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Grillo, Salvini, Renzi: voto subito e capilista bloccati!

Una Boldrini per Renzi?

Più posti, ma meno stabili, scrive Repubblica. Sono dati, finalmente, condivisi da Istat, Inps, Inail e Ministero del lavoro, dunque più affidabili. Confermano due cose che si capivano: che la locomotiva della ripresa ricomincia faticosamente a muoversi, che le politiche del lavoro attuate dall’Italia (jobs act, dono fiscale in cambio di assunzioni stabili, libertà di usare i voucher) sono state un trompe-l’œil, solo una bugia ingannatrice. La ripresa è come la vediamo, non dà alcuna certezza all’industria che campa alla giornata e per questo trasforma i lavoratori in numeri intercambiabili, che si lasciano dopo averli indossati per un giorno, come si fa coi vestiti in certi grandi magazzini. L’anno che verrà, quando gli incentivi-metadone scompariranno, le cose andranno peggio. Due dati lo anticipano. Il primo dice che la disoccupazione tra i giovani con meno di 35 anni è aumentata del 2,9% nel trimestre e del 6,6% nell’anno. Un milione e mezzo di loro cerca lavoro e non lo trova. Il secondo dato mostra cosa tocchi ai fortunati che trovano impiego: 121 milioni di voucher venduti nel 2016. Continua la lettura di Una Boldrini per Renzi?

Spine per Raggi, delusione per Renzi

Pil, secondo trimestre fermo a zero. È il titolo del Sole24Ore. “Il Pil delude. Per l’Italia crescita zero”, fa eco Repubblica. Insomma, dall’Istat è arrivata la gelata sui dati del secondo trimestre. Che ne facciamo, ora, delle slide ottimiste di Palazzo Chigi. A spulciare i dati, qualcosa di meno peggio, da cui trarre conforto, si trova sempre. In questo caso l’Istat ha rivisto al rialzo la crescita del periodo gennaio-luglio, portandola dallo 0,7 allo 0,8%. Uno 0,1% per cento in più, appena “un millesimo del prodotto interno lordo”, osserva Francesco Manacorda su Repubblica, che poi prosegue, impietoso: “Poco più della metà di quanto gli italiani hanno speso lo scorso anno in gelati”. È possibile che i dati del terzo trimestre siano migliori, perché entrerà nel conto il fatturato del turismo estivo e perché è possibile che a settembre gli italiani spendano un po’ di più, come avevano cominciato a fare all’inizio di quest’anno. Ma – sempre Manacorda – “Sfortunato il paese che dibatte sulla crescita dello zero virgola qualcosa”. Così il Corriere titola: “Flessibilità, pochi margini” e giù un’intervista di Federico Fubini al vice presidente della commissione europea Dombrovskis. La Stampa fa dire a Renzi che “Le banche devono dimagrire”: meno sportelli, meno impiegati. Il Fatto si diverte e sussume i dati Istat alla trovata demenziale della Lorenzin: “Fertility day: sempre crescita zero”. Dario Di Vico si consola con un altro annuncio fatto ieri da Renzi: “abbasserà il tax rate a cominciare dall’ires”. Per l’editorialista del Corriere è l’inizio di un pentimento operoso: non più bonus e sgravi indiscriminati, ma usare il poco che c’è per ridurre il costo del lavoro. Resta il mistero su dove il governo possa trovare i fondi. E Susanna Camusso, intervistata da Repubblica, finge di correre in soccorso del governo, proponendogli di imporre “Una patrimoniale, per finanziare il taglio delle tasse sui salari nazionali”.

