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Il pessimismo della ragione

Scintille Raggi Grillo. La Stampa narra di un braccio di ferro, dietro le quinte, tra fondatore e sindaca del Movimento. Dal “tutti con Virginia” detto a Nettuno, al “questa è pazza”, frase che sarebbe stata detta da Grillo in una riunione riservata. I fatti: Virginia ha licenziato, perché indagato per abuso d’ufficio, l’assessore De Dominicis, che le era stato segnalato dalla studio Previti, studio del quale ella stessa aveva aveva fatto parte. Però finora non ha voluto rinunciare alla Muraro, sospettata di aver favorito il re delle discariche private Cerroni. Né a Raffaele Marra, ex collaboratore di Alemanno, che ha solo spostato da vice capo del suo gabinetto a capo del personale in Campidoglio. A Salvatore Romeo pare abbia ridotto lo stipendio (che in precedenza aveva triplicato) ma se lo è tenuto in segreteria. Si tratta dei membri del “raggialemanno magico”, come lo chiama Flores d’Arcais. Di quel gruppo di potere che ha portato alla rottura con l’ex assessore (bocconiano) al bilancio e al patrimonio, Minenna, con l’ex capo di gabinetto (magistrato della corte d’Appello di Milano) Raineri e con i dirigenti (che costoro avevano scelto) per Ama e Atac. Sia Stampa che Fatto raccontano, tuttavia, che il direttorio dei 5 Stelle e lo stesso Grillo avrebbero chiesto alla Raggi di riprendersi Minenna, per ridare smalto e operatività alla giunta. Raggi non potrebbe farlo in quanto, nella sorda lotta tra cordate che si è dipanata lungo i mesi estivi, si sarebbe esposta personalmente a fianco dei nemici di Minenna e della Raineri. “È ricattata”, traducono, senza troppi riguardi, i suoi avversari nel movimento. Come finirà? La Caritas spera che il sindaco possa mettersi al lavoro, per provare a rispondere alle attese di chi l’ha votata. Insomma che si eviti alla città di Roma un altro ribaltone come quello che costò la poltrona al sindaco Marino. Tuttavia – ha ragione Freccero – il combinato fra dipendenti pubblici e affaristi privati che ha dominato Roma sia con la destra che con la sinistra puzza quanto una cloaca. E sta, purtroppo, risucchiando la sindaca e il suo movimento.. Continua la lettura di Il pessimismo della ragione

Il potere non puzza

“I soldi a Panama mi servono a pagare le mazzette per saltare la coda alla A.S.L”. Altan prova a tenere insieme due mondi. Il primo, che ha potere, molti soldi e banalizza il crimine; il secondo che con il crimine al dettaglio convive per necessità. Fotografia migliore del capitalismo d’oggi non potrebbe darsi. Da una parte, il premier britannico Cameron ammette di aver avuto denari nei conti del padre a Panama, sappiamo che l’imprenditrice e ministra Guidi si sentiva trattata come “una sguattera del Guatemala” dal padre di suo figlio che voleva presentati gli amministratori delegati di Shell e Total, veniamo informati dalla televisione di stato che Totò Riina, u curtu, assassino all’ingrosso di guidici, politici e giornalisti, è anche lui un padre affettuoso. Dall’altra parte, Mario Draghi conferma che i nostri figli sono colti e vivaci ma continueranno a vivere di lavori precari o in nero, che rischiamo di “saltare una generazione”, mentre Cantone ci aveva avvertiti che curarsi non è più un diritto, ma un favore da chiedere e per il quale pagare il pizzo. Continua la lettura di Il potere non puzza

Nonno Sanders e i suoi nipoti

Bernie Sanders l’idolo dei giovani, é il titolo scelto da Le Monde. Al buio, perché quando è stato fatto non si potevano conoscere i risultati del voto in New Hampshire, che sono arrivati solo nella tarda notte europea. Il senatore del Vermont ha compiuto 75 anni, si dice “socialista”, che in America fino a ieri voleva dire anti americano, non è presidenziabile a detta di tanti osservatori – persino del radical Paul Krugman -, eppure questa notte ha lasciato al palo Hilary Clinton, con un distacco che si aggira sui 20 punti percentuali. Certo, il New Hampshire è attaccato al suo Vermont, in North Carolina, dove si voterà il primo marzo, per lui sarà più dura: Eppure! Commentando il suo primo successo, Bernie poco fa ha ricordato di aver raccolto 3milioni e mezzo di donazioni individuali con un contributo medio di 27 dollari a testa. Hilary, alla domanda sui 657mila dollari ricevuti per una conferenza da Goldman Sachs ha invece risposto: “Non saprei, è una cifra che hanno offerto loro. Che io sappia tutti gli altri segretari di stato lo hanno fatto”. Continua la lettura di Nonno Sanders e i suoi nipoti

