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La destra s’è rotta

Bitonci dopo Marino. Ero a Treviso a una manifestazione per il No, con il senatore 5 Stelle Girotto, quando, a pochi chilometri, una maggioranza di consiglieri, Forza Italia, Pd, 5Stelle, liste civiche, depositava le firme dal notaio per far cadere il sindaco leghista di Padova Bitonci. La prima considerazione è che la legge elettorale per i comuni ha smesso di funzionare. Il sindaco eletto al primo turno è in genere il capo fila di una coalizione impossibile che, per vincere, riunisce tutto e il contrario. Al ballottaggio, invece, prevale in genere l’outsider, ma anche in questo caso è probabile che i principali partiti non gradiscano la scelta e si mettano di traverso. Quella legge ha funzionato come antidoto al politichese tecnocratico nazionale: nelle città grazie a quella legge si sceglieva un volto più che un programma, una persona di cui fidarsi e a cui affidarsi. Ma ci sono dei ma. I poteri del sindaco si sono ridotti per via dei continui tagli delle risorse erogate. È ora più chiaro come i problemi delle città, specie di quelle grandi, si possano affrontare solo con una cooperazione rafforzata tra stato ed enti locali, cooperazione che spesso manca o è solo formale. Le scelte dei cittadini italiani sembrano orientarsi verso più poli, lungo discriminanti ideologiche, non le vecchie ideologie certo, ma sarebbe difficile sostenere che 5 Stelle, Lega, Partito di Renzi non abbiano una loro cifra ideologica, o se volete una loro “narrazione”. Per effetto di questi “ma”, la figura del sindaco eletto dal popolo diventa più fragile e contestata. Continua la lettura di La destra s’è rotta

Le lotte dopo Trump

Che cosa cambierà con l’elezione di Trump? Si chiude Le Monde. “Trump smonta l’era Obama” è la prima risposta, sommaria, di Repubblica. Eppure Obama, sottolinea il Corriere, gli tende la mano: “Ora collaboriamo”. Ma nelle città migliaia di americani urlano “Non è il nostro presidente” e qui da noi la Stampa titola “Il giorno delle due Americhe”. Prima di provare a rispondere alla domanda del Monde, cioè di avventurarmi in un esercizio necessario, quanto rischioso, quello delle previsioni, permettetemi di aggiungere al Caffè di ieri ancora tre brevi constatazioni sul voto dell’8 novembre. La prima: Hillary Clinton e i democratici hanno ottenuto circa 200mila voti in più ma, come già era successo nel 2000 a Gore contro Bush, hanno perso nella maggioranza degli Stati e in ciascuno Stato chi vince prende tutto. Un baco nella democrazia prodotto dal sistema maggioritario? Diciamo, per onestà, che in America è vero solo in parte, perché si tratta di un sistema federale e quindi ha persino senso che il numero degli Stati conti un po’ più del numero dei votanti nella scelta del Presidente. La seconda constatazione riguarda il voto nelle città: in tutte quelle – e sono tante – con più di un milione di abitanti, Trump ha perso. America divisa? Sì, America divisa. Noi possiamo constatare, in modo autocritico, di aver espulso la sofferenza e il disagio dalle città, con il risultato di isolarci. Per Trump il problema è: come governare contro le città? Terza notazione: Andrea Montanino, nel pezzo che apre la Stampa, scrive che “se nel 2007 il valore della ricchezza posseduta da una tipica famiglia del ceto medio era circa 160 mila dollari (ndr lordi), dopo sei anni questo valore è scivolato a 98 mila dollari. Il ceto medio ha sì mantenuto o ritrovato un lavoro, ma è più povero”. Perché questa evidenza è stata fin qui nascosta? Continua la lettura di Le lotte dopo Trump

Mare piatto a Ventotene

Sono curioso di vedere cosa faranno quei tre. Dice Daniel Cohn-Bendit, intervistato dal Corriere della Sera. “Quei tre”, sono François Hollande, Angela Merkel e Matteo Renzi che si incontrano domani a largo dell’isola dove altri tre, Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Ursula Hirschmann, immaginarono tra il 1941 e il 44, un’Europa senza più guerre né ricatti totalitari. Proprio mentre in Francia, in Italia e in Germania si marciava al passo dell’oca, si sterminavano ebrei, zingari e comunisti, si pronunciavano bestemmie come vincere e vinceremo o si proiettavano film di propaganda come il “Il trionfo della volontà”, per celebrare il capo supremo, il Fürher. Purtroppo, i tre capi di stato e di governo che si vorrebbero epigoni degli autori del Manifesto di Ventotene, mi paiono leader di un nazionalismo declinante: Hollande non ha avuto il coraggio di dire ai francesi che il tempo della grandeur era finito, Merkel ha compiaciuto i tedeschi facendogli credere di portare sulle spalle chissà quale peso dell’Europa, Renzi ha illuso gli italiani che con uno schioccar di dita, meno diritti e qualche riforma pasticciata della Costituzione, i mali d’Italia (corruzione, incapacità di governo, interesse privato nella cosa pubblica) sarebbero scomparsi. Continua la lettura di Mare piatto a Ventotene

Politici a vita

Ma cosa ha detto alla fine il Governatore? Immagino lo sconcerto nelle redazioni ieri pomeriggio: Visco apprezza Renzi, critica la BCE, prevede una stretta quest’estate per le banche italiane, che a lungo aveva lodato ma che forse non erano così in ordine. Come si fa a far sintesi, qual è il senso? “Spinta di Visco alla ripresa”, scrive il Corriere. “Sferzata alle banche, tagliate i costi”, secondo la Stampa. “La Ue troppo rigida con le banche” scrive Repubblica. Secondo me Visco ha detto…che non sa che dire! Che non gli piace il rigore europeo verso i nostri istituti di credito i quali però devono mettersi a posto, vendere titoli tossici, concentrarsi per resistere: non c’è che fare. Che il governo, per Visco, come per tutti i potenti, ha fatto bene ad assumere la ricetta neoliberista dei mercati e dalla Merkel (jobs act e riforma della pubblica amministrazione) ma che non basta. Niente frottole, una ripresa come quella che si è vista quest’anno, serve a poco. Perciò serve, serve, cosa serve? Ecco la sintesi della ricetta del Governatore secondo Daniele Manca, del Corriere: nuovi stimoli devono venire “da maggiori investimenti anche pubblici; dalla spinta alla legge per la concorrenza; dalla riduzione del cuneo fiscale; dal «sostegno al reddito dei meno abbienti»; dalle agevolazioni per rendere le dimensioni delle aziende più adeguate a sostenere i momenti difficili”. Continua la lettura di Politici a vita