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La verità si fa strada

“A casa solo se sfiduciato”. Titolo di Repubblica che riprende una frase detta da Renzi a Bologna durante il confronto-scontro con il presidente dell’Anpi, Smuraglia, moderato da Gad Lerner. Dunque la minaccia di dimettersi, addirittura di lasciare la politica, se la legge costituzionale fosse stata bocciata dagli elettori, era un bluff. Il tentativo di spostare l’attenzione degli italiani dal bilancio (magro) dell’attività di governo (e dalle sconfitte Pd a Napoli, Roma, Torino), sui temi della riforma costituzionale. Suggerendo un transfert: se il governo stenta la colpa non è di chi governa, ma dalle regole che ha ereditato e che vanno cambiate in fretta. Renzi e Boschi fecero di tutto – una vera corsa contro il tempo – perché il voto popolare referendario (Vi ricordate? A ottobre!) coincidesse con quello parlamentare sulla legge di stabilità. In modo da poter dire (e Renzi lo disse) “se vince il No, il governo va a casa e l’indomani si sciolgono le camere”. Si sciolgono in autunno? Con la finanziaria da approvare? Con il rischio dell’esercizio provvisorio, del rimbalzo dello spread e di una catastrofe finanziaria? Sì, era proprio questo il senso del ricatto, del bluff che oggi si sgonfia. Tant’è che il governo si prende ora tutto il tempo possibile prima di fissare la data del referendum. Voteremo a fine novembre o inizio dicembre, quando la finanziaria sarà già stata approvata da un ramo, almeno, del parlamento. Per cui la vittoria del Sì o del No non dovrebbe smuovere più di tanto i mercati e lo spread. D’altra parte lui, il premier, ora assicura di voler andare comunque avanti. Alla Camera, grazie al premio di maggioranza ottenuto da Bersani con il Porcellum. Al Senato, grazie ai voti di Alfano, di Formigoni, di Verdini, di qualche ex leghista ed ex 5 Stelle. Provvidenziali cavalieri di ventura. Continua la lettura di La verità si fa strada

Il pessimismo della ragione

Scintille Raggi Grillo. La Stampa narra di un braccio di ferro, dietro le quinte, tra fondatore e sindaca del Movimento. Dal “tutti con Virginia” detto a Nettuno, al “questa è pazza”, frase che sarebbe stata detta da Grillo in una riunione riservata. I fatti: Virginia ha licenziato, perché indagato per abuso d’ufficio, l’assessore De Dominicis, che le era stato segnalato dalla studio Previti, studio del quale ella stessa aveva aveva fatto parte. Però finora non ha voluto rinunciare alla Muraro, sospettata di aver favorito il re delle discariche private Cerroni. Né a Raffaele Marra, ex collaboratore di Alemanno, che ha solo spostato da vice capo del suo gabinetto a capo del personale in Campidoglio. A Salvatore Romeo pare abbia ridotto lo stipendio (che in precedenza aveva triplicato) ma se lo è tenuto in segreteria. Si tratta dei membri del “raggialemanno magico”, come lo chiama Flores d’Arcais. Di quel gruppo di potere che ha portato alla rottura con l’ex assessore (bocconiano) al bilancio e al patrimonio, Minenna, con l’ex capo di gabinetto (magistrato della corte d’Appello di Milano) Raineri e con i dirigenti (che costoro avevano scelto) per Ama e Atac. Sia Stampa che Fatto raccontano, tuttavia, che il direttorio dei 5 Stelle e lo stesso Grillo avrebbero chiesto alla Raggi di riprendersi Minenna, per ridare smalto e operatività alla giunta. Raggi non potrebbe farlo in quanto, nella sorda lotta tra cordate che si è dipanata lungo i mesi estivi, si sarebbe esposta personalmente a fianco dei nemici di Minenna e della Raineri. “È ricattata”, traducono, senza troppi riguardi, i suoi avversari nel movimento. Come finirà? La Caritas spera che il sindaco possa mettersi al lavoro, per provare a rispondere alle attese di chi l’ha votata. Insomma che si eviti alla città di Roma un altro ribaltone come quello che costò la poltrona al sindaco Marino. Tuttavia – ha ragione Freccero – il combinato fra dipendenti pubblici e affaristi privati che ha dominato Roma sia con la destra che con la sinistra puzza quanto una cloaca. E sta, purtroppo, risucchiando la sindaca e il suo movimento.. Continua la lettura di Il pessimismo della ragione

Il pasticciaccio brutto del Campidoglio

Stelle cadenti, titola il manifesto. Ormai il pasticciaccio brutto del Campidoglio chiama in causa il vertice dei 5 Stelle e mette nei guai quello che avrebbe potuto essere il candidato premier del movimento. Repubblica pubblica il testo dei messaggi che sarebbero intercorsi il 4 agosto tra Di Maio e i componenti del mini direttorio romano. Luigi Di Maio: “Quale reato viene contestato a Muraro?”. Fabio Massimo Castaldo (eurodeputato): “Attività di gestione dei rifiuti non autorizzata”. Luigi Di Maio: “Muraro è iscritta nel registro degli indagati?” Paola Taverna: “Posso essere più precisa domani.” Di Maio: “Posso almeno sapere se il 335 è pulito oppure no?” (Il 335 prevede l’iscrizione nel registro indagati senza l’obbligo di inviarne una comunicazione scritta). Paola Taverna: “No, non è pulito”. Il Fatto Quotidiano riproduce la conversazione che Virginia Raggi, il suo portavoce Teodoro Fulgione e Luigi Di Maio (conversazione a tre, Fulgione e Raggi si spartivano un auricolare, avvenuta lunedì scorso). Raggi non vuol mollare la Muraro “Trovatemene un’altra così”, poi a un certo punto avverte Di Maio: “Questa sera Stefano (Vignaroli, parlamentare M5S, vicepresidente della commissione Ecomafie, ndr) ha detto che si ricorda che Paola (Taverna, senatrice del M5S, fidanzata di Vignaroli, ndr) ti ha scritto chiedendo di avvertirti”. Insomma, sei della partita. Continua la lettura di Il pasticciaccio brutto del Campidoglio