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La riforma dei voucher

Due italiani rapiti in Libia, Corriere. Può essere stato un “incidente”, un gruppo di banditi del deserto che aveva bisogno di soldi. In tal caso dovremo tirarli via al più presto, Bruno Cacace e Danilo Calonego. Prima che i rapitori li vendano a altri malintenzionati. Può essere invece un ricatto: si sa che le tribù della zona, molto a sud della Libia e al confine con l’Algeria, si dicono alleate del governo di Tripoli, quello “appoggiato” dalla “comunità internazionale”. E allora? Può darsi che per Tripoli il rapimento sia un modo per chiedere all’Italia più impegno nella guerra, non tanto contro l’Isis ma piuttosto contro il generale Haftar, che ha recentemente occupato i terminali del petrolio. Proprio oggi a pagina 4 su Repubblica trovo un’intervista di Paolo Gentiloni: “In Libia trattare anche con Haftar”. Una svolta che potrebbe non essere piaciuta al governo “legittimo”. Infine, non è da escludere che il rapimento sia opera di Al-Qaeda per il Maghreb; l’ipotesi peggiore per i nostri connazionali. “Il pericolo in un paese senza legge”, è il titolo del “pezzo” per la Stampa di Domenico Quirico: “I sedicenti governi di Tripoli di Bengasi di Misurata con cui fingiamo di avere fitti e normali rapporti diplomatici come con la Svizzera o la Bolivia altro non sono che formazioni banditesche di dimensioni maggiori di quelle tribali e con appetiti più smisurati”. Continua la lettura di La riforma dei voucher

Prova di carattere

Non siete, non vi lasceremo soli. È l’impegno preso dallo stato davanti alle vittime del terremoto, alle loro famiglie, agli amici, a chi non ha lasciato quella faglia appenninica che dell’Italia rappresenta la colonna vertebrale. Impegno solenne, suggellato dal silenzio di Mattarella. Il Corriere pubblica la foto di una donna in lacrime, a mani giunte, e del presidente che la trattiene per le spalle: “Signora, ha tutto il diritto di essere arrabbiata”, pare le abbia detto. Il vescovo racconta di avere chiesto al suo dio: “Signore, e ora che si fa?”. Agnese Renzi piangeva, semplicemente, seduta in prima fila. Immagini che – scrive Maurizio Molinari – dimostrano “compostezza, vigore e forza di carattere”. “In questa estate di disastri, terrorismo e migrazioni l’Italia è stata messa alla prova, dimostrando di avere abitanti con una tempra non comune”. Sul suo giornale Enzo Bianchi ci invita, tuttavia, a “vigilare affinché l’angoscia del restare «senza parole» non sia anestetizzata dal ripetere parole senza senso”. “La nostra vita – prosegue – è stata affidata da dio alle nostre mani, mani fragili, mani capaci anche di commettere il male, mani più sovente responsabili di omissioni nei confronti del bene”. Dio si sottrae, sostiene Bianchi, ma per lasciare all’uomo la libertà di scegliere. Continua la lettura di Prova di carattere

Dio denaro e terrorismo

Hillary accusa Mosca: mi spia. Così il Corriere della Sera. Sarà vero, non lo sarà? Non è qui il punto. La verità è che la campagna dei democratici ha due colori. Da una parte il partito si è spostato “a sinistra”, ora chiede il salario minimo a 15 dollari l’ora, il college alla portata di ogni ragazzo americano, la copertura sanitaria per tutti. Dall’altra la Convention traboccava di valori “patriottici”, dei colori della bandiera, di slogan sull’America che riecheggiano quelli da sempre al centro delle convention repubblicane. Ed ecco la logica di tale dualismo: Trump è inaffidabile, è anti americano, votate Hillary, con il programma di Sanders e la retorica dei Bush. Il richiamo alla guerra fredda – che oggi non si gioca più sulle note della paura di extra terresti comunisti che clonano gli americani (“L’invasione degli ultracorpi”, film di Don Siegel del 1956) ma, naturalmente, su quella di hacker di Putin che violano segreti a stelle e strisce – serve a questo, a etichettare Trump come anti americano e a vendere il prodotto Clinton: dietro la sua freddezza, i nostri valori, da difendere a ogni costo. Continua la lettura di Dio denaro e terrorismo

