La sinistra che c’è, quella che manca

Un partito a sinistra, il caso agita il Pd, Corriere. “Renzi a D’Alema: i conti li faremo al congresso”, la Stampa. Sempre Renzi, ma per Repubblica: “Da D’Alema un distillato di odio, vuole farmi perdere”. “Nel Pd un nuovo 48” dice Giannelli e disegna l’ex leader che affigge un manifesto con su scritto “Ha da venì Baffino”. “Peso Massimo”, commenta il manifesto. Quello che accade è presto detto: l’unico “politico” – vi piaccia o no- della sinistra italiana prima di Renzi sta dicendo a Cuperlo, che gli fu amico, A Prodi di cui fu alleato e antagonista, a Bersani, ultimo segretario del partito erede del partito post-post-comunista che Renzi ha ormai vampirizzato quella tradizione. Nel Partito di Renzi, o della Nazione, accorrono personaggi che vogliono esercitare il potere per il potere, fuori da ogni logica destra-sinistra, per migliorare le cose – dicono – ma quando e se si può, per sollevare l’Italia grazie al loro comando. Per esistere, dunque, Cuperlo, Bersani, Speranza, Prodi, Bindi, dovrebbero ri-conquistare la loro primavera sfidando Renzi in campo aperto. Ciò comporta una scissione? D’Alema non ne è certo. Pensa, infatti, che il successo di Renzi sia molto fragile. Con perfidia, ieri ha suggerito a Cazzullo “Il problema non è Verdini, che è uomo intelligente e molto meno estremista di alcuni suoi partner del Pd. Verdini ha capito che se Renzi rompe con la sinistra va dritto verso la sconfitta, magari in un ballottaggio con i Cinque Stelle. Per questo, capendo di politica, è preoccupato”. Tradotto: se Renzi venisse sfidato da “sinistra”, non servirebbe più alla destra e ai poteri che, probabilmente, lo abbandonerebbero. Renzi lo sa e le buone pratiche del governo stanno nell’andare in Tv e lavorare al corpo gli avversari, secondo il noto schema “Gufi! Da che pulpito! Populisti.”. Scompaiono la politica, i bisogni delle persone, le ragioni della sinistra, persino il buon senso.

Ma voi non credete che il renzismo sia fragile e diffidate di D’Alema? Allora Sentite questa. Ieri mattina mi sono trovato nello studio de “L’aria che tira” a fianco di Velardi e di una Morani, deputata del Pd, già esagitati in difesa del provvedimento del governo sulle banche. A un certo punto Myrta Merlino si è collegata con Salvini che era in Sicilia, circondato da agricoltori che protestavano contro la concorrenza dell’olio tunisino e dei pomodori marocchini. Che fanno i due? Ignorano le ragioni della protesta e si mettono a starnazzare contro Salvini per le quote latte. Fino a quando il leghista si toglie il microfono e lo consegna agli agricoltori. Capite, che assist? E non dipende solo dalla imbecillità dei due. Matteo occupa, infatti, tutto lo spazio della politica. Siccome non sa cosa vorrà fare dopodomani, perchè lo decide all’ultimo in base al suo straordinario intuito, ai sostenitori può lasciare solo il compito di difffondere le buone pratiche del governo e di lavorare al corpo gli avversari, secondo il noto schema “gufi, da che pulpito, populisti, sfasciacarrozze”. Scompaiono la politica, i bisogni delle persone, le ragioni della sinistra, persino il buon senso.

Renzi ha bisogno che a sfidarlo siano personalità isolate, che la minoranza, restando nel Pd, confermi il suo diritto a decidere in nome della maggioranza. Di conseguenza sposta lo scontro a ottobre, quando si terrà il referendun costituzionale – come potrà la minoranza non votare nell’urna quello che ha votato in Senato? – , e poi nel 2017 quando si terrà un congresso, senza più gli iscritti e i simpatizzanti d’un tempo e con nuovi adepti a lui fedeli. Solo dopo, sperando che la ripresa lo incoroni o, al contrario, che il precipitare della crisi lo faccia apparire necessario, si sottoporrà al giudizio degli elettori. E al limite, se i sondaggi gli promettessero una sconfitta certa, chiederebbe alla Boschi di stracciare l’italicum e tornare alla proporzionale perché Nessun vinca! L’uomo è fatto così. Perciò non si può stare al suo gioco ed è necessario sfidarlo. Civati, Fassina, D’Attorre, Fratoianni, Cofferati provano a farlo. Io stesso sono in viaggio per Torino dove presenterò “Lezione di Greco” insieme ad Airaudo, candidato sindaco di Sinistra Italiana. Però sbaglia Cofferati quando chiede, oggi al Corriere, che si trovi “un minimo comun denominatore tra le nostre diverse anime”. Serve un multiplo, non un denominatore. Collocarsi nello spazio che resta tra Partito di Renzi e M5S significa rassegnarsi a una navigazione elettorale, che permetterà di conquistare qualche consigliere e, quando sarà, una pattuglia di deputati, ma condannerà questa sinistra all’irrilevanza. Ma io ero “amendoliano”, obietta Cofferati, e Bassolino “ingraiano”. E io trotschista-mineiano e Civati nuovista e Tocci cattolico e berlingueriano. Lo so, ma penso che solo una franca, spregiudicata, pubblica discussione sull’Europa, il ruolo del mediterraneo, la crisi del capitalismo finanziario, i beni comuni e i consumi collettivi, il futuro del lavoro al tempo della quarta rivoluzione industriale, solo questo potrà riscattarci da un passato di sconfitte. Sarebbe “divisivo” discutere così? Sono i contrasti che celano aspirazioni alla leadership che hanno estenuato, non il dibattito politico che invece langue da troppo tempo. Un soggetto nuovo non può nascere da una mediazione tra personalità note e dall’appello alle virtù salvifiche dei territori. Il problema è tutto qui.

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