Archivi tag: jobs act

Gentiloni prova a resistere

Che fare o con chi farlo?

Grillo, Salvini, Renzi: voto subito e capilista bloccati!

Un requiem per Matteo Renzi politico

“Non si scappa nei momenti di difficoltà”. Matteo Renzi rassicura Ezio Mauro: “Ero stato tentato di lasciare la politica. Un p0’ per curiosità un po’ per arroganza”. La sconfitta “brucia”, perché “abbiamo ancora un’occasione storica” ma “nessuno ci toglierà i mille giorni che abbiamo fatto, straordinari. E soprattutto nessuno potrà toglierci il futuro”. Un futuro fotocopia del passato. Perché il passato, secondo Renzi, è stato un grande successo, per l’Italia una vera rivoluzione: anche se il Pd, partito di cui è segretario, non sembra averlo compreso: “Vede, il Pd potrebbe vantarsi di un Jobs act votato dalla sinistra, di unioni civili votate dai cattolici, della legge sul caporalato e del miliardo e otto stanziato per la povertà, degli oltre 17 miliardi di recupero dalla lotta all’evasione, dell’abbassamento delle tasse. Invece i nostri votano in Parlamento, e tacciono nel Paese, anche sulle cose più positive”. Continua la lettura di Un requiem per Matteo Renzi politico

Consulta (e Cgil) risparmiano Renzi

Consulta e Cgil salvano Renzi. Detta così, lo capisco, è forte. Ma è meglio parlar chiaro. 3 milioni di cittadini avevano firmato per cancellare il jobs act nel suo articolo fondamentale, quello che toglie ai dipendenti le tutele dell’articolo 18. Se il popolo avesse potuto esprimersi, verosimilmente il referendum avrebbe cancellato l’ultima ridotta del renzismo. Perché, bocciate le riforme costituzionali Boschi-Renzi, in evidente difficoltà #labuonascuola, la “nuova” Rai e la modernizzazione della PA, con l’Italicum in attesa di essere cancellato o dalla Corte o dallo stesso Pd, dei 1024 giorni di rottamazione non restava, infatti, che quello, la soppressione dell’articolo 18. Purtroppo il quesito proposto dalla Cgil conteneva un baco: approvato, non solo avrebbe ripristinato le tutele pre-esistenti nelle imprese con oltre 15 dipendenti, ma le avrebbe estese anche alle piccole imprese, tra i 5 e i 15 addetti. Ora la nostra Costituzione prevede che il referendum possa abrogare una legge ma che non possa in alcun modo riscriverla. È vero che 5 giudici della Consulta hanno votato per il referendum, convinti che il quesito non volesse dettare una nuova norma ma estendere diritti già previsti dallo statuto dei lavoratori. Ma una maggioranza, 8 giudici costituzionali e fra loro Giuliano Amato, ha ritenuto invece che il quesito non fosse puramente abrogativo e lo ha cassato. Così l’uomo di Pontassieve può respirare, ma ora teme che il suo esilio possa durare troppo. Continua la lettura di Consulta (e Cgil) risparmiano Renzi

Grillo, il passo del gambero

Europa: schiaffo dei liberali a Grillo, Stampa. Il Corriere parla di “colpo” e non di “schiaffo”, Repubblica preferisce la metafora delle “porte chiuse”. Persino Travaglio, sul Fatto, ammette la “figuraccia” rimediata dal capo carismatico del movimento, che ora se la prende con l’establishment. Volevamo lasciare Farage e abbracciare Verhofstadt – dice Grillo – per fregare l’establishment (non perché fossimo cambiati) ma “tutte le forze possibili si sono mosse contro di noi. L’establishment ha deciso di fermare l’ingresso del M5S nel terzo gruppo più grande del Parlamento Europeo”. Siamo stati fregati – ammette il Sacro Blog – ma “abbiamo fatto tremare il sistema come mai prima”. Che cosa ci fosse dietro questa partita di poker andata male, lo spiega alla Stampa Daniel Cohn-Bendit: “Il M5S aveva bisogno di normalizzarsi, di diventare più accettabile agli occhi degli italiani e dell’Europa…Verhofstadt voleva giocarsi la sua partita politica per conquistare la presidenza dell’europarlamento. E vi immaginate se, ironia della sorte, fosse riuscito a vincerla, battendo due italiani come Pittella e Tajani proprio grazie all’accordo con un movimento italiano? Sarebbe stato incredibile. E personalmente non mi sarebbe dispiaciuto”. Ma in tempi straordinari (e sono davvero straordinari quelli che viviamo) la politica come gioco mostra la corda: lo abbiamo visto con Renzi e il suo “all in” bocciato da 19 milioni di italiani, ora tocca Grillo che, di svolta in svolta, si ritrova al punto di partenza, cioè a metà del guado. Se Grillo vorrà portare l’innovazione del M5S al governo, dovrà spiegare ai suoi 40mila “iscritti certificati”, ai “portavoce” e agli elettori quale Italia il movimento intenda costruire e in che Europa sia disposto a co-abitare. Continua la lettura di Grillo, il passo del gambero

Una Boldrini per Renzi?

