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4 giorni e 1/2

4 giorni e 1/2. Poi cominceranno a fioccare gli exit poll, poi le proiezioni e le esternazioni di chi dirà di aver vinto perdendo o gli si leggerà in faccia di aver perso pur vincendo. Dal Friuli alla Lucania, molti mi chiedono: come finirà? Non sono frate indovino né ho consultato, per quel che possano valere, sondaggi segreti e compiacenti. Quel che vedo scrivo. Una campagna per il No, questa volta, si è sviluppata. Nelle sale e salette affittate per le “iniziative”, sui treni e nei caffè, nel volantinaggio ai mercati, – ieri un altoparlante elencava i guasti della “Deforma” alla Porta Genova di Milano -, nella calca degli autobus nelle ore di punta. Un pezzo della sinistra – mi occupo in particolare di sinistra perché, ahimè!, è da lì che vengo – è tornata a battersi per il No, dopo anni che s’era allontanata da partiti e gruppi. La cosa che, personalmente, trovo più incoraggiante è la partecipazione (non troppo rumorosa ma determinante) di tanti giovani. Giovani che trovano pretestuosi gli slogan per il Sì. Specie dopo che Renzi ha annacquato la sua minestra dicendo di voler cambiare l’Italicum, rinunciando a farci eleggere il “sindaco d’Italia”, un premier inamovibile per 5 lunghi anni, che preferibilmente di nome faccia Matteo. Ma così alla fine – dicono queste ragazze e questi ragazzi – la riforma diventa un inutile sfregio alla Costituzione. Mentre per loro la Costituzione, scritta dopo la guerra contro il nazifascismo, da diversi se non da nemici, (De Gasperi e Togliatti, Marchesi e Croce) resta una delle poche cose di cui vantarsi, per cui sentirsi orgogliosi di essere italiani. Ecco, questa ricerca di un tema unitario, di un collante nazionale che ci tenga insieme o ci faccia litigare ma senza dover ricorrere alle armi, senza uccidere né morire, questo sentimento diffuso tra tanti giovani, mi sembra la novità più bella emersa dalla campagna. Un sentimento, neo-costituente o ri-costituente, che si manifesta anche a destra. Sono intervenuto (pensate!) alla scuola quadri della Lega, ho apprezzato Mara Carfagna in televisione – che figura, la Madia! -, ho salutato ex amministratori di centro destra che partecipavano a mie iniziative di sinistra per il No. Continua la lettura di 4 giorni e 1/2

Il futuro incerto (non solo) del premier

Suona la campana per il Monte dei Paschi di Siena. La banca dovrà essere salvata con soldi pubblici (una volta si sarebbe detto “nazionalizzata”). Troppo forte è il rischio che il suo fallimento provochi altri fallimenti, innescando una reazione a catena che tutto potrebbe far saltare. Si discute sulle modalità del salvataggio. La Stampa auspica “Un fondo europeo per le banche”. Una cosa grossa, 150 miliardi netti, una proposta che aiuterebbe MPS ma arriva da Deutsche Bank, colosso tedesco che ha in pancia una gran quantità di derivati finanziari. In realtà un fondo cui attingere ci sarebbe già ed è il fondo salva stati, soldi pure nostri di cui si servirono gli spagnoli per le loro sofferenze bancarie, ma il governo italiano resiste perché non vuole i controlli occhiuti sulle sue finanze cui il ricorso a quel fondo lo esporrebbe. Così propone: paghiamo noi italiani ma via il bail in. La regola europea, sottoscritta da Letta e Renzi, prevede che paghino prima gli azionisti, poi gli obbligazionisti, quindi i correntisti con oltre 100mila euro e che solo dopo possa intervenire lo stato. Purtroppo, come spiega il Corriere, “Obbligazioni subordinate del Monte dei Paschi per complessivi 5 miliardi sono in mano a 60 mila piccoli risparmiatori (2,1 miliardi rappresentati dal bond con taglio minimo da mille euro rifilato alla clientela per finanziare l’acquisto di Antonveneta) e a vari investitori istituzionali (circa 2 miliardi). Un mix che potrebbe scatenare il panico in caso di bail-in”. Renzi non vuol pagare il prezzo politico che ne deriverebbe, perciò chiede un’esenzione dal bail in. Continua la lettura di Il futuro incerto (non solo) del premier

Fassina se n’è ghiuto

Sblocca Italia? No, sblocca contratti. Ci pensa la Consulta. È irragionevole, e dunque incostituzionale, impedire per troppo tempo ai lavoratori del pubblico impiego di contrattare diritti e salario. Non vale per il passato, i conti pubblici sono salvi, ma ora i sindacati avranno un’arma in più nel confronto con il governo. La corte costituzionale si conferma supremo organo di garanzia. Decisiva la prossima elezione di 3 giudici costituzionali. Il quorum è alto, i 3/5 del Parlamento, e ciò potrebbe (e dovrebbe) favorire la nomina di personalità indipendenti.

