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Sinistra Italiana e la scissione del Pd

L’incertezza al tempo di Trump

I missili del Sì

È una roba da non credere, ma per chi ci prendono? Questa frase l’avrebbe dovuta pronunciare il presidente del consiglio in carica, Matteo Renzi, purtroppo l’ha detta Bersani. In America John Phillips era un avvocato ricco e influente, finanziatore del Partito Democratico e sposato con una giornalista accreditata al Congresso, Linda Douglass, che lasciò il mestiere per andare a guidare la “comunicazione” della Casa Bianca sulla riforma sanitaria. Qualche anno fa i coniugi Philips (un antenato si sarebbe chiamato Filippi) avevano acquistato un borgo medievale in Toscana, Borgo Finocchietto, rimasto “proprio come mille anni fa”. Nel 2013 Obama li ha voluti premiare con una bella vacanza romana, a pochi chilometri dal loro ben ritiro: ambasciatori degli States a Villa Taverna. Non sono diplomatici di mestiere. A marzo l’ambasciatore disse che gli americani si aspettavano 5mila soldati italiani in Libia. Ieri – fonte Corriere della Sera – ha sostenuto: “Se vince il no addio investimenti”. Ha detto ciò che pensa, Phillips. Peccato che quel che pensa venga ripreso da tutti i giornali e abbia un peso politico, visti i rapporti che da 70 anni Roma intrattiene con Washington. Peccato che l’opinione pubblica statunitense consideri a sua volta inaccettabile l’aiuto che Putin starebbe dando (pare con i suoi hacker) a uno dei candidati presidente. Continua la lettura di I missili del Sì

Una manovra da 30 miliardi

Non lasciamoli bighellonare, mettiamoli al lavoro. Togliamo ai richiedenti asilo il diritto di ricorrere in appello. Corriere e Repubblica danno ciascuno – sia pure con titoli meno espliciti di quelli che propongo – la loro propria ricetta per parare l’emergenza profughi che crescerà nei prossimi mesi. Innanzitutto perché crescerà? Perché non potremo più chiudere gli occhi, per scelta o incapacità, e aspettare che il grosso dei profughi si trasferisca (illegalmente) dove voleva andare, cioè nel nord europa. Le vie – l’abbiamo visto a Ventimiglia e al Brennero – saranno se non bloccate controllate. Possiamo, dunque, chiedere loro di lavorare (e quindi pagarsi il soggiorno) mentre sono in attesa del giudizio sul loro diritto d’asilo o sulla espulsione. Si possiamo chiederlo, i comuni che li accolgono possono organizzarsi in tal senso. Ma sarebbe necessario che si trattasse di lavori davvero utili e che si spiegasse bene ai “nativi” come si tratti di lavori per i quali loro non sono disponibili. Possiamo rendere più veloce l’istruttoria giudiziaria che riguarda i profughi? Certo che sì. Lo chiedono tutti quelli che sono venuti per restare, o che non sanno dove altro andare. Ed è vero anche che il diritto d’appello sembra spesso in Italia un modo per rendere più lungo e macchinoso il giudizio. Ho tuttavia forti dubbi che si possa negare a un siriano un diritto che si riconosce a un lombardo. Infine c’è un problema, anzi il problema. Il diritto d’asilo non spetta a chi fugge la fame. Così molti migranti rifiutano di dire le loro generalità. Non si sa chi sono, non si può metterli al lavoro né espellerli, giacché non è noto dove rimpatriarli. Che fare? Si potrebbe, in teoria, dare a ogni migrante un periodo di prova, un permesso con data di scadenza in cambio delle loro generalità. Dopo, o dentro o fuori, con un giudizio che tenga conto anche del loro desiderio e della loro capacità di integrarsi. Ci vogliono soldi, per questo. Senza investire nell’accoglienza non se ne esce. Lo sanno tutti e tutti sanno che l’Europa si nasconde. Continua la lettura di Una manovra da 30 miliardi