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I sogni contro il nulla

Perdiamo l’anima e ci concediamo una lacrima. Ci manca Dario, il popolo vivo del mistero buffo contro paramenti sacri e menzogne del potere. Riconosciamo la profezia nelle parole di quel piccolo ashkenaze con gli occhi aperti sul passato e il futuro dell’America. Blowin’ in the wind fu scritta nel 63. Nel 63, dopo la rottura con Canzonissima, cominciò la lunga marcia di Dario Fo e di Franca Rame nella cultura popolare. Alla ricerca delle radici su cui costruire il futuro. Dopo 20 anni di pace, di contraddizioni ma di crescita impetuosa, il mondo poteva allora cambiare direzione. Aveva una chance. Forse solo ieri sera ho capito perché un vecchio come Bernie Sanders possa incantare ragazzi di 20 anni. Il racconto di come avrebbe potuto essere, la speranza del domani in quel trascorso. Che perciò diventa valore comune. Tranne per chi ha la pancia troppo piena di potere, o la mente di rancore. Continua la lettura di I sogni contro il nulla

Sfruttamento e muri

La repubblica è fondata sullo sfruttamento del lavoro, dice Maurizio Landini in una intervista al Fatto Quotidiano. Una constatazione più che una denuncia, dopo anni e anni in cui i contratti di lavoro, il welfare, lo strapotere dei sindacati sono stati posti sotto accusa. Ma allora come meravigliarsi se tanti lavoratori svizzeri chiedono, non agli imprenditori ma allo stato, una clausola di prevalenza, di venire cioè favoriti nelle assunzioni (e protetti al lavoro) a scapito degli italiani “frontalieri”? Titola il Corriere: “Prima gli svizzeri? Il 58% vota sì. Il Canton Ticino vuole meno italiani”. Spiegano i giornali che senza questi italiani, che vanno giù e sù per la frontiera, l’economia svizzera crollerebbe. Vero. Ma è vero anche che gli imprenditori che hanno aperto la ditta dalle parti di Lugano pagano un buon 20% di tasse in meno di quante non ne pagherebbero nel varesino o nel comasco. Mentre i lavoratori che si spostano ogni giorno dall’Italia alla Svizzera costano a quegli imprenditori il 30% in meno. Sono repubbliche, le nostre, fondate sullo sfruttamento e sulla delocalizzazione. Dei capitali e del lavoro. I cittadini elettori si sentono dire da decenni che lottare, scioperare, prendere la tessera di un sindacato serve a poco. Per via della crisi, o semplicemente perché così funziona il “sistema”. Perché il capitale ha più diritti del lavoro. Soldi e prodotti corrono per il mondo, i migranti restano imprigionati dai muri a Calais, in Ungheria o sul Brennero. Dunque non resta che cercare un muro dietro cui ripararsi. Continua la lettura di Sfruttamento e muri

Premier e prestigiatore

La faccia del bambino Omram, “a metà coperta dal gesso delle macerie e a metà dal sangue, dice sulla guerra quello che nessuno riesce a raccontare con le parole”, scrive Dacia Maraini. Oggi quella faccia, che parla del martirio di Aleppo, è sulle prime pagine di tutti i giornali. Memento o sigillo per una rimozione? Staffan De Mistura, funzionario dell’Onu e persona per bene, ha sospeso gli aiuti alla città assediata. Cioè ha detto al mondo quello che già è nei fatti: la guerra tra i ribelli (ormai affidati ai gruppi terroristi islamici) e russo-siriani è talmente feroce che gli aiuti non arrivano in città da mesi. La Russia ha allora proposto una tregua di 48 ore. Proposto, non dichiarato. Vuole trattare, chiede che qualcuno fermi per due giorni anche i ribelli, teme di vedersi sfuggire la preda, gli islamisti semi accerchiati. Intanto l’aviazione di Assad ha bombardato un caposaldo curdo: è la prima volta, ed è probabilmente un invito ai Russi perché imbarchino Erdogan (oltre all’Iran che fornisce milizie combattenti e da qualche giorno le basi da cui partono i bombardieri Tupolev) in una soluzione finale del conflitto. Soluzione che terrebbe fuori dai giochi le potenze occidentali, sconterebbe decine di migliaia di “ribelli” morti, per costruire condizioni vantaggiose da cui poi trattare una pace più duratura. Con chi, con i Sauditi, con la mediazione di Israele? Continua la lettura di Premier e prestigiatore