Fatti, non parole

Monte dei Paschi bocciato, Monte salvato. Com’è la storia? Difficile capirlo dai titoli. È “la banca meno solida in Europa”, dice la Stampa. “Male solo MPS”, Corriere. “Mps bocciata ma ok al piano per risanarla”, Repubblica. In sostanza lo stress test europeo ha detto che il Monte è a rischio fallimento, dunque non affidabile. Ma la banca di Siena ha risposto cedendo quasi 10 miliardi di crediti “in sofferenza”, dunque non esigibili, a meno di un terzo del valore. Per evitare guai maggiori, ha cancellato con un tratto di penna oltre sei miliardi dei suoi “attivi”. E si è impegnata a trovare altri 5 miliardi di capitali, mettendosi in mano a investitori privati, prevalentemente stranieri, e tagliando così il valore delle quote degli azionisti. Insomma il Monte ha accettato una medicina amara, una durissima dieta dimagrante, per non morire subito di diabete. Morirà lo stesso? Possibile, ma non subito. Direi che ha vinto l’Europa; e ha vinto Padoan che con l’Europa ha mediato. Per il momento. Però purtroppo la montagna di crediti “in sofferenza” è molto più vasta in Italia dei 10 miliardi di cui qui si parla. Lo è perché l’Italia ha conosciuto due crisi successive, non compensate (né prima, né dopo) da una crescita sostenuta, ha così “bruciato” 10 punti del PIL, scontato un gran numero di fallimenti, e lasciato sul campo decine di miliardi di debiti che nessuno può più restituire. Dunque, se si considerano non modificabili le attuali politiche economiche europee, la domanda è quando arriverà la ripresa? Continua la lettura di Fatti, non parole

Fallito il colpo di stato in Turchia

Il colpo di stato è fallito. Nella notte una folla ha circondato i militari “buoni” ad Ankara e Istanbul. In difesa di un presidente eletto, ancorché dispotico e lunatico. Una folla che ha affrontato le armi a mani nude, che è salita sui tank, che ha detto “no, grazie”, il popolo è sovrano e l’esercito non può proteggerlo contro la sua volontà. E ha vinto quella folla. Eppure alle 10 di ieri sera, quando aerei da caccia ed elicotteri hanno preso a sorvolare Ankara, e i ponti sul Bosforo sono stati bloccati dall’esercito spezzando in due Istanbul, quando l’aeroporto Ataturk è stato occupato e la televisione di stato è stata spenta, pochi avrebbero scommesso su di un tale esito. I social media non funzionavano perché i militari golpisti avevano adottato le medesime tecniche di controllo sperimentare da Erdogan. I Media internazionali raccontavano di un presidente in fuga verso la Germania e di Berlino che gli avrebbe negato il permesso di atterrare, i titoli dei nostri giornali davano già per concluso il tempo di Erdogan, ma Erdogan stava parlando alla televisione, alla CNN turca, si stava facendo vedere, usando il sistema Apple di video chiamata, stava chiamando il suo popolo a resistere. Gli Imam nelle moschee – era notte tarda, ma pur sempre venerdì di preghiera – invitavano i fedeli musulmani a sollevarsi in difesa del sultano. Così fra mezzanotte e le due lo scenario è cambiato. Il rapporto di forze si è rovesciato. La televisione è stata “liberata”. Continua la lettura di Fallito il colpo di stato in Turchia

Guerra regionale, guerra mondiale

Una miccia accesa nella polveriera. Preferisco il titolo del commento sul Corriere, perché i titoli di testa, vuoi perchè scontano che i lettori siano poco informati, vuoi perchè temono di dire, mi paiono fuorvianti: Repubblica. “L’Ira sciita per l’ìmam giustiziato”; Corriere, “La rivolta degli sciiti contro l’Arabia”. Il manifesto, “Il giorno del boia”. Sì, è stato il giorno del boia, La monarchia saudita, che annega nei petrodollari, ha messo in scena lo spettacolo più barbaro: l’esecuzione in massa di 47 oppositori. Ma uno dei 47 era l’imam sciita Nimr Al Nimr, leder della primavera araba. Il suo assassinio è più che una barbarie. Continua la lettura di Guerra regionale, guerra mondiale

Un caffè per Mattarella

Un democristiano fuori tempo e fuori luogo. Sì, caro Mattarella, é questo che Ella rischia di diventare. Dico democristiano nell’accezione che si dava al termine dopo 30-40 anni di ininterrotto e usurante esercizio del potere: qualcuno uso a edulcora la realtà, a mediare anche quando non si potrebbe, a porsi al centro comunque, perchè è così comodo mettersi al centro della scena e dei consensi. Lei ha voluto citare il Papa, scorgendo nelle cronache del mondo “germi della terza guerra mondiale”, ma per poi banalizzarne la causa, “il terrorismo alimentato anche da fanatiche disorsioni della fede”. Così attribuendo a uno degli effetti lo status di causa.

