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Evviva, torna l’inciucio

La bugia come sistema

È stato un vaffa pazzesco. Credo abbia ragione Beppe Grillo: la vittoria del miliardario somiglia a quella dei 5 Stelle. Dell’ultimo comizio di Trump mi aveva colpito di più il suo insistere sulle bugie di Hillary, del sistema e dei giornali. Vediamole insieme, queste bugie.

La prima menzogna riguarda la crisi. Quante volte avete sentito ripetere che gli Stati Uniti erano fuori dalla crisi? E questo “fatto” serviva di volta in volta per deprecare i lacci e contratti che avrebbero paralizzato la nostra economia o, invece, per esaltare le misure del governo che ci avrebbero portato in America. Invece, anche in America, la ripresa continua sotto altre forme il lavoro della crisi. Le città appaiono più belle e pettinate di prima, ma in realtà si sono trasformate in vetrine per lo shopping e per chi frequenta i musei. A New York il biglietto del subway costa 3 dollari, un pasto 35, le mance si riducono all’osso e i lavoratori dei servizi arrivano la mattina sempre più da lontano. E sono più precari. Però le statistiche dell’occupazione – anche qui sembra l’Italia – dicono altro. Viva, cresce il numero degli occupati, è tornato il lavoro. Ma se l’operaio, divenuto lavoratore dei servizi, ha perso il 20% del suo salario e si sposta di continuo da un impiego all’altro, se non spera più nella promozione sociale per il figlio che studia, allora per lui questa ripresa prosegue il lavoro della crisi. Ah, ma questa è solo la rabbia degli ex operai bianchi, novelli panda. Non è vero! Continua la lettura di La bugia come sistema

Obama: votate per me!

America, la grande paura, titolo di Repubblica a tutta pagina. “Votate Hillary come avete votato me”, l’appello di Obama questa notte a Philadelphia. Manifestazione entusiasmante e drammatica, con Jon Bon Jovi e Bruce Springsteen, Michelle e Barack Obama. Candidata e Presidente, the boss e la sinistra americana tutti uniti intorno ai valori che il partito democratico spesso ha predicato e talvolta persino realizzato: tolleranza e accoglienza, diritti civili e almeno una chance per chi non ha chances. Il presidente degli Stati Uniti sembrava il capo della campagna per la candidata: “una combattente, una nonna (cioè una di noi), la nuova presidente degli Stati Uniti”. E lei, Hillary, ha promesso di ricordarsi delle parole pronunciate da ognuno dei suoi straordinari supporter. Tra i quali, assente a Philadelphia, ma presente nella campagna, non si può dimenticare Bernie Sanders. Hillary ha promesso di non tradire nessuna delle promesse fatte in suo nome, ha promesso di essere la Presidente di tutti, di difendere quella certa idea dell’America che ne ha fatto una società aperta. Trump è il contrario, un miliardario diventato tale facendo debiti e passando da una bancarotta vera a una minacciata, un candidato che vuole rinchiudere gli Stati Uniti dietro un muro invalicabile, umilia le donne, insulta i musulmani, sfrutta la paura del futuro. Continua la lettura di Obama: votate per me!

Hillary e Donald, pari sono

Il grido dei sindaci: qui crolla tutto, Corriere. “Controlli in 200mila case”, Repubblica. “Terremoto, emergenza bambini”, la Stampa. I grandi giornali puntano ancora sull’emozione suscitata dal sisma, scelgono di raccontare la paura e lo sconforto piuttosto che analizzare proposte e risposte. Lo fanno, come si dice, per amor di patria? Può darsi. Forse anche perché sentono quanto molti lettori siano ormai stanchi della politica, convinti che l’Italia sia finita in posizione di stallo – bloccata nella palude, si sarebbe detto un tempo – e disperino che qualcuno sia in grado di trovare “la mossa del cavallo”, quella che cambia il corso della partita. Massimo Giannini di Repubblica scrive che “Padoan (nella lettera all’Europa) ha cifrato i maggiori costi per la ricostruzione in due decimi di Pil, cioè 3,4 miliardi”. Ma poi questa cifra non si ritrova fra gli investimenti previsti dalla finanziaria, dove, mal contati, per il sisma ci sono al massimo 600mila euro. Di conseguenza, scrive: “l’Europa teme che la vera “circostanza eccezionale” (per la quale il premier chiede la possibilità di fare più deficit) non sia il terremoto, ma sia il referendum. E cioè che quei 2,8 miliardi di fondi stanziati per il sisma più che a finanziare la messa in sicurezza di case chiese e scuole, servano a coprire le “mancette referendarie”: dalla quattordicesima ai pensionati al bonus alle mamme, dai fondi per il trasporto in Campania ai ponti sullo stretto in Sicilia”. Sospetto infame ma legittimo. Continua la lettura di Hillary e Donald, pari sono

