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Perchè il Caffè mi ha stancato

Ancora lui! Pure oggi, e accadrà tutti i giorni fino al 4 dicembre, i grandi giornali sbattono in prima pagina quasi soltanto Renzi. Piano sull’Italicum in Parlamento prima del voto, Repubblica: “Pronto un blitz del premier sulle modifiche. Napolitano, troppi errori aiutano il no. Sfida tv, Zagrebelsky. Renzi un’anguilla”. Renzi presenterà un nuovo Italicum entro ottobre, Corriere. Con Maria Teresa Meli che apprezza: “La strategia sul referendum di Renzi si fa più chiara. Il problema della legge elettorale va eliminato per togliere ogni alibi agli avversari”. Referendum, Renzi vuole tutto il governo in campo, La Stampa. Poi il titolo dell’articolo di fondo, firmato da Fabio Martini, Il leader se la gioca come al rischiatutto. Dal testo: “Una campagna all’americana, quella di Renzi, perché come accade negli Stati Uniti, stavolta il capo del governo si gioca la «vita»: o vince o perde. Stavolta è bianco o nero, non è contemplato il grigio che nella politica domestica ha imperato per decenni”. Basterebbe questo mitragliata di frasi per dimostrare quanto falsa e bugiarda sia l’ultima esternazione del presidente emerito, Giorgio Napolitano, il quale ha sostenuto che “la personalizzazione dello scontro” sul referendum sarebbe stato “un errore, una partenza sbagliata che ha favorito il no”, ma un errore che poi “Renzi ha corretto”. Continua la lettura di Perchè il Caffè mi ha stancato

La maledizione del populismo

Homo politicus. Matteo Renzi ha ben compreso la lezione del voto spagnolo, tanto da scalare la prima pagina (con foto) del Financial Times. “Non so cosa accadrà al mio amico Mariano (Rajoy) ma so che chi ha sostenuto in prima linea politiche di rigore senza crescita ha perso l’incarico”. Ben detto! Il Fatto tira fuori però una fotografia ingiallita: mostra quattro uomini in camicia bianca, quattro giovani socialdemocratici che 14 mesi fa si presentavano come il futuro d’Europa. Diederik Samsom, olandese, Manuel Valls, francese, Pedro Sanchez spagnolo e l’italiano Matteo Renzi. Dopo quella indimenticabile festa dell’Unità, Renzi ha irriso Tsipras pur di confermare il rapporto speciale con Angela Merkel, ha svalutato il lavoro come chiedevano i rigoristi di Bruxelles, ha umiliato gli insegnanti, ridotto l’Inps in mutande per i tagli ai contributi alle imprese. E non ha lucrato che uno zero virgola, di crescita. L’allievo prediletto del rigore senza crescita è stato proprio lui, Renzi. Continua la lettura di La maledizione del populismo