Fassina se n’è ghiuto. Antonio Padellaro ricorda sul Fatto il verso sprezzante con cui Roderigo di Castiglia, Togliatti, salutò l’abbandono di Vittorini: “se n’è giusto e soli ci ha lasciato..A dire il vero nelle nostre file pochi se ne sono accorti”. Per Stefano Fassina era previsto lo stesso trattamento. Avevano un video -una frase detta nientemeno alla sezione Capanelle del Pd- che, sbattuta in prima pagina il giorno prima della fiducia sulla scuola, doveva dimostrare l’esiguità numerica e l’irrilevanza politica della minoranza scissionisti.

Domani è un altro giorno Non è andata così. Il bello dei giornali è che non hanno pensieri: un errore si può correggere il giorno dopo. E oggi infatti rendono onore a Fassina, costretto a lasciare il Partito di Renzi. Repubblica: “Fassina scuote i dem e lancia un altro partito. Scuola, nuove proteste”. Filippo Ceccarelli si studia, il video triste di quella frase rubata a Capanelle e lo trasforma in un simbolo. “L’addio in periferia. Il gesto anti renziano dell’ex comunista”. Poi l’intervista “Il Pd è prmai pieno di banchieri, la vera sinistra oggi è Papa Francesco”. Sulla Stampa Geremicca descrive bene quale sia il vissuto del partito di Renzi: “Dall’ascesa di Matteo all’incubo di un partito dove non si parla più”. Il Corriere dà dignità al “Progetto di Fassina fuori dal Pd. Al lavoro con Civati e Cofferati”

Atto di forza. Oggi il Senato voterà la legge sulla scuola, senza che la Commissione Cultura abbia potuto discuterne il testo, con un’aula ieri vuota e distratta. Tanto che importa? Non si voterà per la scuola ma sulla sopravvivenza del governo! Ed è probabile che Chiti e Gotor, Gatti e Dirindin, e molti altri, oggi ingoieranno il rospo. Lo dico senza polemica a Cuperlo e a Bersani che si rammaricano per la scelta di Fassina, e prima di Civati. Se se ne sono andati, se anche altri lasceranno, la responsabilità politica sarà vostra, che non avete portato la vostra battaglia in modo coerente. Votando una fiducia come quella posta dalla scuola non si compie un atto di responsabilità. Al contrario si dice all’opinione pubblica che gli insegnanti, pagati due euro e senza contratto da anni, vanno presi a calci nel sedere. In nome della democrazia decidente, di un governo che ottenga ogni delega, del fastidio per il confronto, con i sindacati, nel Pd, in Parlamento.

“Un brutto pasticcio”. “Una norma ad hoc per sospendere De Luca” titola il Corriere. Pare che l’avvocatura dello Stato abbia spiegato a Renzi che solo così si potrà dare il tempo al governatore campano di formare la sua squadra di governo prima di sospenderlo, come la legge esige. Osserva Massimo Franco: “Renzi è costretto a barcamenarsi tra Campidoglio, emergenza immigrati, scuola e sentenza della Consulta sul pubblico impiego: la Campania, per lui, non è una preoccupazione prioritaria…passeranno mesi, con il rischio che intanto la Campania sarà governata come se niente fosse: col rischio che una sentenza negativa invalidi l’attività del presidente. Un brutto pasticcio”.

Berlusconi ritorna. Mentre i PM di Napoli ne chiedono la condanna a 5 anni per corruzione di senatori -ma il processo sarà prescritto- il professor D’Alimonte, vicinissimo al premier, chiede “un baby Nazareno”. Un accordo per varare la riforma del Senato e riaprire l’Italicum, prevedendo il premio di coalizione. Un pasticcio per rimediare a un pasticcio. Michele Salvati scrive sul Corrire “Il centro destra dei moderati (con Salvini?) che può far bene alla sinistra”. Matteo, Matteo quante sciocchezze il tuo decisionista e la tua fretta ci ha lasciato!