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Il futuro incerto (non solo) del premier

Suona la campana per il Monte dei Paschi di Siena. La banca dovrà essere salvata con soldi pubblici (una volta si sarebbe detto “nazionalizzata”). Troppo forte è il rischio che il suo fallimento provochi altri fallimenti, innescando una reazione a catena che tutto potrebbe far saltare. Si discute sulle modalità del salvataggio. La Stampa auspica “Un fondo europeo per le banche”. Una cosa grossa, 150 miliardi netti, una proposta che aiuterebbe MPS ma arriva da Deutsche Bank, colosso tedesco che ha in pancia una gran quantità di derivati finanziari. In realtà un fondo cui attingere ci sarebbe già ed è il fondo salva stati, soldi pure nostri di cui si servirono gli spagnoli per le loro sofferenze bancarie, ma il governo italiano resiste perché non vuole i controlli occhiuti sulle sue finanze cui il ricorso a quel fondo lo esporrebbe. Così propone: paghiamo noi italiani ma via il bail in. La regola europea, sottoscritta da Letta e Renzi, prevede che paghino prima gli azionisti, poi gli obbligazionisti, quindi i correntisti con oltre 100mila euro e che solo dopo possa intervenire lo stato. Purtroppo, come spiega il Corriere, “Obbligazioni subordinate del Monte dei Paschi per complessivi 5 miliardi sono in mano a 60 mila piccoli risparmiatori (2,1 miliardi rappresentati dal bond con taglio minimo da mille euro rifilato alla clientela per finanziare l’acquisto di Antonveneta) e a vari investitori istituzionali (circa 2 miliardi). Un mix che potrebbe scatenare il panico in caso di bail-in”. Renzi non vuol pagare il prezzo politico che ne deriverebbe, perciò chiede un’esenzione dal bail in. Continua la lettura di Il futuro incerto (non solo) del premier

Se cado, cadrete con me!

The italian job. Un pullman tricolore in bilico sull’orlo di un burrone. È la copertina di The Economist. Spiega Federico Fubini: “A quasi dieci anni dall’avvio della Grande recessione mondiale, i crediti bancari a rischio di default nella zona euro valgono ancora quasi mille miliardi. Per quasi un quarto vi contribuisce l’Italia”. Il settimanale economico non ha dubbi: gli stati devono finanziare le banche. Ma le regole europee (per evitare che ciascun paese pensi a se stesso con i soldi anche degli altri) subordinano i salvataggi bancari alla tosatura degli azionisti, poi degli obbligazionisti, infine dei correntisti con oltre 100mila euro. Nel caso Italia, ciò vorrebbe dire moltiplicare l’impatto sociale del fallimento di Banca Etruria. Un prezzo politico assai pesante per il governo, che ha fatto dell’ottimismo di maniera – arriva la ripresa, anzi è già arrivata, non va ancora bene ma meglio – la sua cifra politica. Invece, scrive il direttore del Corriere Luciano Fontana,”siamo ancora ad aspettare segnali di ripresa che non arrivano”. Intorno a noi il quadro non è meno fosco. Deutsche Bank ha in pancia troppi “derivati” e non potrà liberarsene senza un poderoso intervento pubblico. In Gran Bretagna “la caduta della sterlina post brexit – come scrive Federico Rampini su Repubblica – espone a una perdita secca di valore gli investimenti immobiliari”. Perché i capitali che arrivavano finivano nel mattone (di lusso) e l’investimento veniva condiviso da banche e fondi pensioni: ora la sterlina attrae meno e la paura moltiplica l’effetto brexit. Continua la lettura di Se cado, cadrete con me!

O tempora, o mores!

Le bugie vengono a galla. “Ci sono voluti – scrive Roberto Toscano su Repubblica – 7 anni, 12 volumi, più di 2 milioni e mezzo di parole, quante ne ha scritte Tolstoj in Guerra e Pace (ha calcolato il New York Times), per stabilire, infine, che l’invasione dell’Iraq voluta da Bush Jr, con Tony Blair al suo fianco, era non solo inutile, ma anche disastrosa”. Può darsi che non ve ne ricordiate: tutta la stampa internazionale ed italiana ritenne, allora, che la guerra fosse inevitabile. Anche noi italiani andammo in Iraq (by Berlusconi) e 19 soldati persero poi la vita nell’attentato di Nāsiriya. Eppure già nel 2003 era evidente come la guerra fosse illegale (l’Onu non l’aveva autorizzata), come Saddam non fosse un pericolo diretto per inglesi e americani (non possedeva armi di distruzione di massa), come ci fossero strade diverse dalla guerra per sbarazzarsi del regime iracheno (Pannella li indicò con chiarezza). Sono cose che ho detto e che ho scritto dall’America (dal 2003 al 2006), sentendo intorno il silenzio infastidito (se non il disprezzo) dei politici ma anche dei grandi giornalisti di allora, che sono grandi ancora. Guerra e Pace, di Tolstoy-Chilcot, restituisce la verità. Finalmente. Continua la lettura di O tempora, o mores!