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Il pessimismo della ragione

Scintille Raggi Grillo. La Stampa narra di un braccio di ferro, dietro le quinte, tra fondatore e sindaca del Movimento. Dal “tutti con Virginia” detto a Nettuno, al “questa è pazza”, frase che sarebbe stata detta da Grillo in una riunione riservata. I fatti: Virginia ha licenziato, perché indagato per abuso d’ufficio, l’assessore De Dominicis, che le era stato segnalato dalla studio Previti, studio del quale ella stessa aveva aveva fatto parte. Però finora non ha voluto rinunciare alla Muraro, sospettata di aver favorito il re delle discariche private Cerroni. Né a Raffaele Marra, ex collaboratore di Alemanno, che ha solo spostato da vice capo del suo gabinetto a capo del personale in Campidoglio. A Salvatore Romeo pare abbia ridotto lo stipendio (che in precedenza aveva triplicato) ma se lo è tenuto in segreteria. Si tratta dei membri del “raggialemanno magico”, come lo chiama Flores d’Arcais. Di quel gruppo di potere che ha portato alla rottura con l’ex assessore (bocconiano) al bilancio e al patrimonio, Minenna, con l’ex capo di gabinetto (magistrato della corte d’Appello di Milano) Raineri e con i dirigenti (che costoro avevano scelto) per Ama e Atac. Sia Stampa che Fatto raccontano, tuttavia, che il direttorio dei 5 Stelle e lo stesso Grillo avrebbero chiesto alla Raggi di riprendersi Minenna, per ridare smalto e operatività alla giunta. Raggi non potrebbe farlo in quanto, nella sorda lotta tra cordate che si è dipanata lungo i mesi estivi, si sarebbe esposta personalmente a fianco dei nemici di Minenna e della Raineri. “È ricattata”, traducono, senza troppi riguardi, i suoi avversari nel movimento. Come finirà? La Caritas spera che il sindaco possa mettersi al lavoro, per provare a rispondere alle attese di chi l’ha votata. Insomma che si eviti alla città di Roma un altro ribaltone come quello che costò la poltrona al sindaco Marino. Tuttavia – ha ragione Freccero – il combinato fra dipendenti pubblici e affaristi privati che ha dominato Roma sia con la destra che con la sinistra puzza quanto una cloaca. E sta, purtroppo, risucchiando la sindaca e il suo movimento.. Continua la lettura di Il pessimismo della ragione

L’onore di Obama

La potenza di un gesto. Con questo titolo Roberto Toscano che, giovane diplomatico, seppe opporsi al golpe in Cile ed è stato ambasciatore in Iran e in India, scrive su Repubblica di Obama a Hiroshima. Scrive del “tono sofferto e solenne”, con cui Barack ha parlato di quella strage, del body language che rivela un dono di scioltezza e autenticità che nei politici è estremamente raro”. Tuttavia Obama non si è scusato, osserva Financial Times. Ha detto che la guerra non spiega Hiroshima. Ha detto che “se non si accompagna ad un pari progresso delle istituzioni umane, il progresso tecnologico può segnare la nostra condanna. La rivoluzione scientifica che ci ha portati a scindere l’atomo ci impone di compiere anche una rivoluzione morale”. Ma non si è scusato. Ha abbracciato commosso un uomo che “vide l’inferno quel giorno” e ha comunicato al mondo la sua commozione, ma non si è scusato. Ricordo come Papa Wojtyla talvolta si scusasse, ma è Francesco che sta provando a cambiare. Continua la lettura di L’onore di Obama

Il profeta che non c’è

Piovono miliardi. 2,2 sbloccati per la banda larga, dice il Sole, ma il piano per “internet veloce è di 8 miliardi” aggiunge il Corriere e Repubblica ne annuncia 100 per il sud “senza vincoli Ue”. Speriamo che non siano come i posti fissi vantati ogni mese dal ministro Poletti, con l’istat, imbarazzato, costretto a smentire. Il senso politco della direzione Pd convocata oggi da Renzi è chiarissimo. Io sono io, comando in Italia -non importa se talvolta con l’appoggio di Verdini e di Berlusconi- e ho amici in Europa. Con me piovono soldi -oddio, quelli che la Merkel ci concederà di spendere- suvvia, dismettete i musi lunghi se no, senza di me dove andate? La solita storia: il giocatore in difficolta fissa la mascella nella maschera del grullo, poi ride guarda la bella che segue il suo gioco, fa l’occhio assassino e poi bluffa.

Battaglia sul nuovo Senato. Con questo titolo il Corriere fornisce la chiave delle promesse agostane del premier. Ma anche delle minacce grottesche di tal Rosato -no riforme, sì elezioni- quando lui come Renzi sanno bene di non potere andare al voto prima che entri in funzione l’italicum, cosa che avverrà solo dopo la riduzione dee senato a un ente inutile con 100 nominati. E spiega, quel titolo del Corriere, anche anche le invasioni di compo di chi “straripa dai confini”, come il presidente emerito che, secondo il Fatto, avrebbe irritato persino Mattarella. La minoranza Pd ha presentato gli emendamenti: solo 100 senatori ma eletti, allargare la platea di chi è chiamato a eleggere il Presidente della Repubblica, migliore definizione delle competenze del Senato, per evitare il ridicolo, e un mare di ricorsi alla corte.

Chiedono troppo? Troppo poco. Quelle proposte, che io sosterrò, cercano infatti di riannodare il dialogo con Renzi e proprio per questo saranno usate da Renzi (vengono già usate) per deformare la posizione della minoranza, per accusarla di non avere idee -cioè di non avere il coraggio di sfidarlo davvero- di complottare per paralizzare, di difendere la casta, di essere casta, di giocare contro la nazionale, contro l’Italia e contro Renzi che per Renzi è la stessa cosa. Ho già scritto ieri che, se fosse per me, lo manderei a quel paese: sciogliamo il senato, difendiamo l’indipendenza del Presidente e della Corte. Ci stai? No? Votiamo con il Consultellum. Oggi, meglio di me, fa Miche Ainis.

Verticalizzazione, unificazione, personalizzazione sono le parole d’ordine che riassumono “l’epopea riformatrice”. “Nelle scuole comanderà un superdirigente, alla Rai un super manager, (mentre) nelle imprese il jobs act rafforza il peso dei manager”. Si distruggono i poteri intermedi, fuori “i sindacati dalla stanza dei bottoni”. Restano però i governatori, “De Luca, Crocetta, Emiliano, Zaia”, perchè la loro leadership “è la riproduzione su scala locale del filo diretto tra il leader nazionale e gli elettori”. Via “le assemblee parlamentari che in questa legislatura si sono spappolate come maionese”.  “Con l’abolizione sostanziale del senato e con il premio dell’Italicum: al partito, dunque al partito personale, dunque personalmente al Capo. E da lui giù verso i tanti capetti che stanno per mettere radici nel paesaggio delle nostre istituzioni, la concentrazione del potere sarà probabilmente la regola futura”. Non si potrebbe dire meglio e Ainis chiude con Marx: “Il profeta, che tanti invocano, non c’è”. Proprio così.  Renzi è ormai senza fiato e la sua parabile rischia di compiersi. in pochi mesi Stefano Folli definisce “Nazareno della decadenza” quello che ha riunito, per le nomine Rai, il premier e il cavaliere. Uno scambio di favori, l’ammissione di una comunanza di interessi, di una comune passione per il potere.  Senza un’idea di futuro.
Obama a Hiroshima contro l’atomica. Magari. Sarebbe l’epilogo glorioso di una magnifica presidenza e una buona notizia per l’umanità.