Una manovra da 30 miliardi

Non lasciamoli bighellonare, mettiamoli al lavoro. Togliamo ai richiedenti asilo il diritto di ricorrere in appello. Corriere e Repubblica danno ciascuno – sia pure con titoli meno espliciti di quelli che propongo – la loro propria ricetta per parare l’emergenza profughi che crescerà nei prossimi mesi. Innanzitutto perché crescerà? Perché non potremo più chiudere gli occhi, per scelta o incapacità, e aspettare che il grosso dei profughi si trasferisca (illegalmente) dove voleva andare, cioè nel nord europa. Le vie – l’abbiamo visto a Ventimiglia e al Brennero – saranno se non bloccate controllate. Possiamo, dunque, chiedere loro di lavorare (e quindi pagarsi il soggiorno) mentre sono in attesa del giudizio sul loro diritto d’asilo o sulla espulsione. Si possiamo chiederlo, i comuni che li accolgono possono organizzarsi in tal senso. Ma sarebbe necessario che si trattasse di lavori davvero utili e che si spiegasse bene ai “nativi” come si tratti di lavori per i quali loro non sono disponibili. Possiamo rendere più veloce l’istruttoria giudiziaria che riguarda i profughi? Certo che sì. Lo chiedono tutti quelli che sono venuti per restare, o che non sanno dove altro andare. Ed è vero anche che il diritto d’appello sembra spesso in Italia un modo per rendere più lungo e macchinoso il giudizio. Ho tuttavia forti dubbi che si possa negare a un siriano un diritto che si riconosce a un lombardo. Infine c’è un problema, anzi il problema. Il diritto d’asilo non spetta a chi fugge la fame. Così molti migranti rifiutano di dire le loro generalità. Non si sa chi sono, non si può metterli al lavoro né espellerli, giacché non è noto dove rimpatriarli. Che fare? Si potrebbe, in teoria, dare a ogni migrante un periodo di prova, un permesso con data di scadenza in cambio delle loro generalità. Dopo, o dentro o fuori, con un giudizio che tenga conto anche del loro desiderio e della loro capacità di integrarsi. Ci vogliono soldi, per questo. Senza investire nell’accoglienza non se ne esce. Lo sanno tutti e tutti sanno che l’Europa si nasconde. Continua la lettura di Una manovra da 30 miliardi

Contro Daesh a Sirte alleati ad Aleppo?

Aiutateci adesso! Il Corriere brucia Repubblica e intervista il premier libico Serraj. Non vuole soldati in prima linea – non sarebbero in grado di combattere la guerriglia urbana che si dispiega a Sirte – ma “armi sofisticate”, “ospedali da campo”, “istruttori”, insomma un intervento, armato, nelle immediate retrovie. E naturalmente appoggio ai raid americani: “vediamo con favore la vostra scelta di concedere Sigonella”. Intanto Washington Post informa che un piccolo gruppo di militare americani è già impegnato sul campo con i libici.

Tregua umanitaria per salvare Aleppo. Repubblica apre con la Libia come il Corriere, ma la contro apertura la dedica alla Siria, al dramma di 300mila persone intrappolate nei quartieri martoriati di Aleppo, senza acqua, né frutta e verdura, costrette ad aggirarsi tra le bombe russe e il fumo delle gomme d’auto bruciate per celare possibili obiettivi. Intervista un avvocato rimasto là, poi un volontario anti Assad, ma non islamista. La situazione ad Aleppo è presto detta: l’esercito di Assad, grazie all’aiuto russo, aveva accerchiato le milizie islamiche, ideologicamente affini e alleate di Daesh. Ma grazie all’aiuto saudita, a ingenti carichi d’armi che arrivano dalla Turchia, e al soccorso dei “salafiti” di Al-Nusra – gruppo terrorista che, per l’occasione, dice di essersi allontanato da Al Qaeda – , i ribelli sono riusciti a rompere l’assedio. E noi? Siamo con loro, contro il “macellaio” Assad e il russo cattivo? Continua la lettura di Contro Daesh a Sirte alleati ad Aleppo?

Omofobia e terrore

Terrore nel locale gay, “La sfida all’America”, “la firma dell’Isis”. È quanto raccontano oggi nel titolo di apertura Corriere della Sera , Stampa e Repubblica. Zucconi scrive di una “nuova guerra civile” che “fanatici o ideologici, dal wahabismo al fascismo”, vogliono condurre “contro il male” rappresentato “da un’America pagana e materialista che li manda in bestia”. Stille e Gaggi scrivono delle conseguenze che la strage può avere sulla campagna elettorale negli Stati Uniti; Donald Trump che ha già chiesto le dimissioni di Obama. Mettiamo in fila i fatti: un uomo di 29 anni, un “ragazzo” secondo i nostri telegiornali, ha ammazzato 50 persone e ne ha ferito altrettante in un locale frequentato da omosessuali. Aveva armi da guerra, che in Florida si comprano senza dover lasciare neppure il proprio nome. “Odiava i gay”, dice il padre il quale tuttavia è noto come simpatizzante dei talebani. “Mi picchiava”, fa sapere la moglie. Con una telefonata, l’assassino all’ingrosso avrebbe dedicato la carneficina al califfo dell’Isis. L’FBI non esce meglio da questa storia della polizia francese dal Bataclan. Questo Omar, infatti, nato americano da genitori afgani, era stato controllato ma rilasciato. E aveva persino fatto la guardia giurata a edifici governativi. Continua la lettura di Omofobia e terrore