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La testa sotto la sabbia

Atene. Tsipras ha rispettato il patto coi creditori. Ha fatto approvare dal Parlamento una riforma delle pensioni e una del fisco che forse superano delle distorsioni tutte greche, ma che pesano in modo insostenibile su quella società: è come se l’Italia avesse varato una manovra – cioè dei tagli – per 48 miliardi, scrive Federico Fubini sul Corriere. Ma l’Unione Europea, il Fondo Monetario e la BCE, loro, non stanno rispettando i patti imposti. Forse perché divisi, con il Fondo che chiede la ristrutturazione del debito greco prima di concedere altri prestiti e i tedeschi che di ristrutturazione non vogliono sentir parlare. Fatto è che l’euro gruppo rimanda Tsipras al 24 maggio. Incubo europeo, per il manifesto. Certo incubo greco! Continua la lettura di La testa sotto la sabbia

Chi di annunci ferisce…

l Pil delude, l’Europa cresce poco, titola il Corriere. Dove l’talica delusione, solo + 0,2%, dopo tanto battage pubblictario, è persino aggravata dalla stagnazione francese nel trimestre e dalla Germania che rallenta, + 0,4. “Leggendo i commenti di ieri – scrive Dario Di Vico- si ha l’impressione che il Pil sia utilizzato, da una parte e dall’altra, per un referendum su Renzi”. È vero, ma la colpa è di Renzi che ha creduto di rendere potabili ogni genere di nefandezze, dall’Italicum alla legge sulla scuola fino alla riforma costituzionale, cantando “vincerò”, promettendo più lavoro per i giovani e nuovi agi per il ceto medio. Invece -constata Di Vico-  nè gli 80 euro nè il jobs act,nè la (poca) flessibilità concessa da frau Merkel al suo scolaro più diligente e neppure “le misure espansive della BCE” hanno “fatto bere il cavallo”. Così, “professando un ottimismo di maniera, (Renzi)  rischia di far diventare incolmabile la distanza tra la comunicazione di Palazzo Chigi e il sentire comune di una larga parte dell’opinione pubblica che stavolta abbraccia élite e popolo”. È l’errore più grave.

Solo quando avranno un presidente nero e ci sarà un papa latino americano, gli USA dialogheranno con Cuba. Fidel l’aveva detto nel 1973, di ritorno da un viaggio in VietNam. É successo: Kerry ieri ha visto sventolare la bandiera a stelle e strisce sul pennone dell’ambasciata americana a Cuba, ha mostrato rispetto per il governo di Raul Castro e ha chiesto più diritti per Cuba. Dopo 54 anni di embargo, di tentativi di abbattere il regime, di guerra non solo fredda. Ora tocca ai cubani accettare la sfida, abbracciare la libertà e i suoi vantaggi, senza tornare quello che erano prima del 59, un bordello e un casinò caraibico per americani ricchi, vecchi e mafiosi. Che sfida!

Tsipras trova l’accordo ma perde Syriza, Repubblica. Alexis ce l’ha fatta, l’Eurogruppo ha approvato il piano di prestiti per altri 86 miliardi, i tedeschi, scavalcati da FMI e BCE, hanno dovuto abbozzare, ma la scissione di Syriza, con Varoufakis che ha votato contro, sembra inevitabile. “L’Europa si vergogni -dice Galbraith a Repubblica- ha ricattato la Grecia e l’ha resa disperata”. Anche se nel protocollo strappato da Alexis ci sono più riferimenti all’autonomia del governo di Atene e capoversi che prevedono una sua libertà di manovra, la sostanza è il ritorno della Troika ad Atene e un piano di sacrifici che, secondo l’economista americano, soffocherà la Grecia. Nikos Pappàs, ministro alla Presidenza del Consiglio, la vede diversamente e presenta “il contro piano” di Tsipras al manifesto. Redistribuiremo il reddito, dice, pagheranno evasori, corrotti e ricchi, non il popolo. La verità – a me sembra è che Tsipras ha perso la partita ma con grande dignità ed è ancora in campo. Merkel, Hollande e Renzi, pieni di guai, non possono gioire. Tutto è ancora possibile, per l’Europa.

La Cina è vicina. Krugman spiega bene su Repubblica (pagina 9) il rallentamento dell’economia cinese, la tentazione di far cassa in borsa, la conseguente bolla speculativa, il tentativo dirigista del potere di riprendere il mano la locomotiva impazzita svalutando. L’economista liberal si dice preoccupato, teme che questi decisori di Pechino non abbiano capito che i mercati non si governano. Forse lo sanno, caro Paul Krugman, ma devono tener conto di una spinta interna che paventano quanto finanzieri ed economisti occidentali. Un tempo la chiamavamo lotta di classe. Non sempre – anzi il più delle volte non- si esprime con un programma politico, ma fa paura e conta lo stesso. Operai, ex contadini inurbati, famiglie cinesi non vogliono più soffocare nell’inquinamento, morire di fabbrica, o regalare ai figli asma e I-phone.

