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Se perdo, non lascio

“Se il Pd perde non lascio”, “Se perdo a Roma e Milano non mi dimetto”: sono questi i titoli, gridati, dei due giornali più letti. La domanda è: chi glielo ha chiesto, chi ha chiesto a Renzi di lasciare Palazzo Chigi qualora Virginia Raggi e Chiara Appendino fossero elette sindaco di Roma e Torino? Il bisogno del premier di personalizzare lo sconto, di avocare a sé, ogni giorno, più volte al giorno, la pubblica attenzione, sta diventando patetico. Da oltre due anni è Presidente del Consiglio, era stato votato solo dalle primarie di un partito ma ha tolto la campanella dalle mani di Enrico Letta e si è installato a Palazzo Chigi. L’ha voluto? Che governi. Già è improprio che il premier ripeta ogni giorno: “se vincono i no al referendum, vado a casa”. Così come è stato improprio che abbia firmato, Renzi da Presidente del Consiglio in carica, insieme alla Boschi, ministro per i rapporti col parlamento, la legge che cambia 47 articoli della Costituzione, e che l’abbiano imposta usando il peso del governo sull’aula, o stringendo, da Palazzo Chigi, il pactum sceleris con Verdini, di cui ora si vergognano, in vista dei ballottaggi. Continua la lettura di Se perdo, non lascio

Concertazione e insulti

Contrordine, torna la concertazione. Quella brutta parola del passato che i rottamatori dicevano di aborrire, e che riassumeva il dialogo preventivo con le confederazioni sindacali sui temi sociali sensibili, sembra tornata in auge, o almeno è tornata in prima pagina. “Incontro governo sindacati, scrive il Corriere, aperti due tavoli di confronto: Pensioni minime, si cambia”. E Repubblica: “Pensioni, così la riforma. Disgelo governo sindacati. Sì alla flessibilità. Renzi promette più soldi alle minime”. Le segretarie confederali, Camusso e Furlan, stentano a credere a quel che sentono e a quel che vedono. Stefano Folli, su Repubblica, si spinge fino a ipotizzare un ravvedimento operoso del premier: “Renzi – scrive – abbandona i toni polemici per ricucire a sinistra”. Continua la lettura di Concertazione e insulti

Sangue per il giuramento. Il caffè del 29 aprile

“Volevo uccidere i politici”. “Spari e paura nel giorno del governo”. Se i due grandi quotidiani, Repubblica e Corriere, titolano così, Il Giornale trova un gioco di parole per attribuire la responsabilità dell’accaduto: “Il grilletto”. “Chi le spara e chi spara. Dopo mesi di irresponsabile campagna d’odio da parte di Grillo….”. Sì, sono sciacalli, questi amici dei nostri alleati di governo. Lo sottolinea Il Fatto: “Gli sciacalli subito all’opera”
Innanzitutto solidarietà e affetto al brigadiere Giuseppe Giangrande, che è nato a Monreale, vive a Prato con una ragazza di 24 anni, la figlia Marina, ha perso la moglie 4 mesi fa, era in trasferta a Roma, per servizio e, forse, per arrotondare lo stipendio. Colpito da un proiettile al collo, è stato operato per 3 ore. Preoccupa una lesione al midollo.

Lo sparatore, che voleva uccidere “i politici” e per questo è andato a Palazzo Chigi (evidentemente non sapeva che i ministri giurano al Quirinale), ha mirato alla testa e alle gambe per far male, evitando il giubbotto anti proiettili. Disperato per la crisi? Misuriamo le parole. Umiliato, per la perdita dell’impiego, era il bracciante Giuseppe Burgarella, che si è tolto la vita a Trapani, tenendo tra le mani quella Carta Fondamentale che salda dignità della persona e lavoro.

