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Crolla l’ultima certezza

Crolla l’ultima certezza: che l’acqua fosse abbondante a Roma. Così era stato dai tempi dell’Impero, per quella meraviglia di acquedotto avuto in dote, per la generosa riserva del lago di Bracciano. I nasoni – così si chiamano, per via del loro aspetto, le fontanelle romane – dispensavano frescura e acqua buona (migliore della “minerale” in plastica) a tutte le ore del giorno e della notte. Non è più così. Il lago si asciuga, l’acqua potrebbe essere razionata ai romani (ai quali già si rimprovera di consumarne 50 litri al giorno più della media nazionale). Riscaldamento globale, sprechi insostenibili, liti fra amministratori. La Stampa dedica alla siccità la sua apertura, il Corriere le pagine 2 e 3, il Giornale dà la colpa a Raggi e Pd. Continua la lettura di Crolla l’ultima certezza

Dietro la crisi, cosa?

Quelli che Renzi alla fine resta. “Ipotesi Renzi Bis”, azzarda Repubblica. La proposta di un governo con tutti i partiti sarebbe un siluro a Mattarella: chiedendogli una cosa impossibile, Renzi vorrebbe costringerlo a ridargli l’incarico. Dopo tutto il governo ha preso ben 78 voti di fiducia in Senato. Allora Renzi bis, ma per far cosa? Qui gli esegeti si dividono. “Per votare a marzo”, Maria Teresa Meli. Luigi Zanda, invece, vede elezioni solo nel 2018.

Quelli che ancora non si sa. “Tre ipotesi per la crisi”, titola ecumenico il Corriere: reincarico, governo di responsabilità (con il coinvolgimento di tutti), o governo istituzionale. In ogni caso: “Ora il voto si allontana”. La Stampa lancia in pista “Padoan o Gentiloni per il dopo Renzi”. E Sorgi già festeggia la nascita di un nuovo partito: il Pdr, Partito di Renzi. Continua la lettura di Dietro la crisi, cosa?

Un veto elettorale

Il veto italiano a Bruxelles, Corriere della Sera. È vero? Per la prima volta nella storia l’Italia bloccherà il bilancio dell’Unione Europea, sostenendo, per dirla con Renzi, che “non costruiranno muri con i nostri soldi”, ovvero, come dice il sottosegretario Gozi, che “non investono abbastanza in crescita, sicurezza, immigrazione, lavoro, giovani”? Per ora l’Italia si è solo “riservata” di porre il veto, insomma, un penultimatum. Bene: ci sarebbe dunque tempo per parlarne in Parlamento, per spiegare come mai lo stesso governo si sia schierato sempre con la Germania e perché ancora il 22 agosto, a bordo della portaerei Garibaldi con Hollande e Merkel, Renzi avesse detto “l’Europa non è il problema ma la soluzione” e invece 3 mesi dopo abbia del tutto cambiato verso. Mutare parere si può, se è una cosa seria! Continua la lettura di Un veto elettorale

La destra s’è rotta

Bitonci dopo Marino. Ero a Treviso a una manifestazione per il No, con il senatore 5 Stelle Girotto, quando, a pochi chilometri, una maggioranza di consiglieri, Forza Italia, Pd, 5Stelle, liste civiche, depositava le firme dal notaio per far cadere il sindaco leghista di Padova Bitonci. La prima considerazione è che la legge elettorale per i comuni ha smesso di funzionare. Il sindaco eletto al primo turno è in genere il capo fila di una coalizione impossibile che, per vincere, riunisce tutto e il contrario. Al ballottaggio, invece, prevale in genere l’outsider, ma anche in questo caso è probabile che i principali partiti non gradiscano la scelta e si mettano di traverso. Quella legge ha funzionato come antidoto al politichese tecnocratico nazionale: nelle città grazie a quella legge si sceglieva un volto più che un programma, una persona di cui fidarsi e a cui affidarsi. Ma ci sono dei ma. I poteri del sindaco si sono ridotti per via dei continui tagli delle risorse erogate. È ora più chiaro come i problemi delle città, specie di quelle grandi, si possano affrontare solo con una cooperazione rafforzata tra stato ed enti locali, cooperazione che spesso manca o è solo formale. Le scelte dei cittadini italiani sembrano orientarsi verso più poli, lungo discriminanti ideologiche, non le vecchie ideologie certo, ma sarebbe difficile sostenere che 5 Stelle, Lega, Partito di Renzi non abbiano una loro cifra ideologica, o se volete una loro “narrazione”. Per effetto di questi “ma”, la figura del sindaco eletto dal popolo diventa più fragile e contestata. Continua la lettura di La destra s’è rotta

Se perdo, non lascio

“Se il Pd perde non lascio”, “Se perdo a Roma e Milano non mi dimetto”: sono questi i titoli, gridati, dei due giornali più letti. La domanda è: chi glielo ha chiesto, chi ha chiesto a Renzi di lasciare Palazzo Chigi qualora Virginia Raggi e Chiara Appendino fossero elette sindaco di Roma e Torino? Il bisogno del premier di personalizzare lo sconto, di avocare a sé, ogni giorno, più volte al giorno, la pubblica attenzione, sta diventando patetico. Da oltre due anni è Presidente del Consiglio, era stato votato solo dalle primarie di un partito ma ha tolto la campanella dalle mani di Enrico Letta e si è installato a Palazzo Chigi. L’ha voluto? Che governi. Già è improprio che il premier ripeta ogni giorno: “se vincono i no al referendum, vado a casa”. Così come è stato improprio che abbia firmato, Renzi da Presidente del Consiglio in carica, insieme alla Boschi, ministro per i rapporti col parlamento, la legge che cambia 47 articoli della Costituzione, e che l’abbiano imposta usando il peso del governo sull’aula, o stringendo, da Palazzo Chigi, il pactum sceleris con Verdini, di cui ora si vergognano, in vista dei ballottaggi. Continua la lettura di Se perdo, non lascio

