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Dedicato a Fidel

Con la bava alla bocca. Fa specie vedere Trump e, qui da noi, Libero e il Giornale far festa per la morte di un uomo di 90 anni che ha tenuto testa per 57 all’unica super potenza rimasta nel pianeta, che ha respinto un’invasione promossa e finanziata dalla Cia, ha sopportato con il suo popolo l’odioso embargo americano, si è preso la soddisfazione di vedere “un Presidente nero” e un “Papa latino americano” venire a Cuba da ospiti, non a dettar legge. O gonzi! Quel barbuto comandante, con le braccia lunghe lunghe e le gambe ancora di più, ha vinto. Una vittoria amara, certo. Perché Guevara non è riuscito a rompere l’accerchiamento. Perché la solidarietà internazionalista (dell’Urss, per non parlare della Cina) s’è rivelata una truffa: prendeva più di quel che offriva. Perché nessun paese dell’America ispanica, neanche il Venezuela di Chavez, meno di tutti il Venezuela di Chavez, gli ha saputo offrire una sponda credibile. Un dittatore, Fidel? Sì, abbandonato da tutti, Castro lo è stato. Ma un dittatore amato e rispettato dalla maggioranza del suo popolo. Perché in cambio delle sofferenze, della penuria, degli errori burocratici e di scelte obiettivamente autoritarie, Fidel ha saputo offrire ai cubani un bene impagabile: la dignità! Il rispetto di sé, nei confronti di un Grande Fratello che aveva trattato Cuba (e la tratterebbe ancora) come una sala da gioco e un bordello a cielo aperto “nel giardino di casa” dell’imperialismo yankee. Continua la lettura di Dedicato a Fidel

Chi ci consegna a Grillo e alla Lega

Eppure c’é tutto un mondo fuori di noi. “L’offensiva di Obama sul clima”, scrive la Stampa. “Un piano di grande portata”, El Pais. “Molto audace” Financial Times. Ridurre del 32% le emissioni di CO2 in 15 anni, chiudere quasi tutte le centrali a carbone degli States. E se è vero che si può fare grazie alle grandi quantità di gas estratto, l’obiettivo è di investire nell’energia politica, eolico e solare. “Non lasciamo ai nostri figli un pianeta incurabile”,dice Obama. Pace con Cuba e Iran, Corte Suprema che autorizza i matrimoni gay, viaggio in Africa che è la più grande risorsa del domani, riconversione ecologica. Gli Stati Uniti di Barak Obama reagiscono al declino scommettendo sul futuro.

Scontro nel Pd. Renzi: dico no al VietNam, titola invece Repubblica. C’è qualcosa di grottesco nella reazione del premier e della sua corte dei miracoli alle difficoltà parlamentari. Dal Giappone il capo fa la ramanzina ai sindaci, mentre Serracchiani e Boschi minacciano i dissidenti. “Chi non vuole le riforme ci consegna a Grillo e alla Lega”. Ma come? Loro rompono con Cgil e Fiom, storico serbatotio elettorale della siniustra. Poi si fanno odiare dall’intero corpo insegnante. Impongono una riforma della Rai che peggiora la Gasparri. Aprono la crisi a Roma e in Sicilia ma poi si spaventano e rinviano. Salvano “la casta” a seconda delle convenienze (Azzolini sì, Genovese no). E poi accusano qualcun altro di consegnare il paese a Grillo e Salvini? La verità -scrive Ilvo Diamanti- è che il premier “un giorno dopo l’altro, una parola dopo l’altra, disegna una democrazia personale e immediata. Centrata sulla sua persona. Refrattaria alle “mediazioni”.

Una post democrazia fondata sul premier, senza contrappesi nè controlli per i 5 anni che dividono un’elezione dalla successiva. Con le istituzioni di garanzia, Presidente della Repubblica e Corte Costituzionale, diminuite perchè il combinato Italicun-Riforma del Senato rischia di consegnarne il potere di nomina nelle mani a chi abbia arraffato il premio di maggioranza. Ho detto a Tommaso Ciriaco, Repubblica, che i renziani dovrebbero ringraziare i 25 senatori dissidenti + 4 che si preparano alla battaglia contro il testo attuale per la riforma della Costituzione. È lì il grumo di follia, l’azzardo renziano: nel voler imporre per 5 anni il potere di uno solo, che alla fine non sarà Renzi perchè il rottamatore è già sfiatata, comincia a dubitare di sè, inanella errori su erroori. Invece Palazzo Chigi lancia la campagna d’agosto: sputtana, manganella, ricatta. E usa il Pd -lo dice D’Attorre al Fatto- come “uffico stampa del capo”

Due conigli dal cappello. Intanto i gazzettieri del capo fabbo salire l’attesa: chi mai saranno il prossimo amministratore delegato e il presidente della Rai. Regole vecchie, certo, ma nomi nuovi, che ci stupiranno. È solo la musica che aiuta il prestigiatore a nascondere il trucco. Cone nota Mentana in un’intervista a Repubblica, la questione centrale resta inevasa: “qual è la mission della Rai? Quanti canali deve avere? Come vanno divisi servizio pubblico e area di mercato? La vituperata prima Repubblica, nel ’75, non è che decise di mettere Emilio Rossi al Tg1 e Andrea Barbato al Tg2 prima di decidere cosa voleva fare della tv pubblica». Ma il renzismo è l’ideologia del potere che giustifica il potere (del premier) Non pensa, ordina. Non discute, ha fretta. In Rai lo sanno e aspettano i nomi per prendergli le misure. La lottizzazione proseguirà, Come prima più di prima: un posto a NCD, l’accordo sul presidente con mister B, forse uno strapuntino ai 5 stelle. Chi non ne può più, come il Corriere della Sera, si occupa del Cocoricò, dei giovani che ballano e si fanno, perchè non hanno meglio da fare.