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La mafia dell’antimafia

Assessori in piazza e scontri a Napoli. “Renzi: vado avanti”, è il titolo del Corriere. Repubblica commenta i fatti di ieri facendo un salto nel passato di quasi mezzo secolo e riesumando, con Stefano Folli, il “boia chi molla”, comitato di lotta composto da giovani fascisti e manovrato da uomini d’affare e mafiosi che per lunghi mesi tenne il controllo di Reggio Calabria. Contro lo stato che non voleva farla capitale della regione e contro il vento del Nord: Fiom-Fim-Uilm portarono migliaia di operai fino a Reggio per difendere le istituzioni. Insomma contro l’Italia che voleva rinnovarsi. Oggi il “boia chi molla” partenopeo, sarebbe guidato dal sindaco De Magistris – due suoi assessori erano ieri in piazza -, e riunirebbe un fronte eterogeneo, dai 5 stelle ai centri sociali, forse (chissà?) appoggiato dalla Camorra. Esultano, secondo la Stampa: “I fedelissimi del capo del governo: sono più voti per noi”. Al centro dello scontro, la bonifica e il riuso dell’area ex Ilva di Bagnoli. Il governo promette soldi – non quanti ne servirebbero – e garantisce gli appalti a grandi gruppi, Caltagirone in testa, rifiutando la concertazione con il Comune, riunendo “un tavolo di regia” che serva solo a fare quel che a palazzo Chigi s’è deciso di fare. Continua la lettura di La mafia dell’antimafia

La sinistra che c’è, quella che manca

Un partito a sinistra, il caso agita il Pd, Corriere. “Renzi a D’Alema: i conti li faremo al congresso”, la Stampa. Sempre Renzi, ma per Repubblica: “Da D’Alema un distillato di odio, vuole farmi perdere”. “Nel Pd un nuovo 48” dice Giannelli e disegna l’ex leader che affigge un manifesto con su scritto “Ha da venì Baffino”. “Peso Massimo”, commenta il manifesto. Quello che accade è presto detto: l’unico “politico” – vi piaccia o no- della sinistra italiana prima di Renzi sta dicendo a Cuperlo, che gli fu amico, A Prodi di cui fu alleato e antagonista, a Bersani, ultimo segretario del partito erede del partito post-post-comunista che Renzi ha ormai vampirizzato quella tradizione. Nel Partito di Renzi, o della Nazione, accorrono personaggi che vogliono esercitare il potere per il potere, fuori da ogni logica destra-sinistra, per migliorare le cose – dicono – ma quando e se si può, per sollevare l’Italia grazie al loro comando. Per esistere, dunque, Cuperlo, Bersani, Speranza, Prodi, Bindi, dovrebbero ri-conquistare la loro primavera sfidando Renzi in campo aperto. Ciò comporta una scissione? D’Alema non ne è certo. Continua la lettura di La sinistra che c’è, quella che manca

Ridurre le tasse,rinviare il voto

Ostentando il solito atteggiamento da pugile spaccone, come scrive Di Vico sul Corriere, Renzi mostra la sua dote principale: quella di essere un politico senza ispirazione ma attento ai rapporti di forza, capace di ridurre il danno, dividere gli avversari, scegliere la linea di minore resistenza. Nn mi credete? Leggete con un po’ di distacco i giornali in edicola.

Caso Crocetta, elezioni ma non subito. Spiega Maria Teresa Meli : “il premier non intende far cadere subito Crocetta per evitare effetti domino”. Dove per effetto domino s’intende la probabile vittoria dei 5 Stelle se si votasse in ottobre. Meglio traccheggiare, dare qualche metro di corda a Crocetta, presentare il voto in Primavera, in Sicilia e a Roma, come una sorta di giudizio di Dio contro il “vecchio” Pd.

Facciamo tre leggi, poi si può votare, dice al manifesto Rosario Crocetta. “Una per completare la riforma delle province, la seconda per l’acqua pubblica, la terza per i poveri”. L’attendismo del premier conviene al governatore per non lasciare la scena col pubblico che fischia in sala: “non posso farmi da parte -dice- davanti a una macchinazione di queste proporzioni”. Così la vittima presunta – “la mafia ha lanciato una fatwa spiegando che prima di uccidermi bisogvava distruggere la mia immagine”- andrà per qualche tempo a braccetto con il presunto mandante -cioè il Pd di Renzi, che lo stesso Crocetta accusa da tempo di essere il burattinaio della propria sventura.

“Tramavano sulla sanità,Crocetta mi ha taciuto tutto, isolata dal primo giorno, ecco perchè lascio”. L’intervista di Lucia Borsellino a Repubblica si abbatte come un maglio sull’intesa tattica fra i due istrioni. Sullo sfondo la sanità siciliana, 9 miliardi di spesa, unica “industria” sopravvissuta nell’isola. E gli interessi di chi si spartisce la torta e ci vuole far carriera. Diciamolo chiaro: vecchio Pd e Megafono hanno vinto le elezioni nel 2012 perchè la destra era a pezzi e la grande mafia non ci teneva troppo a spartirsi i debiti della regione. Ma la borghesia mafiosa diffusa non poteva mollare la presa (della sanità e degli appalti) e in seguito s’è accreditata presso i nuovi vicerè, il sulfureo Crocetta, l’oscuro Faraone. Su Lucia Borsellino, la “rivoluzione” e i siciliani onesti è calata la coltre del silenzio, interrotto dallo strepitio dei galli (politici) in continua guerra fratricida.

Rinvio a Palermo, rinvio a Roma. Questa sera Rosy Bindi dovrebbe riferire all’Antimafia “in merito alle vicende note come mafia capitale”, ma il capogruppo (renziano) del Pd in Commissione, Mirabelli, propone di rinviare. “Inopportuna una presa di posizione della commissione -scrive Mirabelli- prima delle determinazioni del governo”. L’abilità manovriera del Premier, la necessità di aspettare, prende ormai in ostaggio i cittadini siciliani, i romani rivoltati e le istituzioni.

Prender tempo, perchè? Consiglio la lettura di Luca Ricolfi, sul Sole, e di Dario Di Vico, Corriere. Scrivovo della rivoluzione Copernicana – e lo slogan in verità li offende- rappresentata dal taglio alle tasse. Entrambi hanno dubbi sulle coperture economiche, magari sospettano che si toglierà un balzello per imporne un altro, ma sottolineano “la svolta coraggiosa”, Ricolfi, “la forte discontinuità”, Di Vico. Consiste questa discontinuità coraggiosa nel fatto che Renzi  non abbia detto “il governo ridurrà la pressione fiscale”, ma “il Pd ridurrà le tasse”, rompendo  così l’antico cordone ombelicale con la sinistra italiana e la socialdemocrazia europea, le quali usavano mettere sempre  al primo posto il finanziamento del Welfare State. Da liberali, Di Vico e Ricolfi, se ne compiacciono e per un giorno tacciono su tutto quello che questa svolta renziana si porta dietro: la sussunzione della “nuova” sinistra in un solo uomo, la dittatura del governo su partiti e Parlamento, la sostituzione della contrattazione ( antica pratica sindacale ma anche liberale) con il dono, detto bonus, che è concessione tipica del monarca illuminato o, se preferite, del riformista autoritario. Prima spegnere i focolai di resistenza nel Pd, poi attribuire alla vecchia sinistra ogni sconfitta alle amministrative, infine lanciare  il nuovo conio, il partito della nazione, per vincere e governare il più a lungo possibile.