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Fine del bipolarismo alla tedesca

L’ombra del terrore sul voto Usa, Corriere della Sera. Più assertiva, La Stampa titola: “A New York le bombe dei terroristi”. Per la verità non c’è evidenza che l’ordigno esploso sabato sera a Chelsea – 29 feriti – sia riconducibile alla jihad islamica. Anche se poco lontano è stata trovata un’altra bomba inesplosa: una pentola a pressione, con chiodi e detonatore, simile a quella che fece strage alla maratona di Boston e simile anche all’ordigno che il Gruppo Islamico Armato usò a Parigi nel lontano 1995. Quanto all’accoltellatore del Minnesota, americano di origini somale, studente universitario e guardia giurata, l’Isis lo ha definito un suo “soldato”. Stanotte, poi, è stato trovato uno zaino con esplosivi vicino ai binari della stazione Elizabeth, nel New Jersey, dall’altra parte dell fiume Hudson, di fronte a Manhattan, dove oggi si apre un’assemblea dell’ONU. Preoccupazione più che giustificata. Continua la lettura di Fine del bipolarismo alla tedesca

15 anni buttati via

11 settembre, 15 anni fa. Che cosa dovremmo ricordare di quel giorno? Che fu un attacco contro la mondializzazione capitalista (le torri del commercio mondiale) e la potenza militare (un aereo kamikaze prese di mira il Pentagono) che la sosteneva. Un atto di guerra in nome di una lettura dell’islam vecchia di due secoli e mezzo che perorava il ritorno a costumi medievali (donne velate, guerrieri dalle barbe incolte, distruzione di monumenti e immagini, guerra a ogni forma di cultura in quanto potenzialmente corruttrice). I responsabili erano vicinissimi (imparentati, protetti, collusi) con il principale alleato degli Stati Uniti in Medio Oriente, l’Arabia Saudita. Ed essi stessi (Bin Laden & Co) erano stati armati, reclutati e utilizzati nella guerra contro il nemico sovietico in Afganistan. L’obiettivo degli assassini all’ingrosso era costruire una base operativa e un punto di riferimento ideale per la loro jihad (in Afganistan con l’alleanza tra Bin Laden e il Mullah Omar, Al-Qaeda e i Talebani). Dal primo momento fu chiaro (a chi avesse occhi per vedere e orecchie per ascoltare) che la “guerra” contro questa forma di mondializzazione reazionaria e disumana avrebbe dovuto essere innanzitutto ideale, la riaffermazione della nostra superiorità, della difesa dei diritti e delle libertà per tutti. Evidente era altresì la necessità di proteggere e appoggiare i nemici di Al Qaeda: poco prima dell’attacco alle torre gemelle Massoūd fu ucciso da kamikaze che finsero di intervistarlo con una telecamera bomba. E che era indispensabile rivedere le nostre alleanze mettendo alle strette le monarchia reazionarie del golfo che pagavano e pagano gli imam integralisti, proteggevano e proteggono i terroristi. Continua la lettura di 15 anni buttati via

Padre Jacques e il suo assassino

Padre Jacques diceva messa a 86 anni e parlava di pace. Dell’estate, finalmente in arrivo dopo “una primavera un po’ freddina” a riscaldare il “nostro umore piuttosto depresso”, diceva: “è un tempo di incontri, con conoscenti e con amici: un momento per cogliere l’occasione di vivere qualcosa insieme. Un momento per prestare attenzione al nostro prossimo, quale esso sia”. I cronisti scrivono che era amico dell’imam Mohamed Karabila, presidente del culto musulmano per l’Alta Normandia. Che da 18 mesi, cioè dall’attentato a Charlie Hebdo, animava con l’imam un comitato interconfessionale per discutere di religione e di convivenza. Scrivono che la moschea di Saint Etienne du Rouvray sarebbe stata costruita su un pezzo di terra ceduto dalla parrocchia di Jacques Hamel.

L’uomo che ha fatto irruzione in chiesa, che ha costretto in ginocchio il vecchio prete, che gli ha reciso la gola filmando la scena, per poi leggere qualche parola in arabo, ha 19 anni, si chiama Adel Kermiche, è nato a Rouen da genitori algerini. Continua la lettura di Padre Jacques e il suo assassino