Bergoglio parla di Stati, di mercanti di armi, o di produzione di armi che esalta i mercati. Da penitente, prega perchè le religioni monoteiste non alimentino odio e terrorismo. Quasi il contrario di quel che Lei ha detto. Il Papa ricorda come il genocidio degli Armeni, che si portò dietro la persecuzione dei cristiani, nacque un secolo fa dalla guerra turco russa. Francesco vede come la guerra tra sunniti e sciiti usa  il terrorismo, ma sa che la alimentano le monarchie del petrolio e la incoraggia il divide et impera di Israele. Erdogan spara sul Pkk e ne sollecita la reazione terrorista per vincere le prossime elezioni anticipate. E molti tagliagole islamici, caro Presidente, furono reclutati in carcere da Imam wahabiti pagati dai sauditi. Altri fecero le loro prove al soldo dell’Occidente in Iraq, nell’ex Iugoslavia e nell’ex URSS.

Si guardi, Mattarella, dalla banalizzazione che strappa l’applauso. Troppo facile. Tutti concordano – pure Giuliano Ferrara- se dal Quirinale si addita il nemico terrorista Quasi tutti sognano una guerra in Africa (contro il terrorismo, of course) che ci sbarazzi dell’immigrazione (“800mila richieste di Asilo in Germania”, Financial times). E quasi nessuno ama fare i conti con la crisi dell’Occidente, quella crisi per cui il Papa chiede oggi che “la vita della famiglia non sia mai ostaggio del profitto”. Vede, Presidente, se Lei si mette a fare il democristiano (scusi se mi ripeto) fuori tempo e fuori luogo, sprecherà il  settennato e deluderà chi in Lei aveva riposto speranze. Non potrà moderare il premier che vuole imporre una riforma costituzionale da Lei definita impropria già nel 1983. Non potrà costituzionalizzare il dissenso a 5 Stelle, nè contenere la deriva razzista, alimentata anche da bugie e omissioni del governo sui migranti. Vale la candela?

Decapitato il custode di Palmira, la Stampa. Khaled Asaad è stato torturato per un mese ma non ha detto agli aguzzini dello Stato Islamico dove si trovassero i tesori di Palmira da barattare con armi. Non vittima del terrorismo ma eroe della resistenza contro uno stato nazista.

Berlino chiude il caso Grecia, Corriere, ma “Merkel soffre la peggior ribellione nelle sue fila”, El Pais. In 83 della maggioranza hanno votato contro gli aiuti ad Atene. Nonostante l’europeista, ancorchè falco, Schäuble abbia fatto scudo alla Cancelliera col suo prestigio e col corpo.

Dopo la catastrofe di Tiajin, la collera dei cinesi, Le Monde. La Cina è un vulcano, da anni. La lotta di classe si esprime con documenti che contestano qualità della vita e del lavoro, città dormitorio, fabbriche che uccidono, e il ghigno cinico e spietato dei ricchissimi corrotti. E con rivolte. Il partito reprime, edulcora, mette a morte qualche pescecane, chiede uno sforzo comune per cambiare adagio e senza strappi.

Scioperi e contratti, piano del governo per i sindacati. C’è del metodo nella follia del Renzi. Con la riforma costituzionale al palo e il jobs act che funziona solo secondo l’Inps, il premier si vorrebbe inventare -assicura Repubblica- un’altra legge per regolare questa volta il diritto di sciopero e l’attività sindacale. Il neo renziano Martina offre al progetto un’anima di sinistra e denuncia la piaga del caporalato mafioso Caporali e sindacalisti in un solo fascio. Marchionne Renzi e Poletti nell’altro. Narrazione, storytelling, segnali di fumo?