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Come e perché la strage ipoteca il nostro futuro

Il fallimento delle elites

Il mondo a Erdogan: fermati! Questo titolo, di Repubblica, riassume in sé i timori, le speranze, l’impotenza delle elites occidentali davanti a quel che sta succedendo Istanbul. Fermati! Bisognava dirlo a Erdogan quando si è fatto protettore dei fratelli musulmani e poi ha stretto alleanza con gli wahhabiti. Fermati! Bisognava gridarlo quando il governo turco ha sostenuto l’Isis pur di liberarsi da Assad. Quando ha rotto la tregua con i curdi prendendo a bombardare le postazioni oltre confine dalle quali combattevano l’Isis poi i loro villaggi all’interno della Turchia. Fermatevi, siete pazzi, il vostro è il secondo esercito della Nato! Lo si sarebbe dovuto dire ai generali turchi, che quanti lacci hanno con l’alleanza atlantica, quando abbatterono un aereo russo. Fermatavi! Bisognava dirlo al governo e al partito del presidente quando in Turchia si è votato per due volte nel 2015 in mezzo alle stragi e agli attentati, usando attentati e stragi per vincere nelle urne con la strategia della tensione. Quando i giornalisti venivano arrestati e imputati di alto tradimento perché avevano portato prove dei rapporti con l’Isis, quando i giornali venivano chiusi e un avvocato difensore dei curdi ucciso per dare l’esempio. Invece la Nato ha scelto Erdogan contro Putin, Invece Angela Merkel ha promesso ai turchi la libera circolazione e, domani, l’ingresso in Europa, a condizione che fermassero in Asia il viaggio verso Berlino dei profughi siriani. Continua la lettura di Il fallimento delle elites

Un colpo di stato ne nasconde un altro

Un colpo di stato ne nasconde un altro. Ieri mattina erano stati arrestati 2800 militari, dei 260 morti la maggioranza sono uomini dell’esercito che nella notte avevano partecipato al tentativo di golpe, almeno uno è stato decapitato dalla folla davanti alle telecamere, cacciati o arrestati 3000 giudici, Erdogan ha puntato l’indice accusatore sul ricco imam Fethullah Gülen e sugli Stati Uniti che lo ospitano, per alcune ore è stata tolta l’elettricità e sono stati impediti i voli in prossimità e intorno alla base americana di Incirlik. Tutto fa pensare che Recep Tayyip Erdogan voglia chiudere i conti con gli apparati dello stato che non l’hanno sostenuto in pieno o ne hanno moderato l’azione. Repubblica e Stampa annunciano la “vendetta” di Erdogan, il Corriere parla di un “braccio di ferro”. Vediamo con chi.

Uno scontro interno al regime. Di questo mi pare che si tratti: Erdogan non ha accusato le opposizione democratiche, le quali, semmai, prendendo le distanze dai militari lo hanno aiutato ad avere il sopravvento. Non ha denunciato un presunto spirito laicista, kemalista, sopravvissuto nelle forze armate e ostile al suo islamismo: al contrario il presidente continua a presentarsi con l’immagine di Ataturk dietro e a sbandierare la bandiera dell’unità e del nazionalismo. I suoi nemici di questo momento sono presto detti. Chi ha accusato il presidente e il suo entourage di corruzione: gli arresti dei giudici, dopo il bavaglio ai giornalisti, stanno a testimoniarlo. Continua la lettura di Un colpo di stato ne nasconde un altro

Chiamata alle armi

Libia, l’Italia offre 900 soldati. Titola così, stamane, il Corriere della Sera. Direi che ci siamo. Aveva cominciato la Pinotti sostenendo (con i giornalisti) che avremmo dovuto mandare 5mila soldati proprio là, nella nostra ex colonia, Poi era arrivato il contrordine di Matteo Renzi: “quando mai, non ci pensiamo nemmeno”. Intanto nessuno ascoltava le flebili richieste del Parlamento di poter discutere la cosa, come prevede la Costituzione. Infine il nostro premier si è seduto allo stesso tavolo con i potenti dell’occidente, il francese Hollande, la tedesca Merkel, l’americano Obama, l’inglese Cameron. E ha subito messo le sue pedine sul piatto: 900 italici soldati che andrebbero a difendere i pozzi (anche dell’Eni) nel deserto e, a Tripoli, le sedi delle Nazioni Unite. Chi potrà dir no? È in ballo il prestigio dell’Italia. Si gioca – anche in Libia – la partita tra il mondo delle libertà e i kamikaze del Bataclan. E poi, guerra? No solo azioni di difesa armata. Infine pare che Obama abbia promesso a Renzi di rafforzare il fronte sud della Nato per affrontare insieme l’emergenza migranti. Bingo! Continua la lettura di Chiamata alle armi

Rubano senza più vergogna

Torna il caffè, dopo due giorni di silenzio. L’altro ieri, impegnato a seguire per Left le primarie nello stato di New York, mi ero semplicemente dimenticato di scriverlo. Ieri mi sono chiesto come mai me ne fossi dimenticato e ho preferito riflettere, piuttosto che scrivere. Torna il caffè, ma con una formula che forse troverete più “soggettiva”. Perché i giornali mi sembrano ormai del tutto coinvolti dalla crisi delle classi dirigenti, le scelte quotidiane – prime pagine, titoli, commenti – mi appaiono meno pensate e a volte casuali: mi pare non abbia più senso inseguire un pensiero che non c’è. Inoltre la mia visione del mondo – weltanschauung, se preferite – non è più così originale e minoritaria come un tempo. Vive in quelli che Paolo Franchi chiama, oggi per il Corriere, tentativi “sporchi” di organizzare una sinistra – da Sanders a Corbyn a Iglesias -, echeggia in certe proposte del capitalismo più innovativo, si fa strada persino in qualche università. Perciò vale meno la spesa che fare i conti, tutti i giorni, con le sciocchezze – luoghi comuni e tabù – di un pensiero dominante, sempre meno dominante. Continua la lettura di Rubano senza più vergogna