La Rai come metafora

Che figuraccia sulla Rai. Davvero serve tutta la buona volontà e l’ottimismo di Sebastano Messina per sperare che Renzi si possa riscattare in parte scegliendo oggi un Direttore e un Presidente all’onore del mondo. Intanto il Fatto può titolare “La Rai dei portaborese”. Il manifesto “SpartiRai”. E Feltri se la ride con un’intervista a Dagospia: chi parte rottamatore finisce lottizzatore. Il Pd, partito autonomo da Renzi -si capisce- ha nominato Guelfo Guelfi, spyn doctor di Renzi, Rita Boroni, assistente parlamentare dell’ultra renziano Andrea Marcucci, e un giornalista aduso a ogni genere di mediazione, Franco Siddi, messo lì per sbarrare la strada a un candidato natirale come Giulietti.

De Bortoli, chi? Candidature esemplari, ma il peggio è arrivato quando, vista la mala parata e -credo- per salvare l’onore del partito, Massimo Mucchetti e Federico Fornare hanno tirato dal cappello un nome che poteva parlare a tutti, Ferruccio De Bortoli. I pretoriani di Renzi l’hanno presa male perché l’ex direttore del Corriere aveva osato definire Matteo Renzi “un maleducato di talento”. Motivo sufficiente per depennarlo. Di più: Orfini ha oggi la faccia tosta di sfottere sulla Stampa i dissidenti che “hanno scoperto il fascino discreto della borghesia”. Poi aggiunge che De Bortoli è “corresponsabile della crisi”. Lo dice l’uomo di D’Alema approdato alla corte di Renzi.

Beppe Grillo è stato bravissimo. Ha mandato nel CdA Carlo Freccero. Una vita per la televisione, curriculum indiscutibile, cavallo pazzo che non prende ordini, il contrario di unlotto. Gli auguro di poter contare in Consiglio quanto contò Sandro Curzi, proposto a suo tempo da Rifondazione ma che, in un mondo non proprio di giganti, diventò il consigliere più influente. Con presidente e direttore generale in fila davanti alla sua stanza. Intanto Freccero spiega ai giornaloni la sua idea di Rai: “come la scuola pubblica. Che educhi allo spirito critico, come ai tempi del liceo. Non un ghetto di consumo televisivo, ma un luogo di libertà”. Non si potrebbe dir meglio. Oggi sono grillino.

Viale Mazzini del tramonto, scrive il Foglio, “Il CdA Rai fa un pò ridere”. “Rai vecchio stile”, la Stampa, e il fondo riesuma “il manuale Cencelli” (funzionario della Dc, Massimiliano Cencelli invento la spartizione perfetta e ne prescrisse le regole).. “Il passato non muore”, Sole24Ore. “Certo non è la BBC”, Di Vico sul Corriere. Giannelli disegna Renzi che che schiocca la frusta per domare il cavallo di viale Mazzini. Belpietro va al sodo: “l’ex rottamatore okkupa la Rai per non farsi rottamare”. Purtroppo ha ragione. Privo di una strategia europea, logorato dalla guerra che ha mosso contro tutte le sinistre, probabilmente ormai convinto che la ripresa non porterà occupazione per i giovani nè ottimismo nella classe media, Matteo Renzi perde colpi, si incolla alla sedia, si attacca all’Eni e alle banche, alla Rai e al duopolio Sky Mediaset, che vuole tenere a battesimo. La prossima primavera porterà il centro sinistra alla sconfitta elettorale, almeno a Roma e in Sicilia, per poi provare a risuscitare. “Volete regalare il paese a Grillo?” E giocarsi il tutto per tutto con il premio e l’Italicum.

E la Rai? Un uomo del potere che sa essere acuto, Paolo Mieli, parlando di me una volta ebbe a dire: “lo vogliono cacciare tutti, ma poi alla fine lui resta, la Rai resta, e cadono quelli che vogliono dare ordini”. Spero che la Rai di Freccero sappia avere un nuovo soffio. E ho visto tanti lottizzatori arroganti finire inghiottiti dal retro bottega di uno spettacolo senza spettatori in sala.