Più posti, ma meno stabili, scrive Repubblica. Sono dati, finalmente, condivisi da Istat, Inps, Inail e Ministero del lavoro, dunque più affidabili. Confermano due cose che si capivano: che la locomotiva della ripresa ricomincia faticosamente a muoversi, che le politiche del lavoro attuate dall’Italia (jobs act, dono fiscale in cambio di assunzioni stabili, libertà di usare i voucher) sono state un trompe-l’œil, solo una bugia ingannatrice. La ripresa è come la vediamo, non dà alcuna certezza all’industria che campa alla giornata e per questo trasforma i lavoratori in numeri intercambiabili, che si lasciano dopo averli indossati per un giorno, come si fa coi vestiti in certi grandi magazzini. L’anno che verrà, quando gli incentivi-metadone scompariranno, le cose andranno peggio. Due dati lo anticipano. Il primo dice che la disoccupazione tra i giovani con meno di 35 anni è aumentata del 2,9% nel trimestre e del 6,6% nell’anno. Un milione e mezzo di loro cerca lavoro e non lo trova. Il secondo dato mostra cosa tocchi ai fortunati che trovano impiego: 121 milioni di voucher venduti nel 2016. Continua la lettura di Una Boldrini per Renzi?

Vittime innocenti e capri espiatori

L’autore della strage di Berlino è svanito nell’aria, si è dissolto come un’ombra nella notte senza luci. Sui giornali troviamo purtroppo un altro viso, quello sorridente di una ragazza italiana: 31 anni, laureata, specializzata, con un master e un lavoro a Berlino. L’altra sera era andata in quel mercatino a comprare doni per natale. E non c’è più, Fabrizia Di Lorenzo. 12 morti possono rimanere una cifra, un numero, un bilancio. Una vita piena di cose, di sogni, di progetti, la vita spezzata di una ragazza che ora a tutti noi pare di conoscere, lascia un vuoto, è una tragedia. Poi c’è la politica. Angela Merkel era sotto accusa quando si pensava che lo stragista fosse un profugo pakistano. Non era lui, è stato rilasciato ma ora le rinfacciano l’insuccesso della polizia: “sbaglia terrorista”, scrive il Giornale. E allora? l’Isis ha “rivendicato” ma non vuol dire molto. Titolo del Financial Times: “Merkel in lutto. Il cancelliere sotto pressione mentre la polizia tedesca cerca il terrorista”. Così è. Continua la lettura di Vittime innocenti e capri espiatori

Sul ritorno di Renzi

È tornato, per il Corriere: “Mattarellum e voto in aprile”. Non è più lui, per il Fatto: “pure Renzi commissariato”. “Un’autocritica che non convince”, scrive Stefano Folli per Repubblica. “Ho sbagliato e ho perso, anzi “straperso perché non mi sono fatto capire dagli italiani…perché non abbiamo saputo usare il “web” e ci siamo arresi alle “bufale” diffuse via internet dagli avversari”. Ma mi faccia il piacere, rubo la celebre frase al principe De Curtis! “L’autocritica di Renzi sarebbe stata molto più convincente se si fosse addentrata nella vera contraddizione di quei sette mesi di campagna elettorale: credere che l’Italia descritta sulla via della ripresa a tutti i livelli, socialmente coesa e ottimista sotto la guida del leader, fosse quella vera.Viceversa l’epica renziana andava in una direzione mentre il paese arrancava in un’altra”. Insomma non si salvano dalla sconfitta (come invece Renzi ha tentato di fare) jobs act, buona scuola, bonus e sgravi fiscali. Perché, quanto meno, quelle riforme non hanno avuto l’esito vantato e i giovani si sono sentiti traditi da rassicurazioni menzognere. Continua la lettura di Sul ritorno di Renzi

La caduta degli dei

Bufera sui sindaci, Stampa. “Sala, indagato per falso”, Corriere. “Mi sospendo da sindaco. Con l’onestà – dice Sala- non si scherza”, Repubblica. “Blitz a Roma per le nomine della Raggi”, ancora Repubblica. “Polizia in Campidoglio, bufera sulle nomine”, Corriere. Che succede? Che si sgretola la seconda Repubblica, quella che fu fondata sul ruolo taumaturgico dell’elezione diretta dei primi cittadini e su un presunto generale riscatto della politica dopo Mani Pulite. Milano e Roma, due storie parallele. Sala deve la sua fortuna al “successo” di Expo, di cui era commissario per il governo. Lavori in grave ritardo, bisognava far presto. Lo chiedevano il Presidente del Consiglio e dietro di lui – questo allora appariva – l’Italia intera! Beppe ha fatto in fretta, ma pare che così qualcuno abbia lucrato in modo illecito nella assegnazione dell’appalto più importante, da 272 milioni di euro. Non risulta che il sindaco si sia messo in tasca un euro. Marcuse direbbe che è stato fregato dal “principio di prestazione”. Gli avversari diranno, invece, che la fretta nell’assegnare gli appalti gli ha reso in fama e che, grazie a questa, è stato eletto poi a Palazzo Marino. Virginia Raggi non risulta, a oggi, indagata. Ma per lo stesso “principio di prestazione”, cioè per non deludere le attese degli elettori e del Movimento 5 Stelle, appena eletta ha nominato due super amministratori di rito meneghino, Carla Raineri e Marcello Minenna, di cui quasi subito non è riuscita a fidarsi e che ad agosto ha sostituito con personaggi diversi, provenienti del sottobosco politico e amministrativo della capitale. Ha violato regole e procedure? L’accusa è della Ranieri, la risposta la darà il giudice. Continua la lettura di La caduta degli dei