abbia detta e in fondo spero che sia solo una furbata, un modo subliminale per suggerire il solito ricatto “o me o il diluvio”. Perché se fosse sincera quella frase rivelerebbe un errore fondamentale, l’aver considerato la sfera politica come un mero campo di affermazione personale, un’occasione per realizzarsi contro tutti e comunque. Io ne ho 67 di anni, ho dovuto lasciare la Rai, in Senato ho preso pesci in faccia e non è che la mia vita privata sia tutta un successo, ma non penso affatto di tirare i remi in barca. Proverò comunque a darmi da fare, a dare una mano. E commetterò altri errori. Ma almeno ho capito una cosa: l’impegno pubblico non può ridursi a una lotta tra il proprio ego e il resto del mondo. La politica è vita se riconosce la vita nell’altro, se sa anche ascoltare. Continua la lettura di Vecchio già a 41 anni?

Il pessimismo della ragione

Scintille Raggi Grillo. La Stampa narra di un braccio di ferro, dietro le quinte, tra fondatore e sindaca del Movimento. Dal “tutti con Virginia” detto a Nettuno, al “questa è pazza”, frase che sarebbe stata detta da Grillo in una riunione riservata. I fatti: Virginia ha licenziato, perché indagato per abuso d’ufficio, l’assessore De Dominicis, che le era stato segnalato dalla studio Previti, studio del quale ella stessa aveva aveva fatto parte. Però finora non ha voluto rinunciare alla Muraro, sospettata di aver favorito il re delle discariche private Cerroni. Né a Raffaele Marra, ex collaboratore di Alemanno, che ha solo spostato da vice capo del suo gabinetto a capo del personale in Campidoglio. A Salvatore Romeo pare abbia ridotto lo stipendio (che in precedenza aveva triplicato) ma se lo è tenuto in segreteria. Si tratta dei membri del “raggialemanno magico”, come lo chiama Flores d’Arcais. Di quel gruppo di potere che ha portato alla rottura con l’ex assessore (bocconiano) al bilancio e al patrimonio, Minenna, con l’ex capo di gabinetto (magistrato della corte d’Appello di Milano) Raineri e con i dirigenti (che costoro avevano scelto) per Ama e Atac. Sia Stampa che Fatto raccontano, tuttavia, che il direttorio dei 5 Stelle e lo stesso Grillo avrebbero chiesto alla Raggi di riprendersi Minenna, per ridare smalto e operatività alla giunta. Raggi non potrebbe farlo in quanto, nella sorda lotta tra cordate che si è dipanata lungo i mesi estivi, si sarebbe esposta personalmente a fianco dei nemici di Minenna e della Raineri. “È ricattata”, traducono, senza troppi riguardi, i suoi avversari nel movimento. Come finirà? La Caritas spera che il sindaco possa mettersi al lavoro, per provare a rispondere alle attese di chi l’ha votata. Insomma che si eviti alla città di Roma un altro ribaltone come quello che costò la poltrona al sindaco Marino. Tuttavia – ha ragione Freccero – il combinato fra dipendenti pubblici e affaristi privati che ha dominato Roma sia con la destra che con la sinistra puzza quanto una cloaca. E sta, purtroppo, risucchiando la sindaca e il suo movimento.. Continua la lettura di Il pessimismo della ragione

Il dittatore democratico

Il dittatore. “Ha travolto il regime impotente o corrotto, ha cacciato gli uomini indegni o incapaci e con loro le leggi o i costumi che producevano l’incoerenza. Fra le cose dissolte, la libertà. Molti si rassegnano facilmente a questa perdita”. Questa elegante descrizione della dittatura (che) non fa che “portare a compimento il sistema di pressioni e di legami di cui i moderni, nei Paesi politicamente più liberi, sono le vittime più o meno consapevoli”, è di Paul Valery e la ripropone Eugenio Scalfari per parlare ancora di Matteo Renzi. A Scalfari, come a De Benedetti, la dittatura renziana pare accettabile (e conveniente) sullo scenario europeo, incongrua e pericolosa per le sue ricadute nella politica nazionale. Il consiglio che il fondatore di Repubblica dà a Renzi è quello che gli ha dato De Benedetti, lo stesso che forse gli darebbe Draghi: “prolungare la data del referendum e mettere subito mano alla legge elettorale”. Continua la lettura di Il dittatore democratico

L’onore di Obama

La potenza di un gesto. Con questo titolo Roberto Toscano che, giovane diplomatico, seppe opporsi al golpe in Cile ed è stato ambasciatore in Iran e in India, scrive su Repubblica di Obama a Hiroshima. Scrive del “tono sofferto e solenne”, con cui Barack ha parlato di quella strage, del body language che rivela un dono di scioltezza e autenticità che nei politici è estremamente raro”. Tuttavia Obama non si è scusato, osserva Financial Times. Ha detto che la guerra non spiega Hiroshima. Ha detto che “se non si accompagna ad un pari progresso delle istituzioni umane, il progresso tecnologico può segnare la nostra condanna. La rivoluzione scientifica che ci ha portati a scindere l’atomo ci impone di compiere anche una rivoluzione morale”. Ma non si è scusato. Ha abbracciato commosso un uomo che “vide l’inferno quel giorno” e ha comunicato al mondo la sua commozione, ma non si è scusato. Ricordo come Papa Wojtyla talvolta si scusasse, ma è Francesco che sta provando a cambiare. Continua la lettura di L’onore di Obama

