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Miracolo sotto la neve

Miracolo sotto la neve, è il bel titolo della Stampa. “I bambini salvati”, grida il Corriere. Salvati, dopo quasi due giorni al buio delle cucine, con poca aria e il silenzio sopra la testa. Ma vivi! Giannelli dà così la buona novella: “Finalmente una manovra correttiva del padreterno”. Però quel padreterno ha agito con le braccia e con il cuore delle donne e degli uomini che hanno scavato di giorno e di notte, che non si sono arresi davanti a quel silenzio tombale, che hanno sperato e hanno osato. Quelli che, primi, sono arrivati a Rigopiano con gli sci coperti da pelli di foca, quelli che quando il mezzo apristrada s’è fermato per mancanza del gasolio non si sono messi a bestemmiare dio e il mondo, ma sono andati avanti. Sono italiani come noi quelli che hanno tratto in salvo 10 persone. E sono anche loro lo Stato Italiano, quello Stato di cui spesso, non a torto, diciamo male. Non hanno scavato a mani nude, avevano – ora lo sappiamo – delle micro telecamere che come serpenti si sono infilati sotto la neve fino a scoprire il respiro dei sopravvissuti. Sapevano come cercare, avevano i mezzi per farlo. Questo miracolo è dunque un miracolo italiano. Anche se questo non chiude le polemiche. Perché per uno solo dei non salvati, per ogni famiglia che lo piange, c’è una Italia che deve chiedere conto dei ritardi, della mancanza dei mezzi per rimuovere la neve, della scelta discutibile di autorizzare la costruzione di un hotel a 1200 metri e all’incrocio di due canaloni. Lì valanghe non se ne ricordavano da decenni, ma bastava guardare la montagna per sentirsi inquieti. Anche il lago Pontchartrain non esondava da un secolo, epperò sovrastava New Orleans, e la speculazione nel tempo avevano seppellito i canali, nessuno più conosceva i piani per l’emergenza e oltre mille persone morirono, lì in America. Continua la lettura di Miracolo sotto la neve

Grillo, il passo del gambero

Europa: schiaffo dei liberali a Grillo, Stampa. Il Corriere parla di “colpo” e non di “schiaffo”, Repubblica preferisce la metafora delle “porte chiuse”. Persino Travaglio, sul Fatto, ammette la “figuraccia” rimediata dal capo carismatico del movimento, che ora se la prende con l’establishment. Volevamo lasciare Farage e abbracciare Verhofstadt – dice Grillo – per fregare l’establishment (non perché fossimo cambiati) ma “tutte le forze possibili si sono mosse contro di noi. L’establishment ha deciso di fermare l’ingresso del M5S nel terzo gruppo più grande del Parlamento Europeo”. Siamo stati fregati – ammette il Sacro Blog – ma “abbiamo fatto tremare il sistema come mai prima”. Che cosa ci fosse dietro questa partita di poker andata male, lo spiega alla Stampa Daniel Cohn-Bendit: “Il M5S aveva bisogno di normalizzarsi, di diventare più accettabile agli occhi degli italiani e dell’Europa…Verhofstadt voleva giocarsi la sua partita politica per conquistare la presidenza dell’europarlamento. E vi immaginate se, ironia della sorte, fosse riuscito a vincerla, battendo due italiani come Pittella e Tajani proprio grazie all’accordo con un movimento italiano? Sarebbe stato incredibile. E personalmente non mi sarebbe dispiaciuto”. Ma in tempi straordinari (e sono davvero straordinari quelli che viviamo) la politica come gioco mostra la corda: lo abbiamo visto con Renzi e il suo “all in” bocciato da 19 milioni di italiani, ora tocca Grillo che, di svolta in svolta, si ritrova al punto di partenza, cioè a metà del guado. Se Grillo vorrà portare l’innovazione del M5S al governo, dovrà spiegare ai suoi 40mila “iscritti certificati”, ai “portavoce” e agli elettori quale Italia il movimento intenda costruire e in che Europa sia disposto a co-abitare. Continua la lettura di Grillo, il passo del gambero

Il pasticciaccio brutto del Campidoglio

Stelle cadenti, titola il manifesto. Ormai il pasticciaccio brutto del Campidoglio chiama in causa il vertice dei 5 Stelle e mette nei guai quello che avrebbe potuto essere il candidato premier del movimento. Repubblica pubblica il testo dei messaggi che sarebbero intercorsi il 4 agosto tra Di Maio e i componenti del mini direttorio romano. Luigi Di Maio: “Quale reato viene contestato a Muraro?”. Fabio Massimo Castaldo (eurodeputato): “Attività di gestione dei rifiuti non autorizzata”. Luigi Di Maio: “Muraro è iscritta nel registro degli indagati?” Paola Taverna: “Posso essere più precisa domani.” Di Maio: “Posso almeno sapere se il 335 è pulito oppure no?” (Il 335 prevede l’iscrizione nel registro indagati senza l’obbligo di inviarne una comunicazione scritta). Paola Taverna: “No, non è pulito”. Il Fatto Quotidiano riproduce la conversazione che Virginia Raggi, il suo portavoce Teodoro Fulgione e Luigi Di Maio (conversazione a tre, Fulgione e Raggi si spartivano un auricolare, avvenuta lunedì scorso). Raggi non vuol mollare la Muraro “Trovatemene un’altra così”, poi a un certo punto avverte Di Maio: “Questa sera Stefano (Vignaroli, parlamentare M5S, vicepresidente della commissione Ecomafie, ndr) ha detto che si ricorda che Paola (Taverna, senatrice del M5S, fidanzata di Vignaroli, ndr) ti ha scritto chiedendo di avvertirti”. Insomma, sei della partita. Continua la lettura di Il pasticciaccio brutto del Campidoglio

