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Crolla l’ultima certezza

Crolla l’ultima certezza: che l’acqua fosse abbondante a Roma. Così era stato dai tempi dell’Impero, per quella meraviglia di acquedotto avuto in dote, per la generosa riserva del lago di Bracciano. I nasoni – così si chiamano, per via del loro aspetto, le fontanelle romane – dispensavano frescura e acqua buona (migliore della “minerale” in plastica) a tutte le ore del giorno e della notte. Non è più così. Il lago si asciuga, l’acqua potrebbe essere razionata ai romani (ai quali già si rimprovera di consumarne 50 litri al giorno più della media nazionale). Riscaldamento globale, sprechi insostenibili, liti fra amministratori. La Stampa dedica alla siccità la sua apertura, il Corriere le pagine 2 e 3, il Giornale dà la colpa a Raggi e Pd. Continua la lettura di Crolla l’ultima certezza

Grillo, il passo del gambero

Europa: schiaffo dei liberali a Grillo, Stampa. Il Corriere parla di “colpo” e non di “schiaffo”, Repubblica preferisce la metafora delle “porte chiuse”. Persino Travaglio, sul Fatto, ammette la “figuraccia” rimediata dal capo carismatico del movimento, che ora se la prende con l’establishment. Volevamo lasciare Farage e abbracciare Verhofstadt – dice Grillo – per fregare l’establishment (non perché fossimo cambiati) ma “tutte le forze possibili si sono mosse contro di noi. L’establishment ha deciso di fermare l’ingresso del M5S nel terzo gruppo più grande del Parlamento Europeo”. Siamo stati fregati – ammette il Sacro Blog – ma “abbiamo fatto tremare il sistema come mai prima”. Che cosa ci fosse dietro questa partita di poker andata male, lo spiega alla Stampa Daniel Cohn-Bendit: “Il M5S aveva bisogno di normalizzarsi, di diventare più accettabile agli occhi degli italiani e dell’Europa…Verhofstadt voleva giocarsi la sua partita politica per conquistare la presidenza dell’europarlamento. E vi immaginate se, ironia della sorte, fosse riuscito a vincerla, battendo due italiani come Pittella e Tajani proprio grazie all’accordo con un movimento italiano? Sarebbe stato incredibile. E personalmente non mi sarebbe dispiaciuto”. Ma in tempi straordinari (e sono davvero straordinari quelli che viviamo) la politica come gioco mostra la corda: lo abbiamo visto con Renzi e il suo “all in” bocciato da 19 milioni di italiani, ora tocca Grillo che, di svolta in svolta, si ritrova al punto di partenza, cioè a metà del guado. Se Grillo vorrà portare l’innovazione del M5S al governo, dovrà spiegare ai suoi 40mila “iscritti certificati”, ai “portavoce” e agli elettori quale Italia il movimento intenda costruire e in che Europa sia disposto a co-abitare. Continua la lettura di Grillo, il passo del gambero

Le conseguenze della crisi

Grillo salva Raggi, scrive il Corriere. No, la “vende”, secondo il Giornale. Per Repubblica, “Raggi si piega”. La Stampa concorda e racconta la “Resa di Raggi”. Grillo – aggiunge – “Commissaria Roma” – “La Raggi cotta e mangiata”, lamenta il Fatto, a cui non va giù che Sala sia invece “indagato e santificato”. “Quo vadis”, si chiede il manifesto. Dove vanno? Raggi, Grillo e la stessa città di Roma. La nuda verità dei fatti è presto detta. Dopo aver minimizzato la portata dell’arresto di Marra “è un semplice dipendente comunale…il mio braccio destro sono i cittadini romani”, Virginia Raggi è stata messa sotto torchio dal Movimento 5 Stelle e da Beppe Grillo, calato a Roma per gestire la crisi. Alla fine si è piegata: ha fatto dimettere Salvatore Romeo da capo della sua segreteria e l’assessore allo sport, Daniele Frongia, da vice sindaco. Frangia, Romeo, Marra è in carcere, la Muraro indagata e fuori gioco: sono venute meno tutte le stampelle che Virginia aveva creduto di poter estrarre da un generone fascio-affaristico romano, che è poi l’ambiente dal quale anche lei proviene. Vice sindaco dovrebbe diventare l’ex indipendentista veneto, Massimo Colomban, già assessore alle partecipate, proposto da Davide Casaleggio. Insomma Raggi è andata a Canossa, con il capo cosparso di cenere, ma così ha mantenuto le stelle, cioè il diritto a esibire il marchio del Movimento. Almeno fino a quando non riceverà un avviso di garanzia per abuso d’ufficio, conseguenza dell’esposto depositato in procura dal suo ex capo di gabinetto, Carla Raineri. Continua la lettura di Le conseguenze della crisi

Virginia Raggi perde la faccia

Grillo scarica la Raggi. scrive il Corriere. O, meglio, vorrebbe poterla scaricare. Per evitare lazzi, frizzi e condanne senza appello. Dopo 6 mesi di tira e molla all’ombra del Campidoglio fra diverse fazioni del movimento, dopo aver constatato che le scelta del sindaco, fatta dal movimento e confermata da un gran numero di elettori, era stata, probabilmente, una scelta incauta. “Dalle stelle alle stalle”, il manifesto. “I grillini processano Raggi”, La Stampa. Il Giornale non trova di meglio che riesumare una vecchia, e assai più riuscita e visionaria, copertina de L’Espresso: “Capitale corrotta, grillini infetti”. Il Fatto prevede: “Una retata li seppellirà”, con Vauro che declina al singolare di Raggi, cioè raggio, del carcere! “Si è diversi quando si agisce diversamente – scrive Roberto Saviano per Repubblica – “Scegliendo Marra, Virginia Raggi non ha agito diversamente dai suoi predecessori.” Continua la lettura di Virginia Raggi perde la faccia