E Renzi restò solo

Il bluff dura solo poche ore. Il tempo di mandare la faccia di bronzo del Nardella in Tv a dire che “Renzi gli ha dato tutto e che la minoranza non può dire No”, con la Gruber che si agitava nervosissima (e tagliava in modo brusco la parola ai suoi invitati giornalisti) per il timore – fin troppo evidente – che il premier possa dare seguito alle minacce e non mandare più “i suoi” a Otto e Mezzo. Ma i giornali in edicola sono cosa diversa: intanto perché i giornalisti hanno tempo di riflettere almeno un’ora prima di scrivere, e poi perché chi va in edicola il giornale se lo rigira in mano, l’ha pagato e quel che è scritto svanisce sì, ma meno in fretta delle balle di Renzi. “Pd senza accordo”, Corriere. “La minoranza Pd: votiamo No”, Repubblica. D’accordo, renziani e minoranza continueranno a parlarsi, forse formeranno una commissione, con dentro anche un osservatore bersaniano, con l’incarico di sondare gli altri partiti su come cambiare, eventualmente, la legge elettorale, forse faranno le mosse di voler far discutere al Senato il disegno di legge Chiti-Fornaro, quello che cerca di dare un senso all’ossimoro della legge Boschi, che all’articolo 2 prevede l’elezione dei senatori da parte dei consigli regionali “con metodo proporzionale al proprio interno” e l’articolo 57, che li vorrebbe invece eletti “in conformità alle scelte espresse dagli elettori”. Il gioco del cerino proseguirà, ma ormai il dado è tratto e la rottura mi sembra inevitabile. Continua la lettura di E Renzi restò solo

Renzi oltre lo stretto

Oggi è San Prudenzia, siamo stati super prudenti, linea Padoan. Parola del Presidente del Consiglio. Ricorro al titolo del Sole: “Nel DEF (documento di economia e finanza) disavanzo 2017 al 2% + 0,4% di spese fuori patto”. In primavera il governo aveva promesso di mantenere il deficit sotto l’1,8%, ora avrebbe ottenuto (nella trattativa informale con Bruxelles) lo 0,2 di margine visto che la crescita non è arrivata e, di conseguenza, i conti sono peggiorati. Ma l’Italia comunica anche all’Europa – la bozza del DEF è stata consegnata alla mezzanotte di ieri – che investirà denaro che non ha, dunque a debito, per far fronte alle spese per il terremoto e a quelle per i migranti. “Una sorta di soluzione double face – spiega Marco Ruffolo su Repubblica – che da una parte si adegua in prima istanza ai desiderata di Bruxelles ma che dall’altra non esclude la possibilità di finanziare gran parte della prossima manovra con un nuovo forte indebitamento: 9 miliardi e mezzo, che si aggiungono ai 6 e mezzo già riconosciuti dalla Ue. In tutto, dunque, l’intenzione del governo è quella di fare una manovra in deficit per circa 16 miliardi”. Il punto dolente è che questa “flessibilità”, ottenuta o da ottenere, servirà per evitare che scattino le clausole di salvaguardia e l’aumento dell’IVA. La quattordicesima per i pensionati, il taglio delle tasse agli imprenditori e le altre regalie elettorali promesse, andranno finanziate con nuovi tagli, agli enti locali, alla sanità. Non è una prospettiva esaltante. Per non darla vinta ai contabili, Renzi ha deciso di rilanciare. Continua la lettura di Renzi oltre lo stretto

Dio denaro e terrorismo

Hillary accusa Mosca: mi spia. Così il Corriere della Sera. Sarà vero, non lo sarà? Non è qui il punto. La verità è che la campagna dei democratici ha due colori. Da una parte il partito si è spostato “a sinistra”, ora chiede il salario minimo a 15 dollari l’ora, il college alla portata di ogni ragazzo americano, la copertura sanitaria per tutti. Dall’altra la Convention traboccava di valori “patriottici”, dei colori della bandiera, di slogan sull’America che riecheggiano quelli da sempre al centro delle convention repubblicane. Ed ecco la logica di tale dualismo: Trump è inaffidabile, è anti americano, votate Hillary, con il programma di Sanders e la retorica dei Bush. Il richiamo alla guerra fredda – che oggi non si gioca più sulle note della paura di extra terresti comunisti che clonano gli americani (“L’invasione degli ultracorpi”, film di Don Siegel del 1956) ma, naturalmente, su quella di hacker di Putin che violano segreti a stelle e strisce – serve a questo, a etichettare Trump come anti americano e a vendere il prodotto Clinton: dietro la sua freddezza, i nostri valori, da difendere a ogni costo. Continua la lettura di Dio denaro e terrorismo

Clinton candidata, Sanders decisivo

Ragazzina che sogni in grande, questa sera è per te. Bella frase detta nella notte da Hillary Clinton, quando nella notte si è profilata la vittoria su Sanders in California e ha avuto la certezza che sarebbe stata lei la candidata. Una donna presidente, mai prima d’ora una tale opportunità si era affacciata. Hillary ha reso l’onore delle armi all’irriducibile, al “socialista” Bernie. “Non vi sbagliate – ha detto – Sanders, la sua campagna il duro confronto che abbiamo avuto sulla crescita, su come combattere le disuguaglianze e promuovere la scalata sociale, ha fatto molto bene al Partito democratico e all’America”. Ora entrano in gioco i mediatori: Barack Obama, per primo, che domani incontrerà Sanders alla Casa Bianca. Poi Elizabeth Warren, di sinistra quasi quanto il senatore del Vermont ma che non si è schierata con nessuno dei due candidati e potrebbe forse essere vice presidente di un ticket tutto al femminile. Sanders, da parte sua, ha stravinto la sua battaglia, ha mobilitato un numero mai visto di attivisti, conquistato molti elettori indipendenti, rilanciato in politica i ventenni, i millennials come si dice in America. I sondaggi dicono che batterebbe Trump con più margine di quanto non sembra poter fare Hillary, ma non sarà Sanders il candidato. Forse, meglio così. Se avesse vinto, il partito non lo avrebbe mai aiutato, senatori e deputati lo avrebbero evitato per non perdere i finanziatori e la stima dei lobbisti. Continua la lettura di Clinton candidata, Sanders decisivo