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Una manovra da 30 miliardi

Non lasciamoli bighellonare, mettiamoli al lavoro. Togliamo ai richiedenti asilo il diritto di ricorrere in appello. Corriere e Repubblica danno ciascuno – sia pure con titoli meno espliciti di quelli che propongo – la loro propria ricetta per parare l’emergenza profughi che crescerà nei prossimi mesi. Innanzitutto perché crescerà? Perché non potremo più chiudere gli occhi, per scelta o incapacità, e aspettare che il grosso dei profughi si trasferisca (illegalmente) dove voleva andare, cioè nel nord europa. Le vie – l’abbiamo visto a Ventimiglia e al Brennero – saranno se non bloccate controllate. Possiamo, dunque, chiedere loro di lavorare (e quindi pagarsi il soggiorno) mentre sono in attesa del giudizio sul loro diritto d’asilo o sulla espulsione. Si possiamo chiederlo, i comuni che li accolgono possono organizzarsi in tal senso. Ma sarebbe necessario che si trattasse di lavori davvero utili e che si spiegasse bene ai “nativi” come si tratti di lavori per i quali loro non sono disponibili. Possiamo rendere più veloce l’istruttoria giudiziaria che riguarda i profughi? Certo che sì. Lo chiedono tutti quelli che sono venuti per restare, o che non sanno dove altro andare. Ed è vero anche che il diritto d’appello sembra spesso in Italia un modo per rendere più lungo e macchinoso il giudizio. Ho tuttavia forti dubbi che si possa negare a un siriano un diritto che si riconosce a un lombardo. Infine c’è un problema, anzi il problema. Il diritto d’asilo non spetta a chi fugge la fame. Così molti migranti rifiutano di dire le loro generalità. Non si sa chi sono, non si può metterli al lavoro né espellerli, giacché non è noto dove rimpatriarli. Che fare? Si potrebbe, in teoria, dare a ogni migrante un periodo di prova, un permesso con data di scadenza in cambio delle loro generalità. Dopo, o dentro o fuori, con un giudizio che tenga conto anche del loro desiderio e della loro capacità di integrarsi. Ci vogliono soldi, per questo. Senza investire nell’accoglienza non se ne esce. Lo sanno tutti e tutti sanno che l’Europa si nasconde. Continua la lettura di Una manovra da 30 miliardi

Contro Daesh a Sirte alleati ad Aleppo?

Aiutateci adesso! Il Corriere brucia Repubblica e intervista il premier libico Serraj. Non vuole soldati in prima linea – non sarebbero in grado di combattere la guerriglia urbana che si dispiega a Sirte – ma “armi sofisticate”, “ospedali da campo”, “istruttori”, insomma un intervento, armato, nelle immediate retrovie. E naturalmente appoggio ai raid americani: “vediamo con favore la vostra scelta di concedere Sigonella”. Intanto Washington Post informa che un piccolo gruppo di militare americani è già impegnato sul campo con i libici.

Tregua umanitaria per salvare Aleppo. Repubblica apre con la Libia come il Corriere, ma la contro apertura la dedica alla Siria, al dramma di 300mila persone intrappolate nei quartieri martoriati di Aleppo, senza acqua, né frutta e verdura, costrette ad aggirarsi tra le bombe russe e il fumo delle gomme d’auto bruciate per celare possibili obiettivi. Intervista un avvocato rimasto là, poi un volontario anti Assad, ma non islamista. La situazione ad Aleppo è presto detta: l’esercito di Assad, grazie all’aiuto russo, aveva accerchiato le milizie islamiche, ideologicamente affini e alleate di Daesh. Ma grazie all’aiuto saudita, a ingenti carichi d’armi che arrivano dalla Turchia, e al soccorso dei “salafiti” di Al-Nusra – gruppo terrorista che, per l’occasione, dice di essersi allontanato da Al Qaeda – , i ribelli sono riusciti a rompere l’assedio. E noi? Siamo con loro, contro il “macellaio” Assad e il russo cattivo? Continua la lettura di Contro Daesh a Sirte alleati ad Aleppo?