Pace e chiese

+0,7 come scrive Repubblica o + 0,6 secondo i conti che fa la Stampa, certo, osserva il Corriere, “i dati sulla crescita sono al di sotto delle previsioni”. Dopo la corsa nel 2015 (corsa, comunque, prudente) a cambiare l’auto vecchia, i consumi in Italia non sono cresciuti come si sperava, la produzione industriale si è fermata, mentre le sofferenze bancarie – 201 miliardi di crediti non esigibili – potrebbe costringere a mettere sul mercato tanto patrimonio immobiliare ipotecato, cosa che deprimerebbe la ripresa del mattone. Si può dire che il male è comune: International New York Times spiega che l’Europa intera non riesce a tornare indietro al 2008; l’eurozona cresce con il ritmo lento dell’1,1% l’anno. Troppo poco per togliersi di dosso la depressione, per dare fiducia ai consumatori e impulso agli investimenti. Continua la lettura di Pace e chiese

Chi di annunci ferisce…

l Pil delude, l’Europa cresce poco, titola il Corriere. Dove l’talica delusione, solo + 0,2%, dopo tanto battage pubblictario, è persino aggravata dalla stagnazione francese nel trimestre e dalla Germania che rallenta, + 0,4. “Leggendo i commenti di ieri – scrive Dario Di Vico- si ha l’impressione che il Pil sia utilizzato, da una parte e dall’altra, per un referendum su Renzi”. È vero, ma la colpa è di Renzi che ha creduto di rendere potabili ogni genere di nefandezze, dall’Italicum alla legge sulla scuola fino alla riforma costituzionale, cantando “vincerò”, promettendo più lavoro per i giovani e nuovi agi per il ceto medio. Invece -constata Di Vico-  nè gli 80 euro nè il jobs act,nè la (poca) flessibilità concessa da frau Merkel al suo scolaro più diligente e neppure “le misure espansive della BCE” hanno “fatto bere il cavallo”. Così, “professando un ottimismo di maniera, (Renzi)  rischia di far diventare incolmabile la distanza tra la comunicazione di Palazzo Chigi e il sentire comune di una larga parte dell’opinione pubblica che stavolta abbraccia élite e popolo”. È l’errore più grave.

Solo quando avranno un presidente nero e ci sarà un papa latino americano, gli USA dialogheranno con Cuba. Fidel l’aveva detto nel 1973, di ritorno da un viaggio in VietNam. É successo: Kerry ieri ha visto sventolare la bandiera a stelle e strisce sul pennone dell’ambasciata americana a Cuba, ha mostrato rispetto per il governo di Raul Castro e ha chiesto più diritti per Cuba. Dopo 54 anni di embargo, di tentativi di abbattere il regime, di guerra non solo fredda. Ora tocca ai cubani accettare la sfida, abbracciare la libertà e i suoi vantaggi, senza tornare quello che erano prima del 59, un bordello e un casinò caraibico per americani ricchi, vecchi e mafiosi. Che sfida!

Tsipras trova l’accordo ma perde Syriza, Repubblica. Alexis ce l’ha fatta, l’Eurogruppo ha approvato il piano di prestiti per altri 86 miliardi, i tedeschi, scavalcati da FMI e BCE, hanno dovuto abbozzare, ma la scissione di Syriza, con Varoufakis che ha votato contro, sembra inevitabile. “L’Europa si vergogni -dice Galbraith a Repubblica- ha ricattato la Grecia e l’ha resa disperata”. Anche se nel protocollo strappato da Alexis ci sono più riferimenti all’autonomia del governo di Atene e capoversi che prevedono una sua libertà di manovra, la sostanza è il ritorno della Troika ad Atene e un piano di sacrifici che, secondo l’economista americano, soffocherà la Grecia. Nikos Pappàs, ministro alla Presidenza del Consiglio, la vede diversamente e presenta “il contro piano” di Tsipras al manifesto. Redistribuiremo il reddito, dice, pagheranno evasori, corrotti e ricchi, non il popolo. La verità – a me sembra è che Tsipras ha perso la partita ma con grande dignità ed è ancora in campo. Merkel, Hollande e Renzi, pieni di guai, non possono gioire. Tutto è ancora possibile, per l’Europa.