Perde il partito della nazione

Balzo dei 5 Stelle, il Pd soffre. “La Raggi vola a Roma, soffre il Pd”. Titoli identici per il Corriere e per Repubblica. Quest’ultima aggiunge: “Ora ballottaggi a rischio”. Da parte mia osservo che il Partito della Nazione (di Renzi) ha fatto peggio del Pd “Ditta” (di Bersani), che il Movimento 5 Stelle è un passo dalla conquista di Roma e può giocarsela a Torino, che la Forza Italia di Berlusconi non ha futuro senza Meloni e Salvini, che la sinistra-sinistra deve prima precisare il proprio profilo politico e solo dopo può chiedere il voto.

Cominciamo da Renzi. Il suo candidato feticcio, Sala, manager Expo, ma imposto anche agli arancioni di Pisapia, è primo di un soffio a Milano 41,6% contro il manager delle destre unite, Parisi, che lo incalza col 40,9. A Napoli, dove il premier ha promesso soldi per Bagnoli, ha attaccato De Magistris, ha chiuso la campagna per la sua candidata, Valeria Valente è stata esclusa dal ballottaggio. De Magistris totalizza il 42,3 dei voti e fa meglio di Piero Fassino che a Torino si accontenta del 41,6 con la sfidante a 5 Stelle, Appendino, al 31,9%. Bologna conferma l’allarme (o la sofferenza) del Pd di Renzi: Merola non sembra in grado di superare la soglia del 40 per cento – i risultati sono provvisori -, andrà al ballottaggio con la leghista Bergonzoni 22 e rotti e qui è da segnalare anche il risultato positivo del più a sinistra e del più civico dei candidati della sinistra, Martelloni, che si attesterebbe al 7%. Ciliegia sul gateau (indigesto) per Renzi, a Cagliari il vecchio centro-sinistra di Bersani elegge al primo turno il sindaco di Sel, Massimo Zedda. Continua la lettura di Perde il partito della nazione

Il ritorno di Silvio

Il sussulto del Caimano. Molla Bertolaso, respinge Salvini e Meloni, sceglie Marchini a Roma e spera che voti per lui la sinistra degli affari, offre un patto a Casini ed Alfano. “Prove di centro destra moderato”, scrive la Stampa: “il Campidoglio diventa laboratorio nazionale”. Ezio Mauro, per Repubblica, ridimensiona la portata della “mossa”. Titolo: “la scappatoia del funambolo”. Tesi: “è probabile che l’ex Cavaliere si limiti a inseguire i suoi elettori in libera uscita, incapace ormai di guidarli e senza una meta”. Massimo Franco, Corriere, scrive che si tratta di una “nemesi (ndr: punizione vendicatrice) anti populista”. Le reazione di Salvini e Meloni, in effetti, sono state durissime: Berlusconi vuol favorire Renzi, punta a togliere voti alla Meloni per far andare al ballottaggio, insieme alla Raggi, il candidato del Pd Giachetti! Salvini minaccia di non allearsi con Forza Italia alle politiche. Berlusconi replica: verranno a Canossa. Personalmente osservo che il sistema politico si sta ristrutturando: nazionalisti anti europei (Salvini, Meloni) contro liberisti moderati (Berlusconi, Marchini) contro moralizzatori anti sistema (Movimento 5 Stelle) contro sinistra neo liberista e di potere (Renzi) contro sinistra socialdemocratica e movimentista (Fassina, Airaudo). Secondo me, se tale restasse la geografia politica, nessuna di tali componenti sarebbe in grado di accaparrarsi più di un quarto dei consensi e calerebbe ancora la partecipazione al voto. Continua la lettura di Il ritorno di Silvio

Rubano senza più vergogna

Torna il caffè, dopo due giorni di silenzio. L’altro ieri, impegnato a seguire per Left le primarie nello stato di New York, mi ero semplicemente dimenticato di scriverlo. Ieri mi sono chiesto come mai me ne fossi dimenticato e ho preferito riflettere, piuttosto che scrivere. Torna il caffè, ma con una formula che forse troverete più “soggettiva”. Perché i giornali mi sembrano ormai del tutto coinvolti dalla crisi delle classi dirigenti, le scelte quotidiane – prime pagine, titoli, commenti – mi appaiono meno pensate e a volte casuali: mi pare non abbia più senso inseguire un pensiero che non c’è. Inoltre la mia visione del mondo – weltanschauung, se preferite – non è più così originale e minoritaria come un tempo. Vive in quelli che Paolo Franchi chiama, oggi per il Corriere, tentativi “sporchi” di organizzare una sinistra – da Sanders a Corbyn a Iglesias -, echeggia in certe proposte del capitalismo più innovativo, si fa strada persino in qualche università. Perciò vale meno la spesa che fare i conti, tutti i giorni, con le sciocchezze – luoghi comuni e tabù – di un pensiero dominante, sempre meno dominante. Continua la lettura di Rubano senza più vergogna