Il Nazareno di Barbara D’Urso

Valanga populista in Francia. Cosi New York Times presenta in prima pagina la vittoria di François Fillon che ieri ha sbaragliato Juppè, dopo aver umiliato Sarkozy, e che sarà il candidato della destra “repubblicana” alle presidenziali dell’anno prossimo. “Ha vinto parlando di controllo dell’islam e dei migranti. Vi suona familiare?” chiede il giornale ai lettori americani, accostando Fillon a Trump. Per Fillon, spiega, “l’Islam radicale è come il totalitarismo nazista”. Egli promette di “ridurre l’immigrazione al suo stretto necessario”. È un cattolico tradizionalista, come la Vandea lo fu contro la Grande Rivoluzione, è amico della Russia, come lo fu la Francia alla vigilia della guerra prima guerra mondiale, non parla di Europa né professa la sua amicizia per la Germania. Promette mezzo milione di licenziamenti, d’un colpo, tra i dipendenti del pubblico impiego e una politica ultra liberista. “Fino a pochi giorni fa – sottolinea New York Times – era il terzo, il più debole, tra i candidati, la sua difesa dell’identità francese ne ha fatto il front runner”. Continua la lettura di Il Nazareno di Barbara D’Urso

Referendum

Il giorno dei colpi bassi, titola La Stampa e si riferisce alle inchieste sulle firme false del Movimento 5 Stelle e a quella per voto di scambio dopo le recenti esternazioni di De Luca. “Le inchieste agitano il voto”, fa eco il Corriere, mentre Repubblica affida a Massimo Giannini una analisi sul caso De Luca dal titolo: “Se l’impresentabile diventa indifendibile”. «Vi piace Renzi, non vi piace Renzi, a me non me ne fotte un cazzo». Così De Luca che subito spiega: contano i soldi che il governo ci dà: “Gli abbiamo chiesto 270 milioni per Bagnoli e ce li ha dati. Altri 50 e ce li ha dati. Mezzo miliardo per la Terra dei fuochi e ha detto sì. Abbiamo promesse di finanziamento per Caserta, Pompei, Ercolano e Paestum. Sono arrivati fiumi di soldi: 2 miliardi e 700 milioni per il Patto per la Campania, altri 308 per Napoli… Che dobbiamo chiedere di più?» Dunque: “Dobbiamo parlare con i nostri riferimenti. Il mondo delle imprese, gli studi professionali…Il comparto della sanità: questa non è la Toscana, qui il 25% è dei privati, migliaia di persone… Possiamo permetterci di chiedere a ognuno di loro di fare una riunione con i propri dipendenti e di portarli a votare». Naturalmente per il Sì. Voto di scambio? Decideranno i giudici. Ma Giannini si chiede: “Sono questi i campioni del “nuovo”, che dovremmo preferire ai rottamati dell’accozzaglia del No? Aspettiamo una parola di Renzi”. In un paese civile, quella di De Luca verrebbe considerata una gravissima chiamata in correità del Presidente del Consiglio il quale avrebbe subito preso le distanze. Invece la Camera ha votato l’emendamento per nominare De Luca commissario della sanità. Anche per Renzi sembrano contare solo i voti, che “gliene fotte” delle clientele. Continua la lettura di Referendum

L’ossessione di Renzi

Un caffè al buio, che scrivo da New York senza aver letto i giornali italiani perché, mentre scrivo, non sono stati ancora stampati. Le presidenziali, per prima cosa. Hillary è data in ripresa, 44% per lei, 40% per Trump. Il segnale più importante viene dagli ispanici, corsi in massa a votare soprattutto dove la Clinton avrebbe potuto perdere. Quella promessa di alzare un muro alla frontiere con il Messico forse Trump la pagherà cara. Non solo, fra gli afroamericani e i millennials potrebbe affermarsi una tendenza al voto utile: Hillary non è il candidato che avrei voluto ma Donald meglio di no, grazie. Inoltre l’intervento, pesantissimo, di Obama sul FBI ha avuto effetto: James Comey, il direttore repubblicano dell’agenzia, ha annunciato che non incriminerà la Clinton per il famoso “mailgate”. Uno degli argomenti dell’ultima ora usato da Trump, “vedrete sarà incriminata dopo il voto” è dunque caduto. resta l’incognita del Senato, che potrebbe cadere in mano ai repubblicani. E poi quella, a mio avviso, ancora più grande, di cosa farà Clinton da Presidente. Se cioè abbandonerà l’autocritica e il multilateralismo di Obama per tornare alla dottrina Truman. O si ricrederà. Continua la lettura di L’ossessione di Renzi

L’onore di Ignazio

Magistratopoli. Il Giornale ripesca un vecchio cavallo di battaglia del berlusconismo davanti a due clamorosi rovesci della magistratura inquirente, l’assoluzione dell’ex presidente leghista del Piemonte Cota per le famose “mutande verdi”, il proscioglimento, perché “il fatto non sussiste”, di Ignazio Marino indagato per scontrini falsi e uso improprio della carta di credito del Comune Roma. Per la verità finché la magistratura si corregge, non manda in carcere persone innocenti e non butta la chiave, non si dovrebbe parlare di giustizia malata. Il sistema giudiziario, beninteso, sbuffa, arranca, ha il singhiozzo. Ma il problema principale lo troverete fuori dalle aule di giustizia, nelle sedi dei giornali, in quelle di governo, fra gli amministratori pubblici e gli imprenditori che vivono di pubbliche commesse, nelle sedi dei partiti e dei movimenti. Il problema è la crisi della classe dirigente in Italia. Continua la lettura di L’onore di Ignazio