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L’Europa e quel bisogno di sinistra

Al voto, per evitare la manovra

Dopo la sbornia l’Europa ha il mal di testa

La Grecia in moto. Da Repubblica al Financial Times, dal Corriere della Sera al manifesto -cui si deve quel titolo-, tutti pubblicano una foto della moto con Varoufakis, ministro dimissionario ma nient’affatto sconfitto. Economista, matematico, esperto di teoria dei giochi, per 126 giorni ha fatto quel che doveva: ha svelato come l’eurogruppo e il fondo monetario fossero una tigre di carta. Paurosa all’aspetto, che sprizza dagli occhi sicurezza, anzi sicumera, ma non ha un progetto, se non quello di voler prestare ancora soldi ad Atene a condizioni che Atene non potrà mai rispettare, di perpetrare l’imbroglio della bolla speculativa su cui tutti sediamo, di umiliare governo e popolo della Grecia, ma senza farli scappare. Perché dall’euro non si esce, se non rischiando che l’euro crolli. Perché senza la moneta, l’Europa non è.

 

30 miliardi e il taglio del debito. Sarebbe questo, secondo la Stampa, l’oggetto della “trattativa segreta”, Corriere, della “porta aperta”, El Pais, la soluzione alla paura per il  “caos Grecia” e della “linea dura UE”, di cui parla Repubblica. Se Tsipras ottenesse quei soldi (e quel taglio del debito), non c’è dubbio, l’eurogruppo avrebbe subito una sconfitta, Junker e Schultz dovrebbero andare a nascondersi e Angela Merkel ne uscirebbe spennacchiata. “Ora tutti contro Merkel”, scrive il Fatto ,secondo cui persino Mario Draghi ieri ha tenuto “ferma” la liquidità concessa alla Grecia non in odio a Tsipras ma per costringere i renitenti capi di stato europei a decidere, una buona volta. “La cancelliera stravolta”, narra il Giornale. Per sentirsi meno sola ieri Angela si è appoggiata sul più debole, e sul meno popolare in patria, dei capi di stato europei, sul socialista francese Hollande. E in patria s’è fatta difendere dal suo vice socialdemocartico: solo aiuti umanitari, ha detto Gabriel.

 

In breve, la Germania non sa che fare e prende tempo Può dire no a Tsipras, tra gli applausi del Bundestag. Però in Italia, Francia, Spagna e Portogallo una forte ostilità anti tedesca metterebbe a rischio i governi “alleati”. La Cancelliera si troverebbe sola, con i paesi baltici e dell’Europa dell’est, a sostenere una guerra economica e militare che non ha voluto, contro la Russia in Ucraina. Con gli americani neppure contenti, perché Putin, aiutando Atene, si affaccerebbe nel Mediterraneo,  conterebbe nei balcani, diverrebbe un concorrente temibile e più ostile sullo scenario medio orientale. No, non è roba per un leader doroteo come la Merkel. Perciò prende tempo e non rompe con Tsipras.

 

Mercati, industriali, giornalisti prendono partito. “Non si può far saltare l’Europa per una impuntatura”, dice Squinzi al Sole24Ore. Il Financial Times così titola: “Atene ha offerto l’ultima chance per evitare il crash della moneta unica”. Persino madame Lagarde ora offre danari e apre alla ristrutturazione del debito greco. Svrive Polito, vice direttore del Corriere: “In definitiva si è tornati, solo in condizioni un po’ peggiori, allo stallo di una settimana fa. Speriamo che la mossa (di Tsipras) sia saggia”. Scrive Ezio Mauro, direttore di Repubblica: “Più Europa e più democrazia: è l’unica risposta alla crisi greca dettata dalla visione e non dalla paura”.

 

Inebriarsi si deve, è morto il tiranno, mi ha scritto un’amica filosofa. E qui il tiranno è il pensiero unico, la bugia del capitalismo che il referendum greco ha svelato. Va bene, ma senza esagerare. “Atene ha respinto un colpo di stato”, scrive Luciano Gallino sul manifesto. “Il mercantilismo fondato sulla svalutazione del lavoro è insostenibile” osserva Stefano Fassina. “Una sberla a Bruxelles, a Renzi e ai socialisti europei”, Barbara Spinelli sul Fatto. “Da oggi comincia una nuova storia per tutte le sinistre europee” constata Marco Revelli, ancora sul manifesto, e propone: “mobilitiamoci perché è della nostra stessa pelle che si tratta”. D’accordo mobilitiamoci e non disdegniamo gli alleati che vengono. Dice Enrico Letta alla Stampa: “Il governo giochi da protagonista” Se no “l’Italia rischia una deriva anti europea”

Socialisti in trappola.