Dove cacchio è finito il manuale per governare Roma? Se lo chiede Virginia Raggi, secondo Altan. È proprio questo il punto. Se la narrazione salvifica e ottimista del Renzi si è squagliata in due anni e mezzo di governo nazionale, quella dei 5 Stelle (le famose “regole del movimento”, “l’uno vale uno”, il “tutti portavoce”, la “democrazia della rete che sostituisce quella parlamentare o dei partiti”) tanta bella panoplia di certezze gridate sembra essersi sfarinata dopo solo 70 giorni dalla vittoria al comune di Roma. E la cura per i 5 Stelle è una sola: smetterla di proclamare una loro (presunta) diversità antropologica e mettersi a discutere di politica. Non c’è infatti diversità che tenga senza un’analisi realista dello stato del paese (in questo caso della città di Roma), senza un dibattito franco e pubblico sulle scelte da farsi, senza legare ogni nomina a un’idea precisa, senza il coraggio di considerare chi non è d’accordo per quel che dice e non per il danno che il suo dissenso potrebbe arrecare alla ditta pentastellata. Ha ragione Pizzarotti: “Il dissenso represso porta a liti di corrente”. Ora l’assessore dimissionario Minenna denuncia: “Con Virginia gente sbagliata”. E Virginia replica: “Cacciata una cordata di poteri forti”. Ora Di Maio avverte: “se falliamo a Roma finisce tutto”. Ora il Fatto scrive “traballa anche Paola Muraro”. Perché se non era accettabile la nomina a chiamata diretta della Raineri, non lo è neppure quella della Muraro, da consulente dell’Ama ad assessore all’ambiente. Continua la lettura di Spine per Raggi, delusione per Renzi

La Repubblica dei gufi

Basta slide, la smetta di trattarci come deficienti! Un grido di dolore si deve essere levato ieri dalla redazione di Repubblica. Le slide, trenta, una per ogni mese al governo, erano state appena diffuse da Palazzo Chigi e narravano di un paese felice in cui crescono il prodotto interno lordo e la fiducia degli italiani, aumentano gli occupati (anche fra i giovani), i visitatori nei musei, gli investimenti, gli aiuti ai bisognosi. Mentre calano deficit e debito pubblico. Un’Italia dove sempre più gente accende un mutuo per comprarsi la casa dei sogni o una bella auto nuova. Non ci credete? Ecco il link: http://www.governo.it/sites/governo.it/files/30mesigoverno.pdf. Come se non bastasse, è arrivata la News 440 “Abbiano nel cuore ancora il dolore di questi giorni” ma ci consoliamo con “un gruppo di bambini sfollati” che “dopo il pranzo ha organizzato la baby dance: Che bella Italia!”. E tre! Ecco le foto by Maranello, con Matteo Renzi che gongola fra i padroni del capitalismo compassionevole: Sergio Marchionne, John Elkan, mezza Confindustria, Angela Merkel, che stringe la zampa del cane pompiere. Propaganda di regime tanto spudorata da far rimpiangere, per la sua delicata auto ironia, persino il canto di Orietta Berti al capezzale dei governi democristiani e dorotei dopo l’autunno caldo e la strage di stato: “Finché la barca va, lasciala andare”. Il suggello, imperdibile, è poi arrivato da una giovane mamma e ministra, da Beatrice Lorenzin, che ci ha tele trasportati negli anni dell’Istituto Luce. Una clessidra ammonitrice e un letto, con due piedi di donna (pudicamente accostati) e circondati da due maschili, avvertono che “Renzi chiede più figli per la Patria” (titolo del Giornale) e perciò istituisce, ogni 22 di settembre, il fertilità day. Continua la lettura di La Repubblica dei gufi

Mezze classi, mezzi partiti, mezzi uomini

I killer seguaci del califfo. Il marchio dell’Isis sulla strage. É la notizia principale sui giornali di oggi. Lupi solitari, America colpita. E siccome siamo in America, tour nella casa dell’americano che si è andato a trovare una moglie, pakistana come lui, in Arabia Saudita. In quella casa lei allattava il figlio mentre sul web cercava contatti col califfo, lui fabbricava  bombe artigianali, non contento delle armi da guerra che comprava al mercato. Poi si sono levati a comando e si sono messi a sparare. Ok, leggiamo. Anche l’immancabile citazione di Hanna Arendt e della Banalità del male. Però Farhad Khosrokhavar l’aveva scritto all’indomani del 13 dicembre (e io lo avevo citato su questo blog). “Un kamikaze non si radicalizza da solo. Vengono in generale da famiglie divise, spesso sono passati dal carcere, tappa importante nel percorso della radicalizzazione, si tratta di born again, musulmani che hanno riscoperto l’islam nella forma più radicale o convertiti alla ricerca di un senso per la loro vita. Infine il viaggio iniziatico nella terra di jihad, che permette al futuro kamikaze di divenire straniero alla sua stessa famiglia e di acquisire la crudeltà necessaria per il passaggio all’atto senza sensi di colpa né rimorsi”.

