Verso il giornale unico?

Gli Agnelli lasciano il Corriere, La Stampa, con il suo satellite genovese il Secolo XIX, diventa satellite di Repubblica, John Elian, nipote dell’avvocato, entra a far parte dell’arcipelago De Banedetti, Marchionne si libera di un settore in perdita – i giornali – per dedicarsi a nuove concentrazioni industriali e finanziarie. La notizia non è nuova, Left l’aveva anticipata il 13 febbraio, “l’industria della notizia”, di Donatella Coccoli e Ilaria Giupponi, ma ieri è arrivata la conferma ufficiale. “Il polo Stampa-Repubblica sarà leader in Europa”, titola il giornale torinese. Ezio Mauro cerca “Le radici comuni” della “sua” Repubblica e della Stampa nel lontano 1955, quando Caracciolo, che però era un editore puro, fondò L’Espresso e le prime firme venivano dalla Stampa. Il Corriere reagisce alla vertigine da abbandono – e alle preoccupazioni per i suoi conti, dissestati da alcune operazioni oltre confine – celebrando il centoquarantesimo anniversario, con un articolo del suo più elegante commentatore, Claudio Magris. Il Comitato di Redazione di Repubblica sottolinea come l’azienda abbia “ribadito che le testate coinvolte nell’operazione manterranno piena indipendenza editoriale”. Sa bene, il sindacato, che tale “indipendenza” sarà formale e non sostanziale, d’altra parte l’approdo di Mario Calabresi, da Torino alla direzione della testata principale del “nuovo polo”, e la Repubblica, e la polemica scoppiata con “il fondatore” Scalfari che non era stato avvertito dell’operazione, rappresentano l’antipasto del nuovo che avanza. Beninteso, non muore la libertà d’informazione se le testate si concentrano ed è persino ragionevole che i grandi gruppi imprenditoriali cerchino di perdere il meno possibile con i giornali, che danno visibilità e autorevolezza politica, ma stentano a fare profitti. Il punto è semmai che il nostro giornalismo appare sempre più diviso in una seria A, ben pagata, ben protetta, parte organica delle elesse dirigenti, e una serie semi professionista, dove si sbattono, per strada e all’estero, giornalisti spesso pubblicisti, ricercatori giornalisti come Giulio Regeni, autori di inchieste pubblicate per miracolo e, per questo, nel mirino delle mafie. Fa riflettere.

Di ritorno da un lungo viaggio con tre dei miei quattro figli, ho trascorso la notte tra l’uno e il due marzo davanti alla televisione per seguire il super tuesday elettorale americano e scriverne – quasi fuori il tempo limite – per Left che sarà in edicola venerdì sera. Oggi i giornali ne parlano con il senno di poi. “Hilary-Trump, via al duello per conquistare l’America”, Stampa; il manifesto parla di “muro americano”; Massimo Gaggi racconta ai lettori del Corriere “l’America ignota di Donald Trump”. Per la verità non poi così “ignota”. L’Anti Washington, il disprezzo contro la casta dei senatori e dei congressisti (in particolare democratici) che pretendono di dire la loro sulla sanità, sul welfare, sulle regole del possesso delle armi, o che impongono tasse federali, era già stato un cavallo amato da Donald Regan, presidente degli Stati Uniti dal 1981 al 1989. Nel 2004 George W Bush sconfisse John Kerry e si confermò presidente nonostante l’andamento rovinoso della sua guerra in Iraq, portando al voto 8 milioni di nuovi elettori, americani fondamentalisti, cattolici e protestanti, che simpatizzavano (o quasi) con chi ordiva attentati contro medici e cliniche dell’aborto, che chiamavano “assassinio” – ”le negano il pane e l’acqua”, la decisione, ispirata solo da pietas, di lasciar morire nel 2005, dopo 15 anni di coma vegetativo, la povera Terri Schiavo, che difendevano il diritto di ogni americano, anche bambino, di comprare e usare armi da guerra. Nel 2008 i repubblicani di destra tentarono di candidare la Palin, fanatica fondamentalista che tanto piaceva a Giuliano Ferrara, ma la base del partito le preferì un eroe di guerra McCain, che fu sconfitto da Obama, mentre grandi gruppi editoriali attaccavano il candidato democraticco accusandolo di essere “musulmano”, nato in Kenia e non in America, e lo raffiguravano con le fattezze della scimmia. Bene, ora il partito che fu di Lincoln è finito nelle mani di un palazzinaro bancarottiere, protagonista di uno show televisivo in cui pretendeva che giovanotti senza arte né parte, ma in cerca del successo, truffassero i gonzi consumatori vendendogli persino l’acqua del rubinetto. Poi cancellava, “you are fired”, con piacere sadico, quelli che non riuscivano a primeggiare, perché, per gente come Trump, l’aver perso è colpa massima e vergogna inappellabile. La destra del tardo neo liberismo è fatta così.