“La Germania non affondi l’Europa, sarebbe la terza volta in cent’anni”. Romano Prodi, sulla Stampa, cita Joschka Fischer e coglie la drmmaticità di quel che è successo ieri. 61,31% per il No, 31,68 per il Sì. “Ora della verità in Europa”, scrive El Pais. “L’Europa eviti il suicidio collettivo”, chiede Adriana Cerquetelli del Sole24Ore, e il suicidio comincia con l’uscita della Grecia dall’euro. Ha ragione, ma non è facile per il potente accettare la sconfitta. “Il No spaventa l’Europa” , scrive il Corriere. Sarebbe meglio dire l’Europa dei 19 ministri e dei 25 banchieri. Quel No è stato “uno schiaffo a Bruxelles”, constata Repubblica. Felice e in maglietta Varoufakis annuncia: “Con questo No rotondo andremo a strappare l’accordo”. Risponde Gabriel, vice cancelliere socialdemocratico:  “Tsipras ha rotto tutti i ponti con l’Europa”.

 

“La sinistra in trappola”. Ha ragione Marc Lazar che lo scrive su Repubblica: “L’impatto (del no) è devastante per la sinistra europea nel suo insieme, perché scava al suo interno una frattura più profonda che mai. La sinistra social-democratica, socialista o democratica è stata incapace di adottare una posizione comune”. Infatti è rimasta a gufare, puntando sulla sconfitta di Tsipras per poter poi, generosamente, gettare un tozzo di pane ai Greci. E ora? Ora che la democrazia di Atene ha asfaltato Junker ma soprattutto Schultz? Oggi Hollande tenterà di “coprire a sinistra” Angela Merkel. Ammesso che la cancelliera abbia capito che la Germania non può per la terza volta spaccare l’Europa. Renzi sembra in stato confusionale: fa sapere a Repubblica che Tsipras gli ha chiesto di mediare, ma alla Stampa lascia scrivere “Prendetevi la Grecia, io preferisco fare le riforme”, e sul Corriere si risente per l’incontro Merkel Hollande. “non decidano solo Parigi e Berlino”.

 

La lezione di Atene La mossa vincente, la mossa del cavallo l’ha fatta Tsipras. Quando, ad accordo ormai scritto, la dorotea Merkel ha lasciato la pratica ai burocrati di Bruxelles perché tirassero fuori altre condizioni per umiliare il governo greco, Tsipras ha indetto il referendum. Ha scommesso che la Grecia avrebbe votato con il cuore e la testa, non con la pancia. La Grecia delle troppe Polis che seppero unirsi contro l’impero persiano, la Grecia che ottenne l’indipendenza trent’anni prima dell’Italia, la Grecia dilaniata tra il 42 e il 49 dalla guerra civile fra destre, appoggiate dagli Inglesi, e partigiani comunsiti, la Grecia del referendum che nel 74 depose il Re e cancellò i colonnelli e le ingerenze, questa Grecia non poteva dire Sì agli strozzini del Fondo o al ritorno dal Reich. Tsipras lo sapeva. A differenza di sondaggisti, politici e giornalisti europei. Fubini lo definisce ancora oggi “mentitore demagogo” e invoca i fulmini di Zeus. Fubini è un buon giornalista, ma dovrebbe leggere di storia almeno quanto legge di economia. Alla fine decide la politica, non le “leggi” del mercato.

 

Putin è dietro l’angolo. Pronto a usare la rottura con la Grecia per rafforzarsi a est e penetrare a sud, nel Mediterraneo. Prodi però prevede che “Cina e Usa eviteranno il crollo dell’euro”, imporranno una mediazione. Però così gli Spagnoli, che votano a novembre, e gli Italiani, che hanno un premier senza mandato, sapranno che i vincoli del debito non sono dogmi, capiranno, con Stiglitz, Krugman e Piketty, che non ci sarà ripresa senza un robusto piano di investimenti pubblici (finanziati a debito), vedranno che la moneta unica “è un pane cotto a metà” – sempre Prodi -, da buttar via se non si cambiano i trattati e non nasce un Europa politica, necessariamente più ristretta ma solidale.