Spade di legno nell’isola che non c’è

La Cina svaluta,tremano le monete, Repubblica. Svaluta perchè la sua economia non riesce a mantenere la crescita sopra il 7%. Svaluta perchè troppi capitali si spostavano in borsa gonfiando una pericolosa bolla finanziaria. Svaluta e raffredda la ripresa americana, esporta inflazione nei paesi emergenti, ricaccia l’Europa nella palude detta stagnazione.

Atene, c’è l’intesa, sempre Repubblica. Perchè i creditori non vedevano l’ora di poter dire che i loro crediti non sono del tutto andati in fumo e che si può prestare altro denaro alla Grecia. Però “la Germania inietta prudenza”, scrive Financial Times. Tsipras ha concluso l’accordo troppo in fretta. E le formiche tedesche temono il ritorno delle cicale, stavolta non greche ma meritaste.

L’Europa restituisce 12mila migranti all’Italia, Stampa. Pare che Francia, Svizzera, Austra ci rimandino indietro parte di quelli che abbiamo lasciato passare perchè non volevano restare da noi. Nuova strage e si apre il fronte greco, Corriere. In poche settimane 7mila arrivi solo a Kos, isola con 30mila abitanti. Polizia impsostengono aurita e dunque cattiva, il sindaco paventa “una strage”. L’Europa resta assopita.

Tutto va bene nell’isola che non c’è. Peter Pan incrocia la spada di legno con Gufi e tribù dei Musi Lunghi. 100mila visitatori all’expò: colpiti! Più precari a tempo indeterminato: giocate contro l’Italia ma con me perdete sempre! Eppure “La ripresa stenta, prezzi fermi a luglio (-0,1%) e per il PIL solo + 0,2%”, Repubblica Economia. Peter Pan conta che i lettori dell’isola che non c’è non arrivino mai a pagina 24.

La riforma dà troppi poteri al premier. Scalfari replica con affetto alla lettera dell’amico Napolitano. Con parole mie:
Una legge viene detta “maggioritaria” quando gli elettori liberamente concorrono a mandare in Parlamento chi prende più voti nel collegio. Gli altri restino fuori, L’Italicum elegge invece i deputati con la proporzionale, ma concede a un solo partito (e al suo capo) un premio sicuro: al primo turno se raggiunge il 40%, o comunque al secondo, per pochi che siano i votanti e i consensi ottenuti dal vincitore.

Il premier nomina 100 capo lista, promuove, grazie al premio conquistato, 120 deputati del suo partito che altrimenti non sarebbero stati eletti. Controlla le sue truppe e domina sui 630 onorevoli di Montecitorio. A Palazzo Madama solo 100 senatori dopolavoristi (consigliere in Calabria, costituzionalisti a Roma) e nominati in ogni regione da un conclave dei partiti, grandi e piccoli.

Se Mattarella non batte i pugni, come gli rimprovera Grillo, il prossimo Presidente farà pat-pat sulla spalla del premier. Perchè a nominarlo sarà stata quest’ultimo, senza più infingimenti. E sempre il premier gli sussurrerà i nomi dei 5 giudici costituzionali su 15 di sua nomina. Altri 3 saranno indicati dalla maggioranza parlamentare. 8 su 15: è fatta.

Una volta in senato ebbi a dire a Matteo Renzi: Pare che tutti lo chiedano e forse anch’io, se fossimo nell’antica Roma, ti concederei quella magistratura straordinaria cui si ricorreva quando la Repubblica si sentiva in pericolo. Ma alla fine di un breve mandato, il dictatorrestituiva i poteri al Senato e tornava alla sua Villa o al suo campo. Qui stiamo  truccando, in modo duraturo, le regole del gioco.

Vecchi stalinisti e nuovi ideologi dell’impresa sostengono che il problema non esiste e cha la nostra democrazia non corre pericoli. Hoc est simplicissimun, avrebbe detto José Arcadio Buendia: costoro non hanno mai avuto cultura del diritto né tantomeno cultura liberale.

