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Lu cuntu del Babbo Santo e del Pm Antipatico

Ritorna l’Italia sovrana. E poi?

Nessuna manovra aggiuntiva, la Stampa apre così. Pare di capire che Gentiloni non intenda rispondere “signorsì” alla Commissione europea che chiede un aggiustamento di 3,4 miliardi dei nostri conti pubblici. Proverà a spiegare che il 2016 è stato un anno di deflazione, che le privatizzazioni non sono andate avanti e la spesa sociale non si può comprimere troppo, se non alimentando populismi e instabilità politica. Così Padoan prende carta e penna e scrive per la Stampa un articolo contro “la disuguaglianza, in Italia particolarmente elevata da ben prima della Grande Recessione, (che) limita la mobilità sociale, danneggia la crescita ed è inaccettabile dal punto di vista etico”. Per questo servono politiche di “inclusione”. E sotto questo titolo (inclusione, lotta alla disuguaglianza) Padoan prova a giustificare il ritocco alle pensioni minime e i bonus del governo Renzi che hanno fatto sforare i parametri europei. Ma Bini Smaghi osserva sempre per la Stampa che “nemmeno con la politica della spesa si guadagnano consensi, come mostra il referendum”. Basta la flessibilità evocata dal governo è stata un flop, tagli alla spesa e riforme, a costo “di perdere le prossime elezioni”. Come che sia, ormai è evidente come l’ottimismo di Renzi sia stato un sole ingannatore. Nei mille giorni del suo governo l’Italia ha perso il rendez-vous con la ripresa. Secondo il Fondo Monetario crescerà solo dello 0,7%, nel corso del 2017, “5 volte meno del resto del mondo”. Continua la lettura di Ritorna l’Italia sovrana. E poi?

I sogni contro il nulla

Perdiamo l’anima e ci concediamo una lacrima. Ci manca Dario, il popolo vivo del mistero buffo contro paramenti sacri e menzogne del potere. Riconosciamo la profezia nelle parole di quel piccolo ashkenaze con gli occhi aperti sul passato e il futuro dell’America. Blowin’ in the wind fu scritta nel 63. Nel 63, dopo la rottura con Canzonissima, cominciò la lunga marcia di Dario Fo e di Franca Rame nella cultura popolare. Alla ricerca delle radici su cui costruire il futuro. Dopo 20 anni di pace, di contraddizioni ma di crescita impetuosa, il mondo poteva allora cambiare direzione. Aveva una chance. Forse solo ieri sera ho capito perché un vecchio come Bernie Sanders possa incantare ragazzi di 20 anni. Il racconto di come avrebbe potuto essere, la speranza del domani in quel trascorso. Che perciò diventa valore comune. Tranne per chi ha la pancia troppo piena di potere, o la mente di rancore. Continua la lettura di I sogni contro il nulla

Il terremoto siamo noi

Il nostro paese, titola il manifesto, sotto una foto presa dall’alto di Amatrice devastata. È il titolo che condivido. Il nostro paese, stupendo e fragile. Spesso diviso ma capace di grandi solidarietà, come quella che già si dispiega e che crescerà nei prossimi giorni. Anche il titolo del Giornale ha un senso: “Forza italiani, Forza Renzi”. Davanti a 247 italiani morti, a paesi cancellati, ai dispersi, ai feriti, una nazione deve sapersi unire. Il governo non è di una parte, è di tutti. E tutti speriamo, vogliamo e crediamo che non si ripeta, questa volta, lo spettacolo delle promesse non mantenute, che non si ripeta l’oltraggio degli interessi che prevalgono sulle necessità e sul dolore. “Belice 1968, Friuli 1976, Irpinia 1980, Abruzzo 2009”, il Fatto Quotidiano ricorda le più recenti analoghe tragedie e titola “Un altro terremoto. I soliti coccodrilli”. “Nessun pianga – scrive per La Stampa Antonio Scurati – non una sola lacrima mediatica sia versata per Amatrice a favore di telecamere o di obiettivi fotografici”. Bisogna aiutare in silenzio, ascoltare con attenzione, promettere poco e impegnarsi a fare più di quello che si promette. “Noi italiani moderni – prosegue Scurati – siamo figli del melodramma. Continua la lettura di Il terremoto siamo noi

Renxit

L’uomo del doppio incarico. Ovvero un cavernicolo armato da due bastoni, uno da segretario l’altro da premier. Così Giannelli disegna l’autunno di Matteo Renzi. Nando Pagnoncelli presenta l’ultimo sondaggio: Pd 43,5%, Movimento 5 Stelle 56,5. Ecco come andrebbe se si votasse oggi per il ballottaggio previsto dall’Italicum. “I 13 punti in più dei 5 Stelle sul Pd al secondo turno”, è il titolo del suo pezzo per il Corriere della Sera. Che è successo? Che il movimento fondato da Beppe Grillo è diventato – ha saputo diventare – lo strumento condiviso per mandare a casa Renzi, bocciare la sua politica, punire la sua arroganza. Come elettori già di sinistra e già di destra hanno votato Appendino e Raggi a Torino e a Roma, così voterebbero Di Maio, pur di liberarsi di una promessa non mantenuta, da un “comico” – dice Paolo Rossi al Fatto – che sta sempre in tv e ruba il mestiere ai comici. C’è qualcosa di spietato in questo voltafaccia dei giornali: il politico invocato, corteggiato e adulato, ora viene lasciato senza un saluto, in attesa che si spengano le luci della ribalta. Continua la lettura di Renxit

Verso il giornale unico?