L’ISTAT dice che la crescita non supererà lo 0,7. Il Censis parla di un’Italia “di mezze classi, mezzi partiti, mezzi uomini”. Insomma, un male italiano frena la ripresa; nonostante l’inarrestabile crollo del prezzo delle materie prime, l’immissione continua di denaro ad opera della BCE, la svalutazione dell’euro sul dollaro. Da un banchetto Pd di Rignano, suo paese natale, Renzi proverà a dire che non è vero, che “Italia non è in letargo” (Corriere) ma che anzi la bella addormentata si sta svegliando grazie alle riforme proposte dal governo e approvate dal parlamento, che i giudizi dell’Europa e dei banchieri sono ora lusinghieri, che basta avere “coraggio” e  ce la faremo. É probabile che codesti argomenti, per un italiano che riusciranno a motivare, ne spingeranno altri due a gufare apertamente e a votare per i 5 stelle o per la destra. Perché, come scrive Guido Crainz su Repubblica, Renzi “non è riuscito a ridare slancio all’economia e alla società per l’assenza di un progetto generale, di un’idea di futuro capace di radicarsi nel corpo vivo del Paese. Per una enfatizzazione della decisione di vertice, a partire dall’azione di governo, che non ha saputo costruire una vera “catena di comando. Né  penetrare nelle pieghe reali della società”.

Siamo un popolo di navigatori a vista, scrive Marco Revelli per il manifesto. “3,1 milioni di famiglie hanno dovuto intaccare i risparmi pregressi” per tirare avanti; 10 milioni e mezzo di famiglie, che hanno comunque “risparmiato qualcosa, se lo tengono lì, disponibile, a scopo cautelativo, per finanziare la formazione dei figli, per i bisogni della vecchiaia, per paura di perdere il posto di lavoro”. Quasi otto milioni di italiani “si sono indebitati o hanno chiesto un aiuto economico per far fronte a spese sanitarie private” ma come osserva Dario Di Vico commentando il rapporto del Censis, una maggioranza di italiani è favorevole alla riduzione delle tasse, comunque,  anche a costo di contrarre il welfare. Insomma, pochi soldi, maledetti e subito, nella convinzione che gran parte della spesa pubblica finisca in  corruzione. Per i giovani -torno a Revelli- “il quadro si fa nerissimo, con quasi due milioni e mezzo di scoraggiati e tre milioni e mezzo di sottoccupati e di part-time involontari. Tutto ciò porta a un “appassimento della fiducia nell’azione comune”.

Ce ne facciamo una ragione o scommettiamo sul futuro? Giovanni Orsina scrive per la Stampa: “le opinioni pubbliche democratiche sono affette da una sorta di ritardo psicologico, a motivo del quale si pensano ancora nel ventesimo secolo e non smettono di chiedere alla politica soluzioni ambiziose come quelle, appunto, che hanno caratterizzato il Novecento”. Da qui “i populismi”, che sarebbero alla fine “nostalgia della politica”. Secondo Orsina, dovremmo farcene una ragione:  la politica è ormai lo spazio per lucrare qualche decimale di crescita (o di gloria),  nelle strettoie concesse dalle scelte che altri, mercati, commissione europea, BCE fanno per noi. Ne consegue che il governo debba concentrare su se stesso ogni margine di manovra per ottenere, se non consenso almeno stabilità, concedendo bonus ora agli uni ora agli altri.  Revelli è più ottimista o, se preferite, visionario. Coglie sotto traccia “un’energia misteriosa, una ibridazione, rete lenticolare di saperi e di mestieri, l’iniziativa di una molteplicità di atomi laboriosi che coniugano qualità, saper fare artigiano, estetica brand”.  Tracce di un possibile collettivo del futuro.

Per intercettare queste tracce del futuro, bisogna rottamare falsa coscienza, prosopopea della sinistra, politicamente corretto. Perciò, da siciliano, dico che Vecchioni, con il suo “Sicilia di m..” ama la mia isola e vorrebbe riscattarla. Chi invece sbava parlando di Sicilia benda spesso si invita a pranzo nei club che l’hanno umiliata e la opprimono. Dico che trovo legittimo -e persino normale- che talune femministe insorgano contro l’utero in affitto; ma la nostra vergogna è che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha riconosciuto che ci sono nuove forme di famiglia e ha sancito che lo Stato non può cancellarle. Noi esitiamo a varare una modesta legge sulle “unioni civili” perché pretendiamo che due uomini (o due donne) non debbano crescere un figlio e che mai il rapporto fra di loro possa essere detto matrimonio.