 

Italia,Europa, House of Cards

La causa del disastro greco è politica ed europea. Lo ha scritto Varoufakis sul Guardian e oggi i titoli di Corriere e  Repubblica gli danno ragione: “Berlino non si fida di Atene”, “Tsipras divide l’Europa”. Schäuble ha diffuso ieri un documento in cui si chiede alla Grecia di uscire dall’Euro per 5 anni e di sbrigarsela. Però la Francia sostiene Atene fino al punto -si dice- di aver scritto con i greci il documento sui tagli. Si è dunque creato un “cuneo tra Parigi e Berlino”. E Adriana Cerebelli, del Sole, dice che il merito è di Tsipras: La Grecia  era “a un passo dall’uscita dall’euro. E il vertice era stato convocato per oggi solo per prenderne atto Invece con una capriola politicamente spericolata, incassando prima il fragoroso no referendario (61,3%) all’offerta rigorista dei creditori e poi il sì parlamentare (251 su 300 voti) ancora più sonoro, quasi sulla stessa proposta, il premier ellenico pur capitolando davanti ai creditori ha rilanciato la palla nel campo avversario”.

L’Euro, tra accordo di cambio e moneta di stato. La contraddizione della moneta europea – spiega Varoufakis- non poteva reggere dopo la crisi del 2008/9. L’Europa si trovava davanti alla scelta: o trasformarsi in federazione (dunque uno stato) o espellere la Grecia per dare una lezione (di rigore) ai francesi (e a spagnoli e italiani). I tedeschi hanno scelto la seconda soluzione e hanno usato la Grecia. Perciò Schäuble e sodali hanno rifiutato di ristrutturare il debito in cambio di riforme economiche,  per spingere la Grecia fuori dalla moneta unica. Con lo scopo finale to put the fear of God into the French and have them accept his model of a disciplinarian eurozone (di imporre il timore di Dio ai francesi e fargli accettare un modello tedesco di disciplina. Come finirà? Il Corriere parla di “Scelta impossibile della Merkel  rompere col suo partito o con l’Europa”. O si passerà il cerino a Tsipras: “riforme in 7 giorni”, sperando che il consenso che ha si sgretoli.
House of Cards alla fiorentina. Le intercettazioni non hanno rilievo giudiziario, ma secondo  certi commentatori non avrebbero neppure rilievo politico. Tanto si sa che “la conquista del potere passa attraverso ricatti, pressioni giochi”. Però così -osserca Michele Prospero sl manifesto- “Il voto perde ogni valore di investitura. Le urne, convertite in una ratifica tardiva di scelte già maturate nel palazzo, tessute dietro le quinte. Il sistema diventa un congegno autoreferenziale. Le maggioranze si decompongono in aula con i ritrovati magici di formule variabili che nulla hanno a che vedere con il mandato elettorale originario. Salta il circuito ascendente della legittimazione: quello che collega governanti e governati attraverso il voto competitivo”. E il primato della politica come gioco di potere uccide la politica democratica!

La riforma della Rai arriverà in aula con un accordo Pd Forza Italia. Resta la commissione di vigilanza. Il DG -ora si chiama AD, mministratore delegato- sarà sempre nominato dal governo e il Presidente dovrà sempre avere il gradimento dell’opposizione. I direttori dei Tg verranno ancora scelti con prassi consociativa. Tuttavia il governo ottiene la delega sulle risorse, che userà come la Troika i prestiti alla Grecia: per tenerla sotto l’incubo del fallimento. Poi riscriverò le regole -altra delega- con Sky e Mediaset, per spartire la torta del nuovo duopolio. Senza televisioni libere e in concorrenza, la democrazia resta malata. Il nuovo potere, continua a muoversi sulle orme del vecchio.
“Prendete un fiore dalle corone, portatelo a casa, è Santo che ve lo dona”. Don Ciotti ha salutato così l’amico Della Volpe. Ha spiegato che il regno dei cieli è di chi -come Santo- non si arrende, di chi sostiene sempre le persone più in difficoltà, e cerca con impegno ostinato la verità per raccontarla. Conosco Ciotti da tempo, ma ieri, ascoltandolo in Sant’Agnese, ho sentito nelle sue parole la chiesa. Di Francesco.

Socialisti in trappola.

“La Germania non affondi l’Europa, sarebbe la terza volta in cent’anni”. Romano Prodi, sulla Stampa, cita Joschka Fischer e coglie la drmmaticità di quel che è successo ieri. 61,31% per il No, 31,68 per il Sì. “Ora della verità in Europa”, scrive El Pais. “L’Europa eviti il suicidio collettivo”, chiede Adriana Cerquetelli del Sole24Ore, e il suicidio comincia con l’uscita della Grecia dall’euro. Ha ragione, ma non è facile per il potente accettare la sconfitta. “Il No spaventa l’Europa” , scrive il Corriere. Sarebbe meglio dire l’Europa dei 19 ministri e dei 25 banchieri. Quel No è stato “uno schiaffo a Bruxelles”, constata Repubblica. Felice e in maglietta Varoufakis annuncia: “Con questo No rotondo andremo a strappare l’accordo”. Risponde Gabriel, vice cancelliere socialdemocratico:  “Tsipras ha rotto tutti i ponti con l’Europa”.