Gufo e lunare

Discutere del doppio incarico? Lunare. Nello sciocchezzaio semplificato che Matteo Renzi regala alle trasmissioni televisive, la luna è lontana dal mondo reale. Chi l’ammira, guardando in alto, è dunque lunatico, volubile, bizzarro. Creatura notturna, come il gufo. Se tanto mi dà tanto, la direzione del Pd avrà il copione consueto: una relazione del segretario disseminata di frasette per irritare i dissidenti, per farli “venire allo scoperto” e poi servirli con la levata degli scudi fedeli della maggioranza, che è entrata in direzione perché Renzi ha vinto le primarie. Infine tutti a casa, con o senza (scontato) voto finale. L’umiliazione subita da Renzi a Napoli, Giachetti e il Pd asfaltati a Roma; la sconfitta a furia di voti a Torino, tutto ciò è il passato, è “vecchio”. Nuovo è il Brexit, nuovo è il triunvirato con Hollande e Merkel, nuova è la battaglia per salvare il Monte dei Paschi e le altre banche, cui Financial Times dedica oggi la prima pagina, nuovo è il funerale di stato per gli italiani sgozzati a Dacca. “Nuovo” potrebbe chiamarsi il detersivo con cui la politica di governo lava le sue colpe. Un ciclo in lavatrice con “Nuovo”, e il Renzi sconfitto, ammaccato e logoro del dopo ballottaggio, torna bianco che “più bianco non si può”. Resta da vedere cosa diranno oggi Gianni Cuperlo e Walter Tocci. Consiglierei loro di dire qualcosa di semplice, più semplice degli slogan del segretario ma anche con più sostanza. Continua la lettura di Gufo e lunare

La mafia dell’antimafia

Rapiti,il giallo dello scambio.Presi due jhadisti. Così apre Repubblica. Il Corriere nega “lo scambio” e scrive “Con gli scafisti non si tratta”, (ultima) parola di Alfano. Poi pubblica l’abbraccio di Renzi a Netanyahu (con il premier che chiude gli occhi, come con Obama), “Alla Knesset il discorso dell’amicizia”. La Stampa: “l’Europa frena l’Italia” sulle tasse: “Avete già avuto uno sconto”, ricorda Moscovici. A leggere i giornali, sembra che sia tornata alla grande la politica estera, impastata con temi che creano allarme sociale, dall’immigrazione al terrorismo.

In cerca di un ruolo nel Mediterraneo, scrive Stefano Folli. Da tempo Renzi si sbatte tra Putin e Obama, alla ricerca dell’investitura per una missione a guida italiana in Libia. Dall’europa vorrebbe comprensione per i tagli alle tasse che ha promesso e più aiuti per i migranti. A Gerusalemme, pur senza sconfessare Obama (“due popoli due stati”, “l’accordo con L’Iran era necessario”) si propone come il primo amico “No al boicottaggio (delle Ong). La vostra difesa è la nostra. Uniti contro il terrorismo”. C’è un disegno in tutto ciò? Folli crede di sì. Il premier cerca spazio per  un’Italia diventi pivot nel Mediterraneo in fiamme, con il favore di Israele e dell’Egitto, e il placet di Russia e Usa. E conta che la comunità nazionale dismetta le polemiche e si allinei (quasi) tutta dietro il governo, in nome dell’interesse nazionale.

Naturalmente in prima linea si rischia. Dall’attentato del Cairo al rapimento dei 4 italiani in Libia,  fino ai 2 terroristi c(arrestati) che pare preparassero un attentato contro istallazioni militari nel nostro paese. Ma senza che senza correre qualche rischio, è probabile -questo pensa il premier- che  annasperemmo nella paura dell’attentato e ci dilanieremmo sulla gestione dei profughi. “Immigrati, la rivolta dei prefetti”, titola già oggi il Giornale. Ha ragione Renzi? Sì, la politica estera oggi è politica interna. No, a Israele un vero amico dovrebbe dire “state sbagliando con Palestinesi e Iran”. Ad Al Sisi, ricordare i diritti dell’uomo, e sostenere invece con ogni mezzo il governo (democratico) della piccola Tunisia. Penso che (in questo caso e in questo mondo) la politica estera debba avere un’anima. Un’Italia furba e manovriera evoca l’infamia del nostro passato coloniale, un’Italia,  pur si fragile ma che difenda valori e diritti, otterrebbe maggiore rispetto

Crocetta e l’Antimafia. Non si dimette più, rivendica il dovere di resistere al “golpe” contro la sua persona, accusa chi lo critica (anche il vicerè di Renzi, Faraone?) di connivenza con la mafia. Leoluca Orlando gli risponde con un’intervista a Repubblica: “Dimissioni subito. Lombardo e Crocetta hanno strumentalizzato l’antimafia. Da 7 anni la confindustria antimafiosa è al potere della regione, con il vicepresidente Catanzaro che continua a ricoprire posizioni monopoliste nella gestione di brutali discariche indifferenziate. Per i Pd è troppo tardi: si sono identificati con lo sfascio e se esprimessero un candidato organico al partito andrebbero a sbattere. Ma io non mi candido”

Rosy Bindi intanto rivendica l’autonomia per la commissione antimafia Lo fa proponendo “una terza” via contro mafia capitale, non lo scioglimento amministrativo del comune di Roma ma un suo “tutoraggio” con decreto legge del governo. Lo farà (credo) a settembre  intervenendo  sul maleodorante bubbone siciliano della mafia che usa pure l’antimafia. Il PdR, Pd di Renzi, la ostacola: “non osi la commissione anticipare il governo, non strumentalizzi”. Il punto è il solito: la sinistra ha rinunciato non solo a cambiare il mondo ma pure a far pulizia in casa. Così si trova sempre più spesso spiazzata  da inchieste giudiziarie e scoop dei giornali. E se ne lamenta.