Giuseppe Preiti, da Rosarno, che a 50 anni non compiuti si sente già  “finito”, gioca e scommette, la moglie l’ha lasciato e torna dalla madre. A lei pare abbia chiesto qualche euro, ha preso la sua pistola, comprata al mercato nero anni fa, se ne è venuto in treno a Roma, piccolo hotel del centro, e con indosso giacca e cravatta è andato a sparare. Cercando così di riprendersi un posto non nella realtà ma nella rappresentazione del reale. E ci è riuscito: per un po’ tutti parleremo di lui. Il consumatore, frustrato, si offre al consumo. Molto americano. E folle, non è sbagliato dirlo.

Il simbolo, tuttavia, è evidente. Ieri qualche rete televisiva, per non farsi mancare niente, ha diviso in due lo schermo. Da una parte i ministri che giuravano ignari e sorridenti. Dall’altra i corpi per terra, il sangue sul collo di Giangrande, il ghigno di Preiti, subito immobilizzato dai nostri bravissimi carabinieri. Secondo me è lampante. Non se ne esce con misure di sicurezza né con scorte né chiudendo la zona rossa intorno ai Palazzi. Se ne esce solo con la buona politica. Con il confronto, stando fra la gente. Un bravo, dunque, a Emma Bonino e Enzo Moavero Milanesi, ministri che, appresa la notizia, sono andati a piedi dal Quirinale a Palazzo Chigi.

Giannelli sul Corriere disegna un Enrico Letta che sembra De Gasperi, in croce dentro lo scudo democristiano. “18 aprile 1948 – 28 aprile 2013. Maggioranza assoluta. “La rivincita dei democristiani”, titola Il Foglio.  Moriremo, dunque, democristiani, si chiedeva il grande Luigi Pintor? Moriremo berlusconiani, fa eco Ilvo Diamanti su Repubblica. La tesi è semplice e non molto originale: Berlusconi “ha perso le elezioni ma ha vinto il dopo elezioni”. Perché Bersani “non ha vinto..ma ha cercato di agire da vincitore”. Insomma, colpa del segretario Pd, della sua fola di un governo per il “cambiamento”, dell’umiliante giro di valzer con Crimi e Lombardo.

Non sono d’accordo. Diamanti sottovaluta quanto i talk show e la legge porcata abbiano cambiato la costituzione materiale dei vecchi partiti. I 101 del Pd che hanno tradito Prodi nell’anonimato somigliano ormai come gocce d’acqua ai ministri del PDL. Questi dicono “mi consenta”, gli altri “con viva e vibrante” ma, insieme, si sentono casta, si arroccano “nel palazzo”, come luogo della politica contro “la piazza”, che lasciano ai demagoghi.

La colpa di Bersani è di aver voluto rompere l’incantesimo e non esserci riuscito. Poi, da funzionarrio fedele, tra franchi tiratori e pressioni dal Colle, ha rimesso il carro dove voleva il padrone. Nelle mani del governo Letta – Alfano.

Mal di pancia? Io proprio non ne ho. Di un governo (per l’emergenza) c’è bisogno. Nello schema (sbagliato) Pd – PDL, il compromesso trovato da Letta non è il peggiore. E  posso votare la fiducia. Anche se molti elettori mi ricordano, a ragione, come in campagna elettorale tutti dicessimo: mai con Berlusconi. Posso votare, ma a condizione che il Pd non esaurisca la sua politica nel sostegno a questo governo. A condizione che non rinunci a cercare il bandolo del suo suicidio. Al confronto nei gruppi parlamentari e con gli elettori. Magari a tornare a dire “qualcosa di sinistra”. Se no, di un altro Berlusconiano di complemento, proprio non se ne sente il bisogno.

“Il governo frutto dell’insuccesso Pd” dice oggi Fabrizio Barca a Cazzullo, Corriere della sera. Ha ragione. “Richiamerei il partito alla terribile responsabilità assunta da chi ha affossato Prodi”. Inevitabile. Poi apre a Renzi, leader che “con il sorriso, senza retorica, guardando avanti….crede di potercela fare”. Tutto qui. Barca, Renzi, Rodotà, che ieri ha rilasciato una bellissima intervista a Fazio. Si può fare? Se no, ognuno per la sua strada.