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La battaglia del referendum

La battaglia per il referendum. Con il sì della Cassazione, i 500 mila consegnati da Boschi e soci (che hanno avuto il merito di raccogliere le firme), le difficoltà economiche dei comitati per il No (rimasti all’asciutto del finanziamento pubblico), con i contorcimenti prevedibili in seno al governo tra chi vorrebbe rinviare il voto fin quasi a dicembre e chi invece rompere gli indugi e farci pronunciare prima dell’approvazione della legge di stabilità, il treno referendario è finalmente partito. Il parlamento ha deciso di modificare 47 articoli della costituzione. C’era bisogno di cambiarne tanti? Qualunque costituzionalista, anche il più acceso sostenitore delle riforme, vi risponderebbe no, ma, c’è sempre un ma. Così, grazie alla volontà di potenza del duo Boschi-Renzi e al senso di colpa di un parlamento che si sentiva illegittimo, così si è riuscito a cambiarla la Costituzione. In un altro modo forse non si sarebbe riusciti. Non c’è la prova, ma nemmeno quella contraria. Dunque? Continua la lettura di La battaglia del referendum

A novembre canteremo la marsigliese

Terrorismo, fronte esterno. Lorenzo Cremonesi, inviato del Corriere della Sera, racconta la guerra a Sirte, dove si spara da muro a muro. Commenta il fischio dei proiettili con due miliziani di Misurata, città vicina e storicamente rivale di Sirte, chiede dei bombardamenti americani: “I loro raid avvengono soprattutto di notte. Di giorno mandano i droni in esplorazione, udiamo il ronzio. E con il buio arrivano gli attacchi. Colpi sempre molto precisi. Ma pochi. Troppo pochi. Sino ad ora hanno distrutto tre o quattro tank, un garage dove Isis riparava i mezzi, alcuni blindati e un paio di depositi. Purtroppo gli arsenali più importanti sono nascosti nei sotterranei. I missili intelligenti made in Usa non li possono individuare”. La battaglia, alla fine, si vince a terra. I miliziani vorrebbero essere armati e appoggiati da paesi più vicini degli USA. Dall’Italia, per esempio. In ogni caso a Sirte gli uomini del califfo sono sulla difensiva. Questo è un fatto. Non è così allegra la situazione ad Aleppo, in Siria. Dove Daesh respira, grazie all’offensiva dei “ribelli” anti Assad. Tra loro, assassini fanatici come i miliziani di Al Nusra e Ahrar al-Sham, appoggiati dall’Arabia Saudita e alleati di milizie (ormai scarse di uomini) che erano state addestrate dagli Stati Uniti. I russi cercano di impedire che le truppe dell’alleanza ribelle rompano l’accerchiamento (pare ci stiano riuscendo), sia bombardando Aleppo sia aprendo “corridoi umanitari”, cioè permettendo ai civili (e alle milizie che si arrendono) di uscire dalla città. Ne scrive La Stampa. Osservo da giorni come i giornali occidentali preferiscano, ora, parlare di Sirte. Si capisce, visto che ad Aleppo non è chiaro da che parte stiano gli occidentali, se contro Daesh o contro i nemici di Daesh. C’è tuttavia una buona notizia: i curdi hanno strappato al Califfo Manbij, città che apre la strada verso Raqqa: ne scrive il Corriere. Osservo che quasi certamente molti di questi curdi “vincitori” sono militanti del Pkk, la formazione di Öcalan considerata terrorista in Turchia ma invece alleata dell’esercito iracheno, il quale, a sua volta, diffida di altri curdi, quelli iracheni, ormai repubblica autonoma. Capite perché la guerra continua? Continua la lettura di A novembre canteremo la marsigliese

Chi spacchetta è perduto

Sei buono e ti tirano le pietre, sei cattivo… Mi è venuta in mente questa canzonetta di 50 anni fa – la cantava Antoine – leggendo l’intervista del premier-segretario a Severgnini del Corriere. “Tutti a dire negli ultimi due mesi: “Renzi devi essere più umile, meno arrogante”. Allora io dico: se do questa impressione forse sbaglio io e tutti subito a dire: “Vedi ha cambiato tono, ha paura”. Dunque? Contrordine del contrordine. “Spacchettamento del referendum? No, non sarà à la carte”. Si voterà più tardi, forse il 2 novembre, per vedere se prima Verdini convincerà Berlusconi e concordare modifiche all’Italicum, depotenziando così il No referendario. Per il resto, ottimismo: “un accordo per le banche è a portata di mano”. Buonismo: “io voglio bene all’Italia, non avrei votato Virginia Raggi ma sappia che dal governo ci sarà piena disponibilità”. Egocentrismo: “Io sono innamorato dell’Europa. Ho messo 80 milioni di euro per ristrutturare Ventotene che cadeva a pezzi”. Lui, li ha messi! Continua la lettura di Chi spacchetta è perduto

Se cado, cadrete con me!

The italian job. Un pullman tricolore in bilico sull’orlo di un burrone. È la copertina di The Economist. Spiega Federico Fubini: “A quasi dieci anni dall’avvio della Grande recessione mondiale, i crediti bancari a rischio di default nella zona euro valgono ancora quasi mille miliardi. Per quasi un quarto vi contribuisce l’Italia”. Il settimanale economico non ha dubbi: gli stati devono finanziare le banche. Ma le regole europee (per evitare che ciascun paese pensi a se stesso con i soldi anche degli altri) subordinano i salvataggi bancari alla tosatura degli azionisti, poi degli obbligazionisti, infine dei correntisti con oltre 100mila euro. Nel caso Italia, ciò vorrebbe dire moltiplicare l’impatto sociale del fallimento di Banca Etruria. Un prezzo politico assai pesante per il governo, che ha fatto dell’ottimismo di maniera – arriva la ripresa, anzi è già arrivata, non va ancora bene ma meglio – la sua cifra politica. Invece, scrive il direttore del Corriere Luciano Fontana,”siamo ancora ad aspettare segnali di ripresa che non arrivano”. Intorno a noi il quadro non è meno fosco. Deutsche Bank ha in pancia troppi “derivati” e non potrà liberarsene senza un poderoso intervento pubblico. In Gran Bretagna “la caduta della sterlina post brexit – come scrive Federico Rampini su Repubblica – espone a una perdita secca di valore gli investimenti immobiliari”. Perché i capitali che arrivavano finivano nel mattone (di lusso) e l’investimento veniva condiviso da banche e fondi pensioni: ora la sterlina attrae meno e la paura moltiplica l’effetto brexit. Continua la lettura di Se cado, cadrete con me!