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Hillary e Donald, pari sono

Il grido dei sindaci: qui crolla tutto, Corriere. “Controlli in 200mila case”, Repubblica. “Terremoto, emergenza bambini”, la Stampa. I grandi giornali puntano ancora sull’emozione suscitata dal sisma, scelgono di raccontare la paura e lo sconforto piuttosto che analizzare proposte e risposte. Lo fanno, come si dice, per amor di patria? Può darsi. Forse anche perché sentono quanto molti lettori siano ormai stanchi della politica, convinti che l’Italia sia finita in posizione di stallo – bloccata nella palude, si sarebbe detto un tempo – e disperino che qualcuno sia in grado di trovare “la mossa del cavallo”, quella che cambia il corso della partita. Massimo Giannini di Repubblica scrive che “Padoan (nella lettera all’Europa) ha cifrato i maggiori costi per la ricostruzione in due decimi di Pil, cioè 3,4 miliardi”. Ma poi questa cifra non si ritrova fra gli investimenti previsti dalla finanziaria, dove, mal contati, per il sisma ci sono al massimo 600mila euro. Di conseguenza, scrive: “l’Europa teme che la vera “circostanza eccezionale” (per la quale il premier chiede la possibilità di fare più deficit) non sia il terremoto, ma sia il referendum. E cioè che quei 2,8 miliardi di fondi stanziati per il sisma più che a finanziare la messa in sicurezza di case chiese e scuole, servano a coprire le “mancette referendarie”: dalla quattordicesima ai pensionati al bonus alle mamme, dai fondi per il trasporto in Campania ai ponti sullo stretto in Sicilia”. Sospetto infame ma legittimo. Continua la lettura di Hillary e Donald, pari sono

Chi spacchetta è perduto

Sei buono e ti tirano le pietre, sei cattivo… Mi è venuta in mente questa canzonetta di 50 anni fa – la cantava Antoine – leggendo l’intervista del premier-segretario a Severgnini del Corriere. “Tutti a dire negli ultimi due mesi: “Renzi devi essere più umile, meno arrogante”. Allora io dico: se do questa impressione forse sbaglio io e tutti subito a dire: “Vedi ha cambiato tono, ha paura”. Dunque? Contrordine del contrordine. “Spacchettamento del referendum? No, non sarà à la carte”. Si voterà più tardi, forse il 2 novembre, per vedere se prima Verdini convincerà Berlusconi e concordare modifiche all’Italicum, depotenziando così il No referendario. Per il resto, ottimismo: “un accordo per le banche è a portata di mano”. Buonismo: “io voglio bene all’Italia, non avrei votato Virginia Raggi ma sappia che dal governo ci sarà piena disponibilità”. Egocentrismo: “Io sono innamorato dell’Europa. Ho messo 80 milioni di euro per ristrutturare Ventotene che cadeva a pezzi”. Lui, li ha messi! Continua la lettura di Chi spacchetta è perduto

Black Panther

Micah Xavier Johnson, saluta con il pugno chiuso, soldato in Afghanistan e cecchino nero di poliziotti bianchi a Dallas. Non è l’erede del Black Panther Party for Self-Defence, che nacque mezzo secolo fa e di cui tutti seppero nel 1968, quando Tommie Smith e John Carlos vinsero a Città del Messico la gara dei 200 metri e, immobili sul podio, alzarono al cielo il pugno ricoperto da un guanto. Semmai l’erede, inconsapevole, delle Pantere Nere è Diamond Reynolds, la donna che accende il telefono connesso a Facebook e per 8 minuti mostra in diretta la morte del boyfriend, Philando Castile: You told him to get his ID, sir, his driver licence. Oh my god, please don’t tell me he’s dead… he’s just went like that… “Tu gli hai detto di prendere i documenti e il libretto di circolazione, signore. Dio mio, non dirmi che è morto, in questo modo!”. L’autodifesa della gente nera, dall’incubo dell’odio razziale che riaffiora con la crisi e inghiotte la gente bianca in divisa, è uno smartphone. È la rete che diffonde immagini e testimonianze. È la freddezza di Raimond, con la figlia seduta dietro. Continua la lettura di Black Panther