Dall’altra parte, il partito democratico si affida al migliore uomo politico e di potere che abbia mai avuto, in questo caso è una donna, Hilary Clinton. Artefice del successo di Bill, fin dai tempi in cui era stato governatore dell’Arkansas, da first lady provò a passare alla storia firmando la riforma sanitaria: non riuscì in questo, la riforma fu varata anni dopo da Obama. Da first lady resistette, dritta nelle sue scarpe, allo scandalo sessuale del marito: forse ricordate le tracce “organiche” sul vestito della Lewinscki. Da senatrice dello stato di New York votò nel 2003 a favore della guerra di Bush. Nel 2008 fu sconfitta alle primarie da Obama e dai suoi suoi giovani attivisti che sognavano un mondo nuovo. Da segretario di stato – rivelazione recente del New York Times – convinse il presidente Obama a dare il via libera all’intervento in Libia per deporre Gheddafi. Infine, subito prima di candidarsi alla candidatura, nel 2014 e nel primo trimestre 2015, accettò oltre 11 milioni di dollari da gruppi multinazionali che la invitavano a tenere della conferenze, spesso a porte chiuse e su temi che restano tuttora non noti agli elettori. Se la destra al tempo del neo liberismo diventa incivile e indecente, la sinistra riformista, erede della terza via di Tony Blair, si affida a politici puri che fanno propri tutti i dogmi del sistema, dalla “necessità” di svalutare il lavoro alla difesa dei grandi gruppi finanziari sino all’uso di dirimere le questioni con la guerra. L’autonomia della loro politica consiste soltanto nel gestire con intelligenza il mandato dei mercati, con il sostegno dei media e correggendone, qua e là, i danni collaterali più indigesti.

L’America è però anche quella di “nonno Sanders”, appoggiato da folle di ventenni. Sconfitto in South Carolina, ha raccolto 40 milioni con sottoscrizioni popolari, pochi dollari ciascuno. Nel super tuesday Sanders, sconfitto, ha tuttavia conquistato 4 stati: Vermont, Oklahoma, Minnesota e Colorado. In Massachusset è stato superato di un’incollatura dalla Clinton, la sua campagna è stata lodata “per la moderazione dei toni e la concretezza degli obiettivi” dalla bibbia dell’America liberal, il New York Times, che consiglia a Hilary di confrontarsi con lui invece che abbassarsi al livello di Trump. Sanders continuerà la sua battaglia fino alla convenzione. Si batte per alzare il salario minimo a 15 dollari (Clinton ora dice di volerlo portare a 12), chiede che si rilanci il welfare (su questo è The Nation, seguitissimo settimanale di sinistra, a sfidare Hilary perché porti avanti la stessa battaglia), vuole il college pubblico gratuito per tutti i giovani e la copertura sanitaria per ogni americano. Si dice “socialista” e non ha mai mentito: per questo in tanti lo seguono. Perdente? A quei colleghi giornalisti che così lo chiamano, provando soddisfazione nello scriverlo, auguro di non trovarsi ad esser trattati come un prodotto di scarto dal super editore unico dei loro giornali.

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