Gli Agnelli lasciano il Corriere, La Stampa, con il suo satellite genovese il Secolo XIX, diventa satellite di Repubblica, John Elian, nipote dell’avvocato, entra a far parte dell’arcipelago De Banedetti, Marchionne si libera di un settore in perdita – i giornali – per dedicarsi a nuove concentrazioni industriali e finanziarie. La notizia non è nuova, Left l’aveva anticipata il 13 febbraio, “l’industria della notizia”, di Donatella Coccoli e Ilaria Giupponi, ma ieri è arrivata la conferma ufficiale. “Il polo Stampa-Repubblica sarà leader in Europa”, titola il giornale torinese. Ezio Mauro cerca “Le radici comuni” della “sua” Repubblica e della Stampa nel lontano 1955, quando Caracciolo, che però era un editore puro, fondò L’Espresso e le prime firme venivano dalla Stampa. Il Corriere reagisce alla vertigine da abbandono – e alle preoccupazioni per i suoi conti, dissestati da alcune operazioni oltre confine – celebrando il centoquarantesimo anniversario, con un articolo del suo più elegante commentatore, Claudio Magris. Continua la lettura di Verso il giornale unico?

Quelle “unioni” che disturbano

L’Italia riconosca le unioni gay. La sentenza delle Corte europea di Strasburgo fa titolo ovunque e viene apprezzata da Zagrebelsky, Stampa, e Rodotà, Repubblica. Le moderne democrazie liberali allargano la sfera dei diritti ed è giusto che le corti ricordino alla politica quel che la politica spesso vorrebbe dimenticare. “Boschi: unioni civili entro l’anno”, scrive il Corriere. Dunque, un rinvio. Per non turbare l’alleanza con Ncd, per non trovarsi a dover votare (orrore, orrore) insieme ai senatori a 5 stelle. Si rinvia anche sull’arresto di Azzolini, sulle elezioni in Sicilia, su Roma. Il nuovo rito democratico renziano -che tanto piace al professor Cassese, Corriere- prevede che il governo prima conti i voti, scelga se gli conviene imbarcare questo o quell’altro, solo dopo manda la legge in aula. Per ratificare.

Rapiti, la pista dei trafficanti.Questi nostri ragazzi uccisi a Suruk. Il primo titolo del Corriere,il secondo della Stampa. Il primo racconta dei 4 italiani che lavoravano in Libia e sono stati rapiti – spero che li trovino presto e li riportino a casa. Il secondo di 32 ragazzi curdi, nostri fratelli, la meglio gioventù, studiosa e appassionata, prontia a combattere per difendere i diritti dell’uomo e la libertà: sono stati ammazzati da un (o una) seguace del Califfo che ha fatto esplodere il suo corpo pur di compiere la strage. La guerra mondiale a pezzi si ayavvicina, ma troppi girano la testa e ripetoni “a me che importa?”. Ha ragione Moni Ovadia, che scrive sul Manifesto: “il colonialismo è stato il più grave e perdurante crimine della storia dell’umanità”. Quel veleno ci torna in faccia, dalla Libia, dai confini con la Siria o dall’Eritrea.

Combattiamo con durezza i barbari che ammazzano bestemmiando Allah, ma ricordiamo -sempre con Moni- che “il vero sparticque tra chi crede nella piena dignità e integrità dell’essere umano e chi non lo crede risiede nelle contrapposte concezioni dell’immigrazione”. Una signora mi ha scritto via twitter: “Lo dica alle due ragazze stuprate, in un parco a Reggio Emilia e su un treno in Toscana. Se fossero sue nipoti?” Nonostante i capelli candidi, ho una figlia di 21 anni e una di 13, e temo, per loro, che la violenza possa venire piuttosto da un italiano, che ha perso tutto nella crisi, anche la dignità. Perchè vedo, leggo e so che le infamie commesse in Italia da Italiani sono più numerose di quelle, ugualmente esecrabili, degli immigrati. Sia in termini assoluti che relativi.
Il gran capo della Toshiba si dimette dopo aver gonfiato i profitti per un miliardo e 200 milioni. Titolo del Financial Times. É il capitalismo bellezza, al tempo delle bolle finanziarie. Profitti virtuali per lucrare in borsa, debiti inesigibili e ricette che affamano dipendenti e ceto medio, pur di sostenere la bolla e surrogare la menzogna globale. Ma il bravo Fubini, Corriere, si diverte a sfottere “i nobel narcisisti” che avrebbero perso “la sfida ellenica”. Delusi da Tsipras – scrive- quando hanno scoperto che non aveva un piano B a parte la resa. “Ci scusiamo con i marxisti di tutto il mondo per aver rifiutato di commettere suicidio. So che avete sofferto, dai vostri sofà”. Efficace, ma su Repubblica, che traduce dal New York Times, Krugman insiste: “A mio giudizio l’uscita (della Grecia) dall’euro si rivelerà ancora necessaria e, in ogni caso, sarà essenziale alla cancellazione di gran parte del debito”.

La vendetta delle renzine. “Perso io? -dice lady like Moretti, asfaltata da Zaia- mi hanno vestita come un autoferotranviere e tenuta lontana dalla tv. Poi, la riforma della scuola e il jobs act: io sono d’accordo ma la gente non ha capito”. Lella Paita si rifiuta addirittura di salutare il ministro (ligure) Orlando: “non mi ha sostenuto”. Piccoli guai per l’arrotino. Più serio l’avvertimento di  Piero Ignazi, secondo cui il Pd non può trasformarsi in un partito anti tasse di rito reganiano. “Un partito può cambiare, anche radicalmente, ma non può vestire panni di altri, pena il suo snaturamento. Con conseguenze elettorali drammatiche”. Repubblica, pagina dei commenti.