Crisi a 5 Stelle

“Prima crisi” o “già paralisi” della giunta Raggi? Ha ragione il Corriere o la Repubblica? Certo è una “tempesta” – scrive La Stampa – quella che si è abbattuta ieri sui 5 Stelle e sul comune di Roma. Il Fatto Quotidiano definisce “Virginia, sindaca dimezzata”. “Il supertecnico Minenna – spiega – porta via i suoi dopo un duro scontro nella giunta Raggi e nel Movimento 5 Stelle”. Secondo questa ricostruzione, che mi sembra la più informata, Marcello Minenna, economista, professore associato alla Bocconi e dirigente Consob, assessore al bilancio con la delega al patrimonio e alle partecipate, ieri si è dimesso dopo l’annuncio, dato via Facebook della sindaca, che la nomina a Capo Gabinetto di Carla Raineri, doveva ritenersi revocata dato che l’anti corruzione l’aveva ritenuta non legittima in quanto a chiamata diretta. Minenna, che aveva fortemente voluto la magistrata milanese, ha considerato quella rimozione un attacco ai suoi poteri e alla sua autonomia. A ruota lo hanno seguito il direttore generale dell’ATAC (azienda pubblica del trasporto) Marco Rettighieri, l’amministratore unico della società, Marco Brandolese, e anche quello dell’AMA (azienda per i rifiuti), Alessandro Solidoro. Il complotto contro Minenna (e la sua squadra di tecnici bocconiani) sarebbe stato ordito dal “Raggio magico” (nomen omen) e cioè dal vice sindaco Daniele Frongia, dal capo della segreteria politica del sindaco, Salvatore Romeo, e dal vice capo di gabinetto Raffaele Marra. “Allibiti” gli avversari a 5 Stelle della Raggi (Roberta Lombardi, Roberto Fico, Carla Ruocco), la Taverna ha denunciato “una perdita enorme”, la sindaca, in lacrime, avrebbe addirittura minacciato – dice il Corriere – le sue dimissioni: “Ora basta o mollo”. Continua la lettura di Crisi a 5 Stelle

Renzi attacca

Renzi attacca, no alla sfiducia, annuncia il Corriere. Eh sì, è tornato. Maria Teresa Meli esulta: “minoranza crollata” – in effetti la sfiducia sulle banche è stata respinta con 178 voti, 19 in più di quelli che bastarono per la “buona” scuola -, “fanno la fila per venire”. Chi? Verdini, naturalmente, ma anche i tre “amici” del sindaco ex leghista Tosi, anche alcuni ex grillini. Repubblica che (disgustata dall’affaire delle statue velate e dalla scelta di far slittare il voto sulle unioni civili a dopo la manifestazione del family day) ignora Renzi in prima pagina e nota in cronaca che ex grillini e ex leghisti sarebbero bastati al governo anche senza i Verdiniani. Giannelli fotografa la realtà disegnando un “rosso” (Bersani), “bianco” (Boschi) e un “Verdini” che, insieme, innalzano al cielo una gigantografia di Renzi e con su scritto “Partito della nazione”. “Renzi non risponde su Etruria e grida al complotto del Fatto”. Continua la lettura di Renzi attacca

Terrore e speranza

A Sultanamhet le moschee sono state costruite a immagine di una chiesa. Il Kamikaze, siriano di origini saudite, – sicuramente dell’Isis, ha ammesso Erdogan – s’è fatto saltare nell’ippodromo bizantino, tra quella chiesa, Ayasofia (divina saggezza), e Sultan Ahmet Camii (o moschea blu), non lontano da Popkapi, il palazzo sul Bosforo che il sultano si costruì inglobando la reggia bizantina. É la città dei turisti, tedeschi (8 ne sono stati uccisi ieri), europei, americani ma anche e soprattutto arabi, persiani, musulmani, sunniti e sciiti. I turchi, mercanti di tappeti, inservienti negli hotel, ristoratori, la sera prendono il traghetto, o la metropolitana, e rientrano nei loro quartieri, dove la vita pulsa tutta la notte. Capita di incontrare a Sultanahmet più donne velate che in tutta Istanbul, magari scortate dal loro uomo in calzoncini e con il cappello all’incontrario, spose dell’Islam ricco, in vacanza premio. Un simbolo, una lezione di storia e di arte, un non luogo e un titolo solo oggi sui giornali. “Istanbul, la strage dei turisti”, la Stampa aggiunge “tedeschi”, il manifesto “colpita al cuore”. Continua la lettura di Terrore e speranza