La Cina è vicina. Krugman spiega bene su Repubblica (pagina 9) il rallentamento dell’economia cinese, la tentazione di far cassa in borsa, la conseguente bolla speculativa, il tentativo dirigista del potere di riprendere il mano la locomotiva impazzita svalutando. L’economista liberal si dice preoccupato, teme che questi decisori di Pechino non abbiano capito che i mercati non si governano. Forse lo sanno, caro Paul Krugman, ma devono tener conto di una spinta interna che paventano quanto finanzieri ed economisti occidentali. Un tempo la chiamavamo lotta di classe. Non sempre – anzi il più delle volte non- si esprime con un programma politico, ma fa paura e conta lo stesso. Operai, ex contadini inurbati, famiglie cinesi non vogliono più soffocare nell’inquinamento, morire di fabbrica, o regalare ai figli asma e I-phone.

Un nuovo Iran per la pace in Medio Oriente

Patto storico,pace nucleare, scrivono Corriere e Repubblica, ma a me piace il titolo del Pais: “Il mondo dà il benvenuto a un nuovo Iran senza armi nucleari”. L’accordo è presto detto: l’Iran vede riconosciuto il suo diritto a usare il nucleare per scopi civili ma non militari e accetta più stringenti controlli internazionali. In cambio vengono meno le sanzioni che avevano tenuto quel grande paese ai margini dei commerci, degli scambi culturali e delle rotte turistiche, Di notte, una folla di ragazzi in festa ha invaso le vie di Teheran

Salam Donia, Salam Soly! Gridano: ciao mondo! Ciao pace! Racconta il Corriere. Ecco il nuovo Iran, un paese con una società civile forte, consapevole e colta, nonostante, dopo il 79, la repubblica islamica sia stata costruito intorno al potere degli Ayatollah e della Guida Suprema. Si può credere a questo nuovo Iran? Si deve! D’altronde neppure il tentativo -sempre negato da Teheran- di costruirsi la bomba, sarebbe stato del tutto irragionevole, visto che nella regione quell’arma la possiedono già sia Israele sia il Pakistan sunnita e talebano.

La follia dell’imperialismo e la grandezza di Obama. L’Iran come stato canaglia è una costruzione americana. Nel 1953 un colpo di stato contro il liberale Mossadeq, gestito dalla Cia e sostenuto dal clero sciita (!) porta al potere lo Scià, crea un regime fantoccio: il petrolio passa dagli inglesi agli americani. La stessa rivoluzione del 79, nata a Parigi nel nome di Khomenei, all’inizio aveva al suo interno una componente liberal-nazionale. Gli Stati Uniti non vollero far distinzioni e, dopo la presa della loro ambasciata e degli ostaggi, scatenarono contro l’Iran una guerra totale, usando per 8 anni Saddam Hussein, allora alleato degli USA, prima di divenire a sua volta canaglia da impiccare. Obama ha sanato questa ferita antica, così come sta facendo con Cuba. Solo per questo si sta meritando il nobel per la pace.

Trema il califfo, ringhia Israele, teme l’erede di Āl Saʿūd. La lotta contro il Daesh riparte ora sul piede giusto. Sciiti (iraniani) e Curdi (iracheni, siriani, turchi) possono strappare città e deserto ai tagliagole. Le tribù sunnite, non più certe dell’appoggio che potranno dargli i Sauditi, cercheranno presto un’intesa. Certo Israele fa e farà fuoco e fiamme. Perché si illude di poter aver ragione dei sunniti, mettendoli sempre gli uni contro gli altri, Fatah contro Hamas, Daesh contro Fratelli Musulmani, mentre non vuole un Iran forte nella regione e teme Hezbollah, il partito sciita al quale proprio Israele ha regalato il Libano dopo l’invasione. Il punto che Israele deve cambiare: non può fondare il suo futuro sull’apartheid e la guerra preventiva E devono cambiare – meglio, dovrebbero essere rovesciate- le monarchie sunnite del Golfo, ispiratrici e finanziatrici del terrorismo islamico. Accordo storico quello raggiunto ieri?  Sì.

Ancora sui guai dei vincitori. Il fondo monetario internazionale critica Europa e Germania. Lo narra Plateroti sul Sole: senza ristrutturare il debito greco le misure imposte domenica soffocheranno quell’economia e renderanno carta straccia i titoli in mano ai creditori.Piero Ignazi, Repubblica, prevede che l’atto di forza tedesco rafforzerà la destra populista in Europa e Stefano Folli avverte Renzi che gli elttori populisti (Lega e 5Stelle) potrebbero convergere,nel ballottaggio dell’Italicum, e rimandarlo a Regnano, Non gli resta che trasformare il fu Pd in un partito di destra-centro-sinistra. Con Verdini, Cosentino e pure con Barbato, che mangiò mortadella per festeggiare la caduta di Prodi.

La socialdemocrazia è finita, dice Landini al Fatto. Il segretario della Fiom spiega che in Grecia organizzerebbe uno sciopero contro la Merkel. Sul Corriere, invece, Cassese e Salvati, uomini di buone letture, sostengomo che domenica non è successo niente che non fosse già scritto nel lungo processo di cessione all’Europa delle sovranità nazionali. Se non fosse che una nazione (e che Nazione!) ha deciso per tutti. Se non fosse che mancano forme europee di controllo democratico su quel che decidono l’euro summit e l’euro gruppo!