 

“La sinistra in trappola”. Ha ragione Marc Lazar che lo scrive su Repubblica: “L’impatto (del no) è devastante per la sinistra europea nel suo insieme, perché scava al suo interno una frattura più profonda che mai. La sinistra social-democratica, socialista o democratica è stata incapace di adottare una posizione comune”. Infatti è rimasta a gufare, puntando sulla sconfitta di Tsipras per poter poi, generosamente, gettare un tozzo di pane ai Greci. E ora? Ora che la democrazia di Atene ha asfaltato Junker ma soprattutto Schultz? Oggi Hollande tenterà di “coprire a sinistra” Angela Merkel. Ammesso che la cancelliera abbia capito che la Germania non può per la terza volta spaccare l’Europa. Renzi sembra in stato confusionale: fa sapere a Repubblica che Tsipras gli ha chiesto di mediare, ma alla Stampa lascia scrivere “Prendetevi la Grecia, io preferisco fare le riforme”, e sul Corriere si risente per l’incontro Merkel Hollande. “non decidano solo Parigi e Berlino”.

 

La lezione di Atene La mossa vincente, la mossa del cavallo l’ha fatta Tsipras. Quando, ad accordo ormai scritto, la dorotea Merkel ha lasciato la pratica ai burocrati di Bruxelles perché tirassero fuori altre condizioni per umiliare il governo greco, Tsipras ha indetto il referendum. Ha scommesso che la Grecia avrebbe votato con il cuore e la testa, non con la pancia. La Grecia delle troppe Polis che seppero unirsi contro l’impero persiano, la Grecia che ottenne l’indipendenza trent’anni prima dell’Italia, la Grecia dilaniata tra il 42 e il 49 dalla guerra civile fra destre, appoggiate dagli Inglesi, e partigiani comunsiti, la Grecia del referendum che nel 74 depose il Re e cancellò i colonnelli e le ingerenze, questa Grecia non poteva dire Sì agli strozzini del Fondo o al ritorno dal Reich. Tsipras lo sapeva. A differenza di sondaggisti, politici e giornalisti europei. Fubini lo definisce ancora oggi “mentitore demagogo” e invoca i fulmini di Zeus. Fubini è un buon giornalista, ma dovrebbe leggere di storia almeno quanto legge di economia. Alla fine decide la politica, non le “leggi” del mercato.

 

Putin è dietro l’angolo. Pronto a usare la rottura con la Grecia per rafforzarsi a est e penetrare a sud, nel Mediterraneo. Prodi però prevede che “Cina e Usa eviteranno il crollo dell’euro”, imporranno una mediazione. Però così gli Spagnoli, che votano a novembre, e gli Italiani, che hanno un premier senza mandato, sapranno che i vincoli del debito non sono dogmi, capiranno, con Stiglitz, Krugman e Piketty, che non ci sarà ripresa senza un robusto piano di investimenti pubblici (finanziati a debito), vedranno che la moneta unica “è un pane cotto a metà” – sempre Prodi -, da buttar via se non si cambiano i trattati e non nasce un Europa politica, necessariamente più ristretta ma solidale.

La democrazia ateniese

“Roulette greca”, è il titolo scelto dal manifesto. “Trattativa disperata”, Repubblica, “l’Europa premere, ora Atene ha paura” Corriere, per la Stampa “si va ai supplementari”. Quello che è successo ieri è presto detto. Junker, dopo aver chiesto ai greci di votare “Nai,Sì”, contro il loro governo, ci ha ripensato, e ha offerto a Tsipras di aprire al taglio del debito in cambio della revoca del referendum. Tsipras prima ha risposto “non accetto ricatti”, poi ha fatto una contro proposta: mettiamo per iscritto che il debito si ristruttura e assicurate alla Grecia liquidità per altri due anni. Junker ha subito convocato l’eurogruppo per le 19 di ieri. A questo punto Angela Merkel ha deciso di salvare la faccia, bloccando le oscillazioni scomposte del “suo” presidente delle commissione: “di nuove trattative ne parleremo ma solo dopo il referendum”. Così, mentre in serata piazza Syntagma è stata riempita dai greci per il sì, la trattativa prosegue al telefono ma non si sa bene su cosa né per cosa. E tutti attendono il referendum e il verdetto che uscirà domenica notte dalle urne.

 

Questa volta i Greci decidono per tutti noi. Proprio così.  La mossa di Alexis, sarà pure un autogol -come fanno intendere tanti,troppi,  editorialisti e giornalisti economici- ma ha rimesso il suo popolo al centro della scena. Ha imposto la democrazia ateniese. Se prevarranno i sì avrà vinto l’Europa della Merkel, se i no, l’Europa dovrà cedere alla piccola Grecia o prepararsi a scivolare verso l’ignoto. Atene ferita, Atene a bancomat spenti, Atene che ha paura ma vorrebbe vender cara la pelle. Pensate che turbinio di sentimenti e che senso della storia peseranno su ciascun elettore greco. Democrazia vuol dire governo del popolo. Libertà, possibilità di scegliere il futuro.

 

Ad Atene, ad Atene. Obama chiama Merkel e le dice: “non facciamo della Grecia il primo stato fallito dell’Occidente causando gravi danni all’economia Usa e avvantaggiando Vladimir Putin nel Mediterraneo Orientale”. Lo racconta Maurizio Molinari. Persino Renzi, ieri in assetto di guerra contro Tsipras, oggi fa il cerchiobottista, telefona ad Alexis e corre da Angela. Grillo domenica sarà ad Atene. Un giornale dei mercati, come il Financial Times ospita un appello pro Grecia firmato da Stiglitz, da Piketty e pure da Massimo D’alema. Fassina, Dattorre, Vendola, anche loro saranno in Grecia domenica. E Landini, coalizione sociale, ha indetto una manifestazione per la Grecia, venerdì.

 

Crollano le certezze, svanisce l’ottimismo di maniera. Anche da noi. “Con i tassi in risalita l’Italia vede risalire due miliardi di risparmi, Crescita in bilico”, scrive Repubblica. “La doppia incertezza sui conti italiani” dice il Corriere: “a maggio persi 63mila posti di lavoro, la manovra correttiva sarà di 20 miliardi”. E Massimo Franco chiama in causa “le priorità del governo. I dati dell’Istat rilanciano -scrive- i dubbi sull’efficacia del Jobs act mentre l’esecutivo insiste sulla riforma costituzionale”. Osservo da tempo che purtroppo la ripresa di cui si parla è solo statistica: muove qualcosa nel mondo dei numeri (e fa sperare) ma per ora non arriva nelle tasche del ceto medio né offre speranze di lavoro ai giovani. Quando a settembre arriverà la nuova ondata delle tasse, si diraderanno le nebbie sulla manovra, si riarpirà il fronte della scuola, il tutto con l’incognita spaventosa dell’area euro che traballa, sarà difficile per Renzi ripetere: “tranquilli, ho fatto le riforme”.

 

Chi lavora di più guadagna di più. Lo ha deciso Barak Obama. In America chi guadagnava più di 23 mila e 600 dollari l’anno non aveva il diritto al pagamento degli straordinari. Lavorava in più gratis. Non andrà più così perché servono dollari. Da spendere.

Non passi lo straniero,Tsipras o Iglesias

“Se fallisce l’euro fallisce anche l’Europa”. Si sapeva ma ora è stato detto, da Angela Merkel. Nel male e nel bene questa signora è la sola a guidare l’Europa, gli altri capi di governo fanno “Ola”, si comportano da  cortigiani. “‘L’incognita grecia scuote l’Europa”, scrive il Corriere. Per Repubblica, “Atene affonda le borse”. Che “bruciano 287 miliardi. Milano perde il 5,17%”. Sale lo spread ma su questo Draghi riesce a contenere il danno: il differenziale fra titoli italiani e tedeschi si ferma, per ora, all’ 1,59%. Va peggio la Spagna, spread al 2,39 pe cento

L’appello di Juncker, votate sì. Visibilmente commosso, il Presidente della Commissione ha addossato a Tsipras   la colpa della rottura, ha tirato fuori una proposta “più generosa” e mai presentata al tavolo della trattativa, ha chiesto ai Greci di bocciare il loro governo.  Stampa: “Tsipras in TV: respingiamo i ricatti”. Sotto la folla per il No, ieri, in piazza Syntagma. “Non vogliono davvero farci uscre dall’euro, ha detto Tsipras, ma cercano di umiliarci e di cacciare il nostro governo. Poi rivolto ai concittadini: votate Ochi, No, e